A Praga i conti pubblici restano sotto osservazione, ma i mercati non sembrano farci troppo caso. Mentre il nuovo governo cerca risorse per contenere un deficit più ampio del previsto, gli investitori guardano altrove: alla crescita che è tornata, alla Borsa che corre, alle imprese ceche che comprano all’estero e, soprattutto, a un’industria della difesa che si è ritagliata un posto centrale nella nuova geografia economica europea. La Repubblica Ceca è entrata così nel 2026 con un nodo da sciogliere – finanza pubblica sotto pressione e ciclo economico in ripresa – che racconta meglio di qualsiasi statistica il momento che il paese sta attraversando.
Come riportato dal Sole 24 Ore, che incrocia dati Ocse ed elaborazioni dell’Economist, il Pil ceco è cresciuto del 2,8% nel terzo trimestre del 2025, con una stima di +2,5% sull’intero anno, mentre l’inflazione si è attestata intorno al 2,5%, in discesa rispetto ai picchi precedenti e attesa al 2,2% nel 2026. La disoccupazione resta una delle più basse dell’Unione europea, stabile al 4,6%, mentre l’indice Px della Borsa di Praga ha messo a segno un balzo del 45% nel 2025.
Un quadro confermato anche dall’Economist, che nella sua classifica delle economie che hanno gestito meglio crescita, inflazione, occupazione e mercati finanziari ha promosso la Repubblica Ceca dal diciottesimo al sesto posto nel 2025. Il settimanale sottolinea come Praga abbia registrato “un incremento significativo sia della produzione sia dell’occupazione”, in controtendenza rispetto a molte economie dell’Europa settentrionale ancora zavorrate da stagnazione industriale.
EXPORT, INVESTIMENTI E FIDUCIA INTERNAZIONALE
La struttura dell’economia ceca resta fortemente orientata all’export, con un mix di manifattura avanzata, servizi e innovazione. Nel 2024 il Paese ha registrato esportazioni verso gli Stati Uniti per 9,88 miliardi di euro, a fronte di importazioni pari a 6 miliardi, segno di una competitività industriale che continua ad attrarre domanda estera. L’Ocse parla di “quadro istituzionale stabile, apertura al commercio e forza lavoro qualificata”, elementi che continuano a catalizzare investimenti diretti esteri.
Non a caso gruppi multinazionali come Toyota hanno deciso di rafforzare la presenza nel Paese, investendo oltre 800 milioni di euro nello stabilimento di Kolín per prepararlo alla produzione di veicoli elettrici, con un impatto complessivo – diretto e indiretto – stimato in oltre 1,6 miliardi di dollari. Un segnale di fiducia che arriva mentre l’automotive europeo attraversa una fase di transizione complessa, stretto tra concorrenza cinese, costi energetici e riconversione green.
DALLA CECHIA TERRA DI OPA ALLA FINANZA CHE CONQUISTA L’EUROPA
Il miglioramento del quadro macroeconomico si riflette anche nell’attivismo delle grandi holding ceche sui mercati internazionali. Da paese che attrae capitali, la Repubblica Ceca si è trasformata sempre più in esportatrice di capitali e di strategie industriali.
Emblematico il caso di Daniel Křetínský, che tramite il gruppo EPH ha lanciato un’Opa “amichevole” su Fnac Darty, offrendo 36 euro per azione e valorizzando il gruppo francese circa 1,1 miliardi di euro. Un’operazione accolta favorevolmente dal board della società e letta dal Financial Times come l’ennesima mossa del miliardario ceco per consolidare un portafoglio europeo fatto di energia, retail e logistica.
Diversa la sorte dell’Opa parziale lanciata da Kkcg Maritime su Ferretti Group, con l’obiettivo di salire dal 14,5% al 29,9% del capitale, come ricorda il Sole 24 Ore. L’offerta è stata respinta dall’azionista di controllo cinese Weichai, che ha ribadito la natura strategica e di lungo periodo dell’investimento. Un segnale, questo, dei limiti che ancora incontra l’espansione finanziaria ceca quando si scontra con interessi geopolitici e industriali più ampi.
IL BOOM DELLA DIFESA E L’EFFETTO GUERRA
Il vero protagonista del nuovo corso economico ceco, però, è il settore della difesa. In un’Europa che accelera sul riarmo e sulla sicurezza, Praga si è ritagliata un ruolo di primo piano. La quotazione di Czechoslovak Group (CSG) alla Borsa di Amsterdam ne è la prova più evidente: l’Ipo ha raccolto 3,8 miliardi di euro, la più grande mai realizzata al mondo per una società “pure play” della difesa, con una valutazione iniziale di 25 miliardi salita rapidamente oltre i 33 miliardi grazie a un rialzo del titolo superiore al 30% nel giorno del debutto.
Come sottolineato da Reuters, CSG è diventato, per capitalizzazione, più grande della utility CEZ, storicamente il colosso quotato della Repubblica Ceca. Il gruppo, guidato da Michal Strnad, beneficia del boom degli ordini legato all’aumento della spesa militare europea e ha tra i suoi principali clienti anche l’Ucraina. I ricavi sono attesi tra 7,4 e 7,6 miliardi di euro, in crescita rispetto ai 6,4 miliardi stimati per il 2025, con un portafoglio ordini che attrae investitori globali come BlackRock e Qatar Investment Authority.
Secondo Bloomberg, il nuovo governo intende fare della difesa uno dei pilastri dell’economia, accanto ad automotive, energia e trasporti.
Accanto a Czechoslovak Group, il panorama della difesa ceca è però più articolato di quanto suggerisca il successo del colosso guidato da Michal Strnad. Il settore resta concentrato in poche mani ma può contare su altri attori di peso, a partire da Colt CZ Group, produttore di armi leggere con una presenza consolidata sui mercati occidentali, e da STV Group, specializzato in munizioni di grosso calibro.
Proprio questa struttura “a pochi campioni” rappresenta, nelle intenzioni dell’esecutivo, il punto di partenza per una strategia più ampia. Il ministro dell’Industria Karel Havlíček parla apertamente della necessità di creare un “ecosistema” simile a quello dell’automotive, che però oggi è più esposto alla concorrenza internazionale e alle trasformazioni tecnologiche: l’obiettivo è spingere i grandi gruppi della difesa a irrobustire le filiere domestiche, coinvolgendo le Pmi e reinvestendo parte dei profitti generati dai contratti pubblici in ricerca e sviluppo.
La scommessa è che la difesa possa colmare almeno in parte il vuoto creato dall’automotive, non tanto per peso sul Pil (1% contro il 10% dell’auto), quanto per capacità di generare export ad alto valore aggiunto. “Non saremo un’economia a basso costo”, ha ammesso Havlíček, sottolineando come l’unica strada percorribile sia quella di prodotti “eccezionali”, vendibili a prezzi più elevati sui mercati globali.
POLITICA, DEFICIT E NUOVI EQUILIBRI GEOPOLITICI
Il rilancio industriale, però, si scontra con una realtà di finanza pubblica più fragile. Il deficit di bilancio nel 2025 ha superato i 290 miliardi di corone (circa 13 miliardi di euro), oltre il 20% in più rispetto al target, spingendo l’esecutivo guidato da Andrej Babiš a cercare risparmi e a promettere il rispetto del limite europeo del 3% del Pil. Bloomberg avverte che una politica fiscale più espansiva potrebbe sostenere la crescita nel breve periodo, ma aumentare le pressioni inflazionistiche.
Sul piano geopolitico, il governo ceco sta tentando un difficile equilibrio. Da un lato rafforza l’industria della difesa e beneficia del riarmo europeo; dall’altro frena su alcune forniture militari a Kiev. A gennaio, si legge sulla Reuters, il premier Babiš ha escluso la vendita o la donazione di jet L-159 all’Ucraina, sostenendo che l’esercito ceco ne ha bisogno e segnando una discontinuità rispetto alla linea più interventista del presidente Pavel.
Parallelamente, Praga prepara un riavvicinamento pragmatico alla Cina. Il consigliere per la sicurezza nazionale Hynek Kmoníček ha parlato apertamente della necessità di “riparare” i rapporti con Pechino, senza rinunciare ai legami con Taiwan, riconoscendo che il baricentro economico globale si sta spostando verso l’Asia.
UNA CRESCITA SOLIDA, MA NON SENZA RISCHI
Le prospettive restano complessivamente positive. L’Ocse prevede una crescita del Pil del 2,4% nel 2025, del 2% nel 2026 e del 2,1% nel 2027, trainata dai consumi privati e dagli investimenti sostenuti dai fondi europei fino al 2026. Ma i rischi non mancano: tensioni geopolitiche, restrizioni commerciali, fine degli stimoli e pressione della spesa per difesa e transizione verde.
La Repubblica Ceca, insomma, corre. Ma lo fa su un crinale sottile, tra ambizione industriale, disciplina fiscale e un contesto internazionale sempre più frammentato. Il successo del modello dipenderà dalla capacità di trasformare il boom della difesa e la vitalità finanziaria in uno sviluppo duraturo.




