Solo una fortunata coincidenza ha portato a Roma il presidente dell’Ucraina, Volodymyr Zelensky, proprio nelle ore della rottura politica fra la presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, e Donald Trump. Che dalla Casa Bianca torna a dire: “Con Giorgia Meloni non abbiamo più lo stesso rapporto”.
La visita è così diventata il simbolico suggello non di un addio istituzionale fra due Paesi, l’Italia e l’America, con troppi interessi, valori, economie e cittadini in comune, ma del cambiamento di rotta da parte della leader politica che fino a ieri per ragioni ideologiche era l’europea più vicina al Partito repubblicano d’Oltreoceano. Anche nella versione trumpiana.
Accanto a Zelensky, già maltrattato in mondovisione da Trump, che è stato l’unico occidentale ad aver accolto l’anno scorso in Alaska con tutti gli onori l’aggressore dell’Ucraina, Vladimir Putin, la presidente del Consiglio riafferma “il dovere morale e la necessità strategica” di stare ancora e sempre dalla parte degli aggrediti.
Poco dopo il presidente ucraino sale al Quirinale, dove Sergio Mattarella, guardando l’interlocutore e la telecamera, cita “la presidente del Consiglio che le ha certamente confermato il sostegno pieno dell’Italia e la fermezza di questa posizione, che io condivido pienamente”.
Mai con tanta voluta chiarezza e rimarcata sintonia presidenza della Repubblica e governo hanno ribadito al mondo la scelta dell’Italia a beneficio dell’Ucraina e degli alleati europei.
Non è il solo “effetto collaterale” della frattura con Trump.
Col suo duplice e sgangherato attacco a Leone XIV -come se per un Papa implorare la pace fosse una colpa-, e alla presidente del Consiglio “rea” di non voler coinvolgere l’Italia nella guerra contro l’Iran scatenata dagli americani-israeliani, Trump è riuscito in un miracolo politico: indurre Elly Schlein, leader del Pd, principale partito di dura opposizione al governo, ad affermare parole importanti in Parlamento.
“Nessun capo di Stato straniero può permettersi di attaccare, minacciare o mancare di rispetto al nostro Paese e al nostro governo”, ha ammonito.
Paradossalmente, grazie a Trump e alle sue accuse Meloni e Schlein hanno scoperto che, nell’ora che conta, non si è più guelfi né ghibellini, ma soltanto italiani consapevoli della posta in gioco.
E c’è un’appendice atlantica. Senza più l’appena bocciato dagli elettori, Viktor Orbán, l’ex primo ministro d’Ungheria vicino a Putin che poneva il veto a ogni iniziativa Ue per l’Ucraina, senza il non dover più politicamente dispiacere all’amico e potente presidente d’America, Giorgia Meloni può ora imboccare con maggiore decisione la via europea. La sola in grado di dare un futuro alla difesa continentale della Nato, che prima o poi rischia d’essere abbandonata da Trump, l’isolazionista.
Anche in questo senso l’incontro con Zelensky, che bussa per entrare almeno nell’Ue se i tempi non fossero ancora maturi per la Nato, suona come il viatico di un cambiamento italiano in corso.
Accompagnato dalle istituzioni e dai protagonisti della politica.







