È la politica con la perdita della “sua dimensione collettiva”, la funzione dei vecchi partiti, secondo Giovanni Orsina (nella foto), direttore del dipartimento di Scienze Politiche della Luiss Guido Carli, ad aver dato di fatto sempre più spazio alla tecnologia digitale, in una dimensione più individuale. Una dimensione, in cui si esprime sempre di più l’individualità ma in cui, avverte il costituzionalista Giovanni Guzzetta, “si ha anche l’illusione di essere competenti su tutto e di poter interloquire con tutti”. Senato, Sala Zuccari, Palazzo Giustiniani, ieri pomeriggio, al centro del convegno della Fondazione Craxi “La nuova era digitale”. Per discutere su “come la tecnologia sta ridefinendo il rapporto tra individuo, potere e responsabilità sociale e l’impatto sulle nostre libertà”.
Il confronto prende avvio dalla pubblicazione di tre volumi editi da “Silvio Berlusconi Editore” che offrono una prospettiva articolata sull’impatto della tecnologia nelle società contemporanee: ‘La società tecnologica’ di Jacques Ellul, ‘La repubblica tecnologica’ di Alexander C. Karp e ‘Careless People’ di Sarah Wynn-Williams, tre saggi che, seppur diversi per approccio, convergono nel mettere in luce rischi, opportunità e responsabilità legate all’avanzare dell’automazione e dell’intelligenza artificiale.
I lavori del pomeriggio di studi, coordinati da Nicola Carnovale, direttore generale della Fondazione Craxi, e aperti da Orsina, che è anche presidente del comitato storico-scientifico della Fondazione, vedono i contributi di Alessandro Aresu, analista geopolitico, Paolo Benanti, presidente della Commissione sull’IA per l’informazione e membro del Comitato ONU sull’Intelligenza Artificiale, Luigi Di Gregorio, dell’Università della Tuscia, Giovanni Guzzetta, dell’Università di Roma Tor Vergata, Marc Lazar, di Sciences Po e Serena Sileoni, dell’Università Suor Orsola Benincasa e vicepresidente della Fondazione Human Technopole.
Sul giusto equilibrio tra innovazione e diritti “si gioca la qualità della democrazia digitale e del futuro delle nostre libertà”, afferma Stefania Craxi, senatrice di Forza Italia e presidente della commissione Affari esteri e difesa del Senato. “Le nuove tecnologie impattano sulla sicurezza, in un’epoca in cui le guerre sono ibride, in cui la deterrenza è centrale per la difesa delle nostre democrazie e per mantenere la pace”, spiega. Il potere, nell’era digitale, “ha una diversa fisionomia: si fa sfuggente, attraverso un lessico fatto di algoritmi e codici. È un potere che non impone ma orienta. Chi gestisce il patrimonio dei dati, chi definisce le regole di accesso alle piattaforme, chi progetta gli algoritmi esercita di fatto una forma di potere che incide concretamente sulla libertà di tutti noi”, sottolinea Craxi. Aggiunge: “Ad un potere che si esercita in forma inedita rispetto al passato, deve corrispondere una responsabilità maggiore che va regolamentata secondo le dinamiche della trasparenza, della tracciabilità e dell’accountability”.
Innovazione e diritti, secondo la senatrice di Forza Italia, “non sono termini in conflitto ma due facce della stessa medaglia”. “La tecnologia deve rimanere uno strumento a servizio degli uomini, non un fine. L’automatizzazione non puo’ essere sinonimo di de-responsabilizzazione. La leva del controllo deve restare riconducibile a una realtà umana e istituzionale”, avverte. “Se prevalgono dinamiche non trasparenti e non regolate, il rischio è quello di generare disuguaglianze e nuove forme di dipendenza”, osserva Stefania Craxi.
Conclusione: “Il compito della politica e delle istituzioni è quello di pavimentare la strada dell’innovazione, presidiando al contempo il terreno dei diritti”. “Governare il cambiamento”, sollecitava Bettino Craxi già negli anni 80, ricorda Carnovale.







