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La soave sberla di Follini a Casini e Tabacci: carissimi ex Dc, mollate la poltrona parlamentare

Tabacci Spazio

“La notizia che circola di una candidatura (l’ennesima) di Casini e Tabacci desta in me un sentimento di mestizia, ecco perché”. Che cosa ha scritto Marco Follini sul quotidiano La Stampa

 

“Li conosco bene come dirigenti di valore. I loro interventi parlamentari, le loro interviste, i loro pronunciamenti recano tracce di una abilità politica non comune, seppure a volte diversa tra di loro e diversa da molti altri di noi. Del resto, la scuola è maestra di vita, e anche di buona politica; e noi abbiamo avuto la fortuna di crescere tra buoni maestri. Ma è proprio per questo che la notizia che circola di una loro candidatura (che non se la prendano: l’ennesima) desta in me un sentimento di mestizia. Come se non riuscissero mai, dopo tanti e tanti anni trascorsi nelle aule parlamentari, a lasciare il passo, incoraggiare nuovi talenti, fare strada ad altri, insomma vedere le cose da fuori facendole contare per quello che sono davvero”.

E’ il passo saliente della lettera che l’ex Dc Marco Follini ha inviato al direttore del quotidiano La Stampa – di cui è editorialista – ma indirizzata ai suoi amici altrettanto ex Dc come Bruno Tabacci e Pierferdinando Casini.

Obiettivo: consigliare loro di non candidarsi dopo decenni di vita parlamentare e governativa: Casini stato eletto per la prima volta in Parlamento nel 1983 ed essendo stato confermato nelle successive nove legislature, ha ricoperto l’incarico di deputato o senatore per oltre 38 anni consecutivi (oltre ad essere stato presidente della Camera); Tabacci già nel ’92 è stato deputato Dc e poi ha ricoperto anche vari incarichi ministeriali.

Ecco un estratto della lettera di Follini indirizzata a Tabacci e Casini:

Caro direttore, una lunga consuetudine postdemocristiana mi induce a disturbare per un attimo la campagna elettorale di Casini e di Tabacci. Con entrambi ho una certa confidenza e perfino qualche debito politico che non nascondo. Assieme a qualche contrasto – che pure rivendico. Abbiamo militato più di qualche anno nello stesso partito, e quel tratto di storia comune autorizza da parte mia una certa confidenza di cui abuso volentieri. Verso di loro ho più riguardo che ostilità, nonostante qualche attrito non proprio lieve. Li conosco bene come dirigenti di valore. I loro interventi parlamentari, le loro interviste, i loro pronunciamenti recano tracce di una abilità politica non comune, seppure a volte diversa tra di loro e diversa da molti altri di noi. Del resto, la scuola è maestra di vita, e anche di buona politica; e noi abbiamo avuto la fortuna di crescere tra buoni maestri. Ma è proprio per questo che la notizia che circola di una loro candidatura (che non se la prendano: l’ennesima) desta in me un sentimento di mestizia. Come se non riuscissero mai, dopo tanti e tanti anni trascorsi nelle aule parlamentari, a lasciare il passo, incoraggiare nuovi talenti, fare strada ad altri, insomma vedere le cose da fuori facendole contare per quello che sono davvero. Si tratta di scelte di vita, lo capisco bene. Modi di stare al mondo. E per quanto mi riguarda i nostri modi fanno una certa differenza tra noi già da un bel po’ di anni a questa parte.Ma il tema, in questo caso, non è personale. Non riguarda le famiglie e le coscienze. Riguarda l’idea di noi, e l’idea che il Paese si fa di noi. Casini e Tabacci sono – pur senza seguito – gli ultimi esponenti visibili della tradizione democristiana. Potrebbero presentarsi come tali al giudizio degli elettori, senza chiedere ospitalità, in una sfida aperta e rischiosa. Oppure potrebbero, ancora più nobilmente, lasciare i loro seggi e contribuire in mille altri modi all’esito della battaglia civile. Ma quel continuo e continuo e continuo riproporsi alla fin fine serve solo a raccontare noi democristiani, tutti noi, come gente attaccata al potere ad ogni costo, devota al culto della propria eternità anche quando quella “eternità” è finita da un pezzo.

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