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La scuola deve educare o istruire? Il pensiero del filosofo Ocone

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“Ocone’s corner”, la rubrica settimanale di Corrado Ocone, filosofo e saggista.

Quella appena trascorsa è stata la settimana delle prove scritte dell’esame di Stato per la conquista, al termine degli studi secondari, della cosiddetta “maturità”: il primo giorno il tema d’italiano, il secondo un esercizio diverso a seconda degli indirizzi di studio.

Quello della maturità è una sorta di rito italiano, così come negli anni è diventato rituale che i giornali chiedano a esperti e commentatori di dare un giudizio sulle tracce assegnate. Di solito, ci si limita, secondo i propri gusti e convincimenti, a un commento puntuale. Cosa che ho fatto anche io, chiamato da Il Messaggero a dire la mia sulle due tracce di attualità, osservando che almeno un passo avanti lo si era fatto: con il riferimento a Gino Bartali e al generale Carlo Alberto Dalla Chiesa, si era, almeno in questo caso, rinunciato ai soliti “santini” del “politicamente corretto” di sinistra.

In verità, quest’anno, per dirla volgarmente, le tracce sembravano essere state studiate per accontentare un po’ tutti, a destra e a manca. Ernesto Galli Della Loggia ha voluto però, sul Corriere della sera, andare oltre, in profondità, facendo un ragionamento più generale, seppur sintetico, sugli obiettivi, e quindi sull’ideologia, che anima gli estensori di queste tracce. E che, più in generale, delinea lo spirito di fondo che “non da oggi anima la scuola italiana”. Detto in parole semplice, alla scuola, secondo lo storico, si affida il compito non di istruire bensì di educare.

Se istruire significa infatti trasmettere un sapere in modo da permettere poi ad ognuno di esprimere un giudizio sensato e critico sulle cose del mondo, educare significa proporsi in primo luogo il fine pedagogico-morale di formare buoni cittadini. Ove, potremmo aggiungere, l’aggettivo è più pregnante del sostantivo, perché l’idea di cittadinanza (che fra l’altro è già molto direzionata in virtù del suo tratto illuministico-francese) che qui si ha in mente è pregna di contenuti valoriali “positivi” e non suscettibili in quanto tali di quel setaccio asettico e disincantato a cui la ragione critica dovrebbe sottoporre ogni concetto o valore. Il “buon cittadino” che si ha in mente, e che le tracce volevano che fosse conformisticamente confermato dagli studenti, al costo inevitabile di “frasi fatti” e ragionamenti preconfezionati, è, come spiega Galli Della Loggia, “una persona devota agli ideali della Costituzione, formata alle regole del civismo democratico, pronta ai doveri di ogni socialità benevola e solidale”.

Ma chi mai insegnera a questi ragazzi di quante buone intenzioni (e “buoni sentimenti”) può essere lastricata la strada dell’inferno, oppure quanti “umani, troppo umani” interessi e egoismi possono albergare nell’animo del “buon cittadino”? La scelta di Don Lorenzo Milani per la seconda prova per i licei di indirizzo di scienze sociali non ha fatto poi che confermare questa “filosofia” di fondo. In questo caso, in effetti, il conformismo che si vuole instillare agli studenti non considera il fatto che il prete di Barbiana, da molti acriticamente osannato (in prima fila dai laudatores della “competenza”), è stato, con la sua scellerata Lettera a una professoressa, uno dei più pervicaci distruttori della nostra idea di cultura classica, venendo ad equiparare in un malinteso democraticismo “cultura alta” e “cultura bassa”, sapere intellettuale e manuale.

In verità, io credo che in molti, compresi gli estensori di queste tracce, funzioni oggi una sorta di “automatismo mentale” che fa scattare determinati giudizi anche in virtù di un senso comune, con forti tratti “buonisti” e “antifascisti”, che si è sedimentato lungo una storia in cui i comunisti prima e la sinistra poi hanno egemonizzato ogni tipo di attività intellettuale.

Un senso comune che è assolutamente rassicurante per i più, anche rispetto alla propria sostanziale ignoranza. In sostanza, si è creata e si continua a instillare, come dice sempre Galli Della Loggia, una sorta di “paura della libertà”. Quella libertà che, sempre inquieta e irrequieta per principio e natura, di garanzie e rassicurazioni proprio non ne dà e né può darne.

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