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La saggezza di Draghi sugli Eurobond

di

Rutte

Se l’Europa vuol rompere quel rapporto ancillare con il dollaro, che la condiziona fortemente, sono molte le cose da fare. Deve, innanzitutto, darsi una struttura tendenzialmente federale, quindi un bilancio comune. Mano mano che andranno avanti questi processi, potrà aumentare lo spazio finanziario per l’emissione degli Eurobond.

Speriamo che almeno alcune delle vedove inconsolabili del Conte Bis o coloro che, da il Fatto quotidiano, lanciano anatemi, abbiano visto la conferenza stampa di Mario Draghi. Soprattutto che siano stati capaci di cogliere le differenze. Due tecnici alla sbarra. Ma due opposti universi. L’essenzialità di Draghi, la retorica di Conte. La sottile ironia del primo, la seriosità del secondo. La sicurezza di chi appartiene da tempo alle élites internazionali. Le incertezze di un outsider, che ha il problema di dimostrare qualità nascoste. E poi il diverso pedigree. Banchiere l’uno, professore il secondo. L’economista e l’avvocato.

Si deve insistere su questa contrapposizione, non per far emergere le relative differenze. Ma per un giudizio retrospettivo. Date queste caratteristiche, il cambio di governo è avvenuto fin troppo tardi. Si fosse fatto prima, con ogni probabilità, le cose non solo in Italia, ma nell’Unione, sarebbero andate diversamente. Ed allora, se proprio non si può pretendere una pubblica autocritica, ma almeno si riconosca l’intervenuto miglioramento. E la si faccia finita nel cercare il pelo nell’uovo, sognando il bel tempo passato.

Premessa necessaria, prima di passare alle cose dette nel corso di una conferenza stampa, basata solo sulle domande dei giornalisti. Cosa che dovrebbe pure avere un significato. Non ci occuperemo di tutto, ma solo del ruolo dell’euro. In apparenza un problema lontano dalle nostre angustie quotidiane. Ed invece centrale per quanto riguarda la fase che l’intero continente sta attraversando. Basta guardare agli Stati Uniti di Joe Biden, per capire le differenze.

È Draghi a ricordare la diversa entità degli sforzi compiuti e di quelli che gli Stati Uniti saranno in grado di compiere, una volta sconfitta – almeno così si spera – la pandemia. In apparenza sono 1.900 miliardi di dollari contro 750 mila euro del Recovery Fund. Una differenza notevole, ma non così drammatica: avverte sempre il presidente del Consiglio. Il sistema degli ammortizzatori sociali che caratterizza l’economia sociale di mercato (che è la realtà prevalente in Europa) è ben diversa dal modello anglosassone. Se si contabilizzassero queste differenze, le distanze tra le due sponde dell’Atlantico sarebbero sempre consistenti, ma non così drammatiche.

Perché gli Usa possono fare tanto, e l’Unione molto meno? Questo è il punto, che marca la differenza. Una differenza che potrebbe crescere negli anni prossimi a venire. Ma perché – questa la risposta – gli Usa hanno il dollaro e l’Unione ha solo l’euro. Perché il biglietto verde é moneta di riserva a livello internazionale e l’euro resta, per così dire, una moneta d’interesse regionale. Vale negli scambi tra i vari Paesi membri, ma quando bisogna acquistare o vendere sui mercati internazionali, si deve ricorrere al dollaro o al renminbi, se si opera in Cina.

Per la verità è un vecchio problema. Fu analizzato, per la prima volta, fin dagli anni ‘70. Allora si parlava delle tre grandi aree monetarie rappresentate sempre dal dollaro, lo yen giapponese ed i petrodollari. Frutto, questi ultimi, dei grandi proventi dei Paesi esportatori di petrolio. Allora l’Europa era ancora più debole. Di fatto dipendeva dal marco tedesco. Un grande vaso di coccio, nella geopolitica del mondo. Si tentò pertanto di avviare quel lungo percorso (il serpente monetario prima, lo Sme, poi) che alla fine, quasi trent’anni dopo, avrebbe portato all’euro. Che, tuttavia, non può essere considerato un punto d’arrivo, ma solo una tappa intermedia.

Se l’Europa vuol rompere quel rapporto ancillare con il dollaro, che la condiziona fortemente, non tanto per rivendicare una sorta di “Europe first”, ma solo per giungere ad un rapporto paritario, sono molte le cose da fare. Deve, innanzitutto, darsi una struttura tendenzialmente federale, quindi un bilancio comune in grado di garantire la gestione del ciclo economico, unificare il mercato dei capitali e procedere, ben più speditamente, nel realizzare l’Unione bancaria. Mano mano che andranno avanti questi processi potrà aumentare lo spazio finanziario per l’emissione degli Eurobond. I quali hanno bisogno di un mercato, la cui dimensione è strettamente legata a quei cambiamenti che fanno il segno ad un’area monetaria ottimale.

Come si vede gli Eurobond non sono un problema italiano. Anche se l’Italia, al pari degli altri Paesi, ne beneficerà. Sono un problema europeo. La loro emissione diverrà automatica se i sottostanti processi, ai quali si è accennato, andranno avanti. Ma può l’Europa continuare ad ignorarli, in un mondo che cambia così rapidamente? Può fare coppia con gli Stati Uniti, per fronteggiare il colosso cinese o mantenere le giuste distanze dalla Russia, fin quando quest’ultima non avrà dato le necessarie garanzie? Al momento è solo lo junior partner di Washington, sia nel Mediterraneo che negli altri teatri della competizione globale. Ma anche per rimanere tale, non può continuare a perdere potenza. Se non vuole essere oscurata da nuovi incomodi, come la Turchia o l’Iran.

Draghi coglie con lucidità l’essenza di questi problemi e li sottopone all’attenzione generale, pur essendo cosciente delle difficoltà implicite nel procedere nella giusta direzione. Per questo parla di prospettiva, di medio e lungo periodo. Sono una sorta di stella polare che indica lo rotta. I passi possono essere anche modesti, ma devono andare nella giusta direzione. Cercando di evitare di prendere soluzioni estemporanee, comunque inefficaci, solo per il terrore di andare nella giusta direzione. Come, purtroppo, spesso è avvenuto.

Gli si può dar torto? Certo che no. Ma se ha ragione, come riteniamo che abbia, non ci sarà momento in cui non sarà possibile verificare come le soluzioni di second best, prese per motivi che poco hanno a che fare con la soluzione più lineare dei problemi, siano più inefficaci e costose. Ed alla fine, a forza di sbagliare, diventerà sempre più evidente la necessità di un diverso indirizzo. Se è vero che l’Europa è cresciuta, soprattutto, nei momenti di crisi, di fronte ad una pandemia di queste proporzioni, c’è solo da auspicare, incrociando le dita, quel salto di qualità, che sarebbe necessario.

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