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La “sindrome di Zelig” in politica

di

Zelig

Leonard Zelig è un uomo qualunque che riesce ad assumere movenze, caratteristiche fisiche e modi di esprimersi dei suoi interlocutori, si tratti di un trombettista nero o di un cinese in una fumeria d’oppio. Il Bloc Notes di Michele Magno

Il soggetto che ne soffre modifica continuamente la propria identità in base alle persone o agli ambienti con cui entra in contatto. È conosciuta come “sindrome di Zelig”, ma se è diventata di uso comune non solo in campo clinico, ma anche in politica (da ultimo, è stata imputata anche al premier Giuseppe Conte), il merito è di un film di Woody Allen.

“Zelig” in yiddish, il dialetto parlato dagli ebrei negli Stati Uniti, significa “benedetto” (o “felice”). È il titolo, appunto, di una delle pellicole cult del regista newyorkese (1983). Si tratta di un “mockumentary”, un falso documentario (in inglese “mock” come sostantivo significa “finto”, come verbo “prendersi gioco, fare il verso a”). E per rendere realistico il falso documentario vengono utilizzati perfino intellettuali illustri (Susan Sontag, Saul Bellow, Bruno Bettelheim) ripresi durante interviste fittizie negli anni Ottanta, in cui parlano di Zelig come se fosse realmente esistito.

Siamo a New York, nel 1928. Leonard Zelig (Allen) è un uomo qualunque che riesce ad assumere movenze, caratteristiche fisiche e modi di esprimersi dei suoi interlocutori, si tratti di un trombettista nero o di un cinese in una fumeria d’oppio. Ricoverato al Manhattan Hospital, i medici lo sottopongono a ogni tipo di cura, ma la malattia resta inspiegabile. Un mistero che diventa un caso nazionale: giornali, radio, dibattiti pubblici, conversazioni famigliari non fanno che parlare della capacità di Zelig di identificarsi, anche esteticamente, nelle persone che incontra.

La psichiatra Eudora Fletcher (Mia Farrow) si appassiona alla sua patologia, che viene ribattezzata “camaleontismo”. Scopre che alla sua origine c’è il desiderio nascosto di essere accettato e amato. Il camaleontismo diviene così una moda che manda in delirio l’America, a cui si ispirano canzoni, balli, gadget, tazze, spille e pupazzi. La dottoressa Fletcher ipnotizza Zelig e lo interroga come se fosse lei ad avere bisogno del suo aiuto. Grazie a questo metodo, i ricordi e le frustrazioni di Zelig emergono. Lentamente egli sembra avviarsi verso una completa guarigione.

Sotto gli occhi di un’America esultante, i due programmano le nozze. Quando il sogno sta per avverarsi, spuntano diverse donne che dichiarano di essere state sposate a Leonard e di essere le madri dei suoi figli. Lo scandalo è enorme. Zelig ripiomba nella sua sindrome e sparisce lasciando nello sconforto Eudora. Dopo un anno lo scorge in un cinegiornale, alle spalle di Hitler nel corso di un’adunata nazista. La donna si precipita in Europa. Leonard, appena la rivede, riacquista la memoria e corre tra le sue braccia. Per sfuggire ai tedeschi, Zelig si trasforma in pilota di aereo e compie la traversata transoceanica a testa in giù. Tornati in una nazione commossa dalle peripezie della coppia, Eudora e Leonard si possono finalmente sposare.

Come ha scritto Federica De Paolis (Enciclopedia del cinema Treccani, 2014), il film è al tempo stesso un affresco d’epoca e una denuncia della fragilità dell’American dream, che ha proprio nell’industria cinematografica uno dei suoi veicoli principali. L’incredibile epopea di Leonard Zelig sfiora spesso il surreale e trascina il pubblico in un gioco affascinante e colto, in grado di passare con uguale disinvoltura dall’immagine trasognata di Francis Scott Fitzgerald allo sberleffo a Hitler. Nella scena dell’adunata nazista, il camaleontismo di Zelig assume con molta chiarezza una valenza storica e politica: la sua mancanza di identità è l’altra faccia di un istinto gregario delle masse che porta alla rovina i popoli. Non fortuitamente Allen strizza l’occhio a un capolavoro di Orson Welles, “F for Fake” (“F come falso”, 1973), in cui viene teorizzata l’arte come menzogna che ci fa capire la verità.

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