Mondo

La nuova centralità dell’interesse nazionale nel mondo post globale

di

censis

Appunti per una lettura storica della penetrazione dei capitali stranieri in Italia

Il grande filosofo spagnolo José Ortega Y Gasset costruisce – nel suo saggio L’uomo e la gente – una riflessione anti-induttiva: così come una personalità si definirebbe progressivamente dall’esterno (la gente) verso l’interno (l’io), la spinta che porta alla nascita di una Entità statuale andrebbe sempre misurata con le ambizioni dei suoi vicini/avversari.

Chiaramente, ha in mente la Spagna della Reconquista e della “vocazione imperiale”, ma usare questo approccio per “misurare” la portata del “vincolo esterno” del nostro Paese può essere particolarmente utile per “illuminare” la contingenza politica che stiamo vivendo, caratterizzata da un sentimento antieuropeo (in verità antitedesco e antifrancese), dalla rinnovata simpatia verso il mondo anglosassone (gli Usa sovranisti di Trump e la Gran Bretagna della Brexit).

Un sentimento quest’ultimo non immediatamente riconducibile a un filo-atlantismo a causa dell’analogo fascino esercitato dalla leadership di Vladimir Putin.

Partiamo da questa evidenza storica: il nucleo centrale del nazionalismo “istituzionale” italiano è rappresentato dalle Repubbliche (giacobine e filofrancesi) Cisalpina e Cispadana.

Il Tricolore Italiano fa la sua comparsa nel 1796 come stendardo della “Legione Lombarda / Cacciatori a Cavallo”, conferito dal giovane generale Bonaparte ai patrioti italiani che – nelle fila rivoluzionarie – si batterono contro l’Impero asburgico.

La Legione, composta da 3741 uomini, annovera tra i suoi ranghi anche Ugo Foscolo e Vincenzo Cuoco.

Dopo il fallimento della Prima guerra d’Indipendenza, il conte Cavour – usando una politica estera interventista (pensiamo alla Guerra di Crimea) tesse una trama diplomatica estremamente spregiudicata, culminata con gli accordi di Plombières (21 luglio 1858).

Questi accordi definiscono la cornice di una rinnovata alleanza tra il Piemonte e la Francia in vista di un conflitto con l’Austria e della definizione del futuro assetto geopolitico della Penisola.

In realtà, Napoleone III ha accettato l’estensione dei confini del Piemonte solo alla Lombardia e all’Emilia. Cavour gioca la carta Garibaldi per conquistare l’Italia meridionale e gran parte del Regno Pontificio (con la “complicità”, in chiave antifrancese, della Corona inglese, la cui flotta “scorterà” le “camicie rosse” fino alle coste siciliane).

In questa prima fase, la classe dirigente del Paese (nazionalista o protonazionalista) è filofrancese, antiaustriaca (per estensione antitedesca) e antirussa, in generale nemica degli Imperi tradizionali: i patrioti italiani si battono contro i Russi tra i ranghi della “Grande Armata” napoleonica (la battaglia di Malojaroslavec che ebbe luogo del 24 ottobre 1812 è stata definita non a caso la “battaglia degli italiani”) e a fianco delle truppe anglo-francesi a Sebastopoli.

Una strategia specularmente contraria verrà portata avanti durante le guerre Prussiana-Austriaca (1866) e Franco-Prussiana (1870), quando – approfittando della sconfitta di Vienna e Parigi – l’Italia, nel frattempo approdata nell’orbita di Bismark, riesce ad annettere – nonostante la débâcle militare – il Veneto e Roma (anche grazie alla neutralità della Russia).

Ritroveremo le stesse oscillazioni nel Ventennio fascista (Mussolini è filo-occidentale fino al 1935 e filo-tedesco dopo la costruzione dell’Impero coloniale) e nella successiva storia repubblicana, dove però diventa centrale il “vincolo atlantico” (L’ombra lunga di Yalta secondo una calzante definizione di Gianni De Michelis).

Con la Caduta del Muro, gli accordi costitutivi della Ue e lo sfaldamento dello Stato italiano (la stagione delle privatizzazione) osserviamo una progressiva penetrazione dei capitali stranieri nei più importanti settori economici del nostro Paese.

A questo punto occorre aprire due doverose parentesi.

La prima riguarda le posizioni espresse da un autorevole ispiratore del pensiero sovranista: Paolo Savona, il quale ha testualmente affermato: «La Germania non ha cambiato la visione del suo ruolo in Europa dopo la fine del nazismo, pur avendo abbandonato l’idea di imporla militarmente. Per tre volte l’Italia ha subito il fascino della cultura tedesca che ha condizionato la sua storia, non solo economica, con la Triplice alleanza del 1882, il Patto d’acciaio e l’Unione europea del 1992. È pur vero che ogni volta fu una nostra scelta. Possibile che non impariamo mai dagli errori?».

Comunque, questo punto di vista si potrebbe ribaltare e un polemista tedesco potrebbe rivolgere la stessa invettiva contro il fatale innamoramento delle classi dirigenti tedesche nei confronti del Bel Paese, innamoramento che le ha spinte in ben due conflitti mondiali; confidando – nel primo caso – nella neutralità di uno Stato a cui avevano “regalato” il Veneto e Roma; nel secondo, in un Regime, la cui propaganda e la vicinanza ideologica li avevano letteralmente intossicati.

A questo punto, vale la pena di ricordare che dai primi due assetti diplomatici evocati da Savona siamo usciti con un tradimento (capovolgimento delle alleanze nella Prima Guerra Mondiale e l’8 settembre); tradimenti che hanno avuto drammatiche conseguenze.

In particolare, nella prima congiuntura storica, la Corona con il sostegno di Mussolini, dei futuristi e degli interventisti (economicamente sostenuti dalla finanza anglosassone) riescono a portare il Paese in guerra, ottenendo, al costo immane di 600mila morti, meno di quanto ci sarebbe valsa una neutralità attiva.

Nel secondo caso, abbiamo avuto l’avvilente spettacolo dell’8 settembre, l’occupazione con il corollario della Guerra civile (caso quasi unico nell’Europa occidentale) e quella che Ernesto Galli Della Loggia ha definito plasticamente “la morte della Patria”.

Per inciso, Renzo De Felice – nel suo Il Rosso e il Nero – compie un (audace) parallelo tra la politica del conte Francesco Melzi D’Eril (vicepresidente della Repubblica Italiana) che – forte solo della sua abilità politica e autorevolezza personale – riesce (momentaneamente) ad arginare le pretese di Napoleone e dei Francesi, e la RSI, da lui definita come la «Repubblica necessaria».

Questo perché – anche se a costo degli orrori della Guerra civile – la sua costituzione ha evitato la realizzazione – da parte dei tedeschi – di un’area di occupazione militare che avrebbe esposto ancor più la popolazione italiana agli orrori della guerra totale e portato – come all’Est – alla totale distruzione della nostra base industriale.

Non sappiamo come si concluderà il terzo ciclo descritto da Savona e come ne usciremo, ma in questa fase di euroscetticismo si tende a dimenticare che, se la spinta iniziale della ricostruzione e del “Miracolo economico” italiano è stata realizzata grazie al Piano Marshall (fondamentale anche per creare la successiva Cee), il suo pieno sviluppo è stato parallelo alla creazione del Mercato comune europeo. Questo non significa non valutare gli effetti nefasti dell’austerità e delle politiche anticicliche che l’ordo-liberismo ha imposto al Continente, o le scellerate politiche di accoglienza della Merkel, ma provare ad avere una prospettiva di respiro più ampio.

La seconda parentesi contiene le valutazioni sulle tre diverse strategie attuate nei confronti del nostro Paese:

1) La Francia si impossessa dei brand della moda e del lusso, delle telecomunicazioni, di banche e assicurazioni e dell’industria aerospaziale. Questo approccio non prevede un declino economico italiano ma una sua sudditanza (si torna a Napoleone I e Napoleone III). L’Italia deve rimanere un mercato di consumo, ma tutte le scelte strategiche di medio-lungo periodo sono demandate a Parigi. Un settore dove l’approccio è più aggressivo è quello energetico (basti pensare alla Libia).

2) La Germania vede l’Italia (secondo Paese industriale d’Europa) come un potenziale competitor. I capitali tedeschi acquisiscono gli avversari per toglierli dal mercato (le acciaierie di Terni) o per integrare le eccellenze nella propria catena del valore (come nel caso della Ducati) o per condizionare alcuni dei settori economici più importanti (il cemento per le infrastrutture e l’edilizia o la logistica per l’industria farmaceutica); ai tedeschi interessa il Nord-Est del Paese (politicamente rappresentato dalla Lega Nord) perfettamente integrato nell’area euro e nelle dinamiche continentali.

3) L’Anglosfera crea le condizioni affinché le proprie banche d’affari si arricchiscano con le privatizzazioni e la gestione del debito pubblico. Una presenza strategica viene mantenuta nel settore degli armamenti (Leonardo) o per contenere le ambizioni globali dell’Eni. I partiti sovranisti sarebbero funzionali alla disgregazione della “Fortezza Europa”.

Se Steve Bannon (padre nobile del governo Lega-5Stelle) ama paragonare la politica di Trump nei confronti della Germania della Merkel allo Sbarco in Normandia (quindi a una sorta di crociata antinazista: al confronto Savona è un moderato), il ben più autorevole Samuel Huntington aveva affermato che solo la Ue può sfidare la supremazia mondiale Usa.

L’Operazione Overload fu appunto anticipata da ben tre sbarchi in Italia (Sicilia, Salerno e Anzio) per colpire il ventre molle dell’Europa, che tanto molle non era visto che i tedeschi resistettero per quasi venti mesi sulle linee Gustav e poi Gotica.

Questa dinamica potrebbe essere anticipata da un’opposta e complementare visione che sta tentando un pezzo di classe dirigente tedesca: buttare a mare l’Europa latina. Da qui forse le irresponsabili voci anti-italiane che periodicamente si levano dai media tedeschi (amplificate spesso ad arte da vere e proprie fake news antieuropeiste) e che sono come benzina buttata sul fuoco dei populismi.

È la tentazione della Kern Europa, alimentata da due ulteriori presupposti: 1) il primo, che le parti pregiate dell’Italia (Il Nord) subirebbero comunque la forza di gravità e di attrazione del Continente; 2) il processo sarebbe amplificato dalla possibilità – in caso di ritorno alla lira o comunque a una moneta nazionale svalutata – di poter comprare, a prezzi da outlet – interi comparti industriali dell’Italia.

Date queste premesse dobbiamo fare i conti anche con un refrain piuttosto diffuso sulla posizione dell’Italia nel contesto internazionale contemporaneo: quello secondo cui il nostro Paese starebbe subendo un declassamento di rango, determinato dall’emergere di nuovi attori con i quali non sarebbe nelle condizioni di confrontarsi (a causa del divario in termini di territorio, popolazione e Pil) e che la sua unica sua ancora di salvezza si troverebbe nell’incremento – senza se e senza ma – del livello d’integrazione con gli altri Stati membri dell’Unione europea.

Si tratta di un ritornello che Paul Valéry definirebbe “a pappagallo”, in quanto ripetuto da molte (probabilmente da troppe) figure pubbliche, anche autorevoli, ma senza che nessuno vi abbia riflettuto in misura approfondita.

Naturalmente, come in tutte le questioni che riguardano la natura umana, si tratta di una prospettiva capace di cogliere un dato reale, ma fuorviandolo al punto di trasformarlo in un manifesto dai toni prescrittivi pericolosamente somigliante a un wishful thinking.

L’elemento veritiero che coglie è il rapporto problematico che, come abbiamo visto, sin dal 17 marzo 1861, l’Italia coltiva con la sfera internazionale.

Questo può essere attribuito a una serie di fattori che si tenterà di individuare in maniera sintetica.

Il primo è il suo – relativamente – recente inserimento nel sistema internazionale come attore unitario.

Si controbatterà che anche la Germania si è affacciata sotto le vesti di “unità politica” nello stesso periodo in cui l’ha fatto l’Italia, che la frammentazione del mondo tedesco fino al 1871 era stata superiore a quella della Penisola italiana e che se la nostra terra aveva fatto da cornice allo scontro tra Guelfi e Ghibellini, la controparte aveva provato sulla sua pelle gli orrori delle guerre civili di religione.

Va, tuttavia, ricordato che l’autonomia dalla Prussia di buona parte degli Stati tedeschi pre-unitari costituiva un dato solo formale già dal Congresso di Vienna o, quanto meno, dall’istituzione dello Zollverein nel 1834.

Senza contare che le dimensioni geografiche, la quantità della popolazione, l’organizzazione statale e lo sviluppo dell’industria pesante di gran parte di questi – fatta eccezione della Baviera – non avrebbe mai permesso loro di svolgere un’azione internazionale realmente indipendente da Berlino.

Al contrario gli Stati dell’Italia pre-unitaria non avevano sviluppato alcuna forma di integrazione economica prima del 1861, erano simili per dimensioni e per popolazione e avevano dei rapporti internazionali pienamente sviluppati risultando inseriti in sistemi di alleanze spesso antagoniste (si ricordi che il prototipo del Sistema internazionale è proprio quello degli antichi Stati italiani a cavallo dei secoli XV e XVI tra i quali prese forma la moderna rete diplomatica).

Il secondo riguarda l’opera di Nation building di cui già Massimo D’Azeglio aveva avvertito la necessità all’indomani dell’Unificazione.

Anche in questo caso la comparazione con la Germania risulta calzante, in quanto tanto gli italiani quanto i tedeschi si sono contraddistinti per aver generato due tra le più raffinate e consolidate culture a livello mondiale, nonché per l’omogeneità linguistica delle popolazioni che poi si sarebbero riunite nello Stato unificato.

In Germania però questa condizione è stata tradotta politicamente nella nascita di un sentimento “organico” di nazione, secondo la definizione di Anthony Smith, fondato sul “sangue” e alimentato dai miti della cultura romantica.

Il suo rinnovamento, successivamente, è passato per il successo del Kulturkampf bismarckiano, per la condivisione dei sentimenti revisionisti nei confronti del Trattato di Versailles dopo la Grande Guerra (che accomunava tutti i partiti tedeschi dell’epoca), per la capacità di rimozione generale del Regime nazionalsocialista e, infine, per lo sforzo comune nella riunificazione delle “due Germanie” dopo il 1989.

Viceversa in Italia il trait d’union linguistico-culturale nella sfera politica è stato declinato in maniera meno lineare e, soprattutto, meno condivisa.

In assenza di vincoli profondi che unissero gli italiani dal Veneto alla Sicilia, si è tentato di replicare l’idea “volontaristica” di nazione, sul modello francese, senza che il nostro Paese avesse a disposizione una formula politica interna altrettanto unificante come il trinomio Liberté, égalité, fraternité, né una formula politica internazionale interiorizzata come accaduto oltralpe con la mission civilisatrice.

Il consolidamento di un’identità nazionale italiana, che superasse il semplice dato linguistico e culturale, è stato frenato dapprima dallo scontro tra il Regno d’Italia e la Santa Sede, culminato con il non expedit, i cui effetti sono visibili tuttora, poi dalla frattura fascismo/antifascimo, che incredibilmente continua a dare forma alla dialettica politica contemporanea, a partire dal 1994 dalla polarizzazione dell’arena politica intorno alla figura di Silvio Berlusconi e attualmente tra sovranisti ed europeisti.

Il terzo è il sillogismo tanto errato quanto sedimentato nell’opinione pubblica italiana, tra interesse nazionale, nazionalismo e guerra.

Questa distorsione della realtà deriva da una volontà di rigetto di qualsiasi politica estera percepita come “aggressiva”, ossia non avulsa dall’opzione del ricorso alla forza, che viene ricondotta al manifesto ideologico “imperiale” del fascismo e alle devastazioni generate dalla Seconda guerra mondiale.

A rafforzare questa percezione sono intervenute per quasi mezzo secolo le logiche politiche della Guerra fredda e il timore della mutua distruzione assicurata, che hanno imposto un parziale accantonamento degli interessi nazionali degli Stati europei in nome degli obiettivi più ampi del Blocco nel quale si trovavano inseriti.

Il 1989, tuttavia, non ha rappresentato per l’Italia una fase di disgelo da quella che ha segnato una fase assolutamente eccentrica della vita politica internazionale, in cui la sicurezza di un numero piuttosto cospicuo di Stati non è stata assicurata dalla loro “accumulazione di potenza”, sia nella sfera dell’hard power che del soft power, ma dalla loro alleanza con una delle due superpotenze.

Il caso tedesco sovviene ancora una volta a confortare l’idea di una “disfunzione italiana”.

Da un lato poiché anche i tedeschi sarebbero potuti incappare nell’errore di identificare, sic et simpliciter, la difesa dell’interesse nazionale con i progetti espansionistici del Terzo Reich. Dall’altro perché Berlino, così come Roma, dopo la caduta del Muro ha dovuto far fronte alla perdita di una fetta consistente della rendita politica che derivava dalla sua posizione internazionale di terra di confine tra i due blocchi. Tuttavia in Germania non si è verificata alcuna frattura significativa su alcuni obiettivi considerati centrali per la difesa dell’interesse nazionale: la riunificazione con la Repubblica Democratica Tedesca, l’assunzione di una posizione di sostanziale leadership all’interno dell’Unione europea, la creazione di una zona d’influenza nell’area ricompresa tra il suo confine orientale e i Balcani sud-occidentali.

Al contrario in Italia non è avvenuta alcuna riflessione pubblica sugli obiettivi minimi da perseguire rispetto a un sistema internazionale che, lungi dal “globalizzarsi”, stava conoscendo una riformulazione su base regionale. Da un lato si è pensato di poter ripristinare la vecchia politica del “peso determinante” all’interno di consessi multilaterali. Non è stato compreso, tuttavia, che il multilateralismo ha costituito la formula alla base del soft power americano nell’era Clinton e non una replica del sistema delle conferenze con cui gli Stati europei avevano dato forma al mondo tra l’Ottocento e il primo Novecento, né la realizzazione dei vecchi ideali wilsoniani. Dall’altro si è creduto che assicurando l’impegno, talvolta minimo e condizionato da mille impedimenti, di contingenti italiani in un numero sempre più ampio di missioni internazionali, Roma si sarebbe assicurata un credito da spendere a Washington. Si tratta di un errore di valutazione i cui aspetti drammatici sono emersi nell’ambito della crisi libica del 2011.

Il connubio di questi tre fattori, quindi, complica la politica estera italiana cui non fornisce chiaramente il paradigma orientativo della sua azione: una declinazione coerente e condivisa del suo interesse nazionale. Un problema che, tuttavia, non dipende né dall’emergere di nuove potenze, la cui forza per il momento è stata dimostrata solo nella dimensione economica, né dal rallentamento del processo di integrazione europea, che al cospetto di un direttorio franco-tedesco può rappresentare solo un pericolo per l’Italia.

Con una avvertenza di carattere metodologico: l’interesse nazionale è naturalmente la capacità della politica di riuscire a dare risposte che tengano conto del fatto che in campo ci sono molti interessi: del tutto legittimi, ma che devono essere mediati e ricondotti a un unicum. Naturalmente questi interessi, di volta in volta, vinceranno o perderanno. Ma ci deve essere sempre una visione che stia al di sopra degli interessi delle singole parti: siano esse pezzi di territorio, corporazioni o imprenditori a confronto con i sindacati; le articolazioni degli interessi sociali devono essere ricondotte appunto a un unicum.

Comunque, questo è un lavoro che solo la politica può e deve fare; quando la politica – per incapacità, mancanza di strumenti, mancanza di coraggio – rinuncia a fare questo mestiere, a quel punto non rimane la mediazione, ma solo il braccio di ferro tra i rappresentanti dei diversi interessi; il risultato, sempre che qualcuno vinca o perda, è che a vincere non è mai l’interesse generale.

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