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La storia del mondo di Carl Schmitt, il commedione romano di Gioachino Belli, il Lutero collerico di Thomas Mann

Schmitt

Il Bloc Notes di Michele Magno

“La storia del mondo è storia di lotta di potenze marinare contro potenze di terra e di potenze di terra contro potenze marinare”, sostiene Carl Schmitt in un saggio in forma di racconto per la figlia Anima scritto nel 1942, Terra e mare (Adelphi, 2002). È alla luce di questa contrapposizione, rappresentata nella Bibbia dai mostri Leviathan e Behemoth, che il giurista tedesco rilegge le grandi dicotomie della storia umana: amico e nemico, ordine e disordine, guerra e pace. In un racconto forse più influenzato dai romanzi di Herman Melville che dagli studi sul Rinascimento di Jacob Burckhardt, il teorico dello “stato di eccezione” descrive quella “rivoluzione spaziale planetaria” segnata dall’evento con cui inizia l’era moderna: la scoperta delle Americhe.

È da allora che l’uomo, per natura creatura terrestre, “rinasce quale figlio del mare”. Venezia e Genova, Amsterdam e Londra saranno culle di questa rinascita. Nell’antichità, la stessa Atene di Temistocle aveva evitato un declino rovinoso trasformandosi in una talassocrazia. Nelle Vite parallele Plutarco sottolinea come, una volta sventata la minaccia persiana dopo la vittoria di Salamina (480 a.C.), con l’apertura del Pireo ai tradizionali “aristòi” latifondisti fosse subentrato un ceto virtuoso del “remo e del timone”. Il suo valore sociale non si basava sul sangue o sulla proprietà terriera, ma sulla capacità di governare la nave, metafora della capacità di reggere la polis. Questa “apertura al mare” crea anche una nuova antropologia: marinai, nostromi e piloti educati all’audacia e alla prudenza, al coraggio e all’accortezza che il dominio dei flutti imponeva (Filippo Ruschi, Questioni di spazio, Giappichelli, 2012).

La funzione pedagogica del mare sarà ripresa da Tommaso Moro, il quale colloca la “societas perfecta” su un’isola, quella di Utopia, in cui erano ignote avidità e intolleranza. Il futuro cancelliere inglese, il lord cattolicissimo condannato alla pena capitale da Enrico VIII, concepisce il suo libello nel 1516, quando l’Atlantico cominciava ad essere solcato con una certa regolarità.

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Il monumento (nel significato etimologico di “testimonianza”) della plebe di Roma edificato da Giuseppe Gioachino Belli nei duemila e più sonetti romaneschi, secondo Pietro Gibellini – con Giorgio Vigolo curatore dell’edizione critica per i Meridiani Mondadori – trova un termine di paragone adeguato solo con Dante. Se l’autore della “Divina Commedia” immortala la civiltà medievale al tramonto, il poema di Belli è un affresco indelebile del  crepuscolo dell’Antico regime nell’ultima spiaggia del potere temporale della Chiesa. Insieme, dà per la prima volta la voce a un mondo popolare, erede di una antropologia millenaria ma destinata a sparire in pochi decenni.

Un “Commedione” romano, come lo ha definito lo storico Antonio Baldini, dove l’inferno della corruzione e il purgatorio della miseria prevalgono sui pochi squarci di paradiso: qualche rara gioia nell’aldiquà (il sesso, il vino, gli affetti), una incerta speranza nell’aldilà. Se si preferisce, una “Comédie humaine” alla Balzac, ma con il miracolo di un realismo che si esprime in versi i quali mai forzano la naturalezza del parlato dei Renzo e Lucia di Trastevere, nel solco del venerato Manzoni e di un altro suo ideale maestro milanese, Carlo Porta. Un precursore della poetica dell’impersonalità, teorizzata dai naturalisti e dai veristi (Verga fu un suo lettore precoce). Un cronista severo, che nulla perdona a quei prelati, osti, fruttaroli, becchini, “ricattieri”, “caffettieri” e “calzettai” descritti con una infinità di toni: allegro, dolente, casto, sensuale, bigotto, sacrilego, castigato, osceno.

Un solo ispiratore: “il Dio della Abbibbia”. Una sola scena: un vicolo o un cortile dell’Urbe, “stalla e chiavica der monno”. Un solo protagonista: la vita. Quella vita che inizia “Nove mesi a la puzza…” e “Poi comincia er tormento della scola,/l’abbeccè, le frustate, li ggeloni,/ la rosalía, la cacca a la ssediola,/ e un po’ de scarlattina e vvormijoni./ Poi viè l’arte, er diggiuno, la fatica,/ la piggione, le carcere, er governo,/ lo spedale, li debbiti, la fica,/ er zol d’istate, la neve d’inverno…/ E pper urtimo, Iddio sce bbenedica,/ viè la Morte, e ffinissce co l’inferno” (“La vita dell’Omo”).

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Friedrich Nietzsche odiava Lutero, poiché lo riteneva responsabile della restaurazione della religione cristiana che i papi rinascimentali, in particolare Alessandro VI e suo figlio Cesare Borgia, avevano affossato. Questa religione era stata riportata in auge, insieme alla “morale degli schiavi”, dagli istinti più bassi di un monaco oscurantista. Thomas Mann era della stessa opinione. Apprezzava il contributo di Lutero alla formazione della lingua tedesca e la sensibilità democratica del sacerdozio universale. Nonostante ciò, rifiutava il suo pensiero e la sua opera: “Non lo amo, e lo ammetto apertamente. Qualsiasi tedesco sostenitore della purezza culturale della Germania […] mi sconcerta e mi spaventa, anche quando si presenta come paladino della libertà evangelica e dell’autonomia intellettuale; e in particolare suscita la mia istintiva avversione il Lutero collerico e senza scrupoli, lo zotico irascibile che impreca, sputa e inveisce, l’uomo che accompagna a una grande profondità d’animo una rozza superstizione nei confronti di demoni, incubi e mostri. Non avrei mai potuto essere ospite alla tavola di Lutero: probabilmente presso di lui mi sarei sentito come nella casa di un orco e sono convinto che sarei andato più d’accordo con Leone X, Giovanni de’ Medici, l’umanista gentile che Lutero chiamava la puttana del diavolo” (La Germania e i tedeschi, Manifestolibri, 1995).

 

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