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La nostalgia degli antichi e dei moderni. Il Bloc Notes di Magno

di

Nostalgia

La parola nostalgia è moderna, ma il campo dei suoi significati è antico. Il Bloc Notes di Michele Magno

La parola nostalgia è moderna, ma il campo dei suoi significati è antico. Essa designa la condizione di chi — profugo, esule, lontano dalla propria terra — avverte impetuoso un desiderio di ritorno (“nostos”, in greco) a un luogo e a un tempo del proprio passato, e insieme avverte il dolore (“algos”) per l’impossibilità di questo ritorno. Il termine fu coniato da un giovane studente alsaziano di medicina, Johann Hofer, il quale il 22 giugno 1688 presentò all’Università di Basilea una tesi di laurea intitolata “Dissertatio medica de nostalgia”.

La nuova parola era proposta in alternativa a quella tedesca “Heimweh”, ma non ne mutava l’area semantica. Offriva tuttavia alle lingue europee un neologismo che si sarebbe via via svincolato dal lessico medico, fino ad affiancarsi a voci come “mal du pays”, “rimpianto”, “homesickness”, “saudade”. Un percorso descritto e analizzato con acribia in un libro di cui consiglio la lettura (“Nostalgia. Storia di un sentimento”, a cura di Antonio Prete, Raffaello Cortina Editore, 2018).

Parente stretta della malinconia, di nostalgia si moriva, come racconta Prete nel suo magistrale saggio introduttivo. Morivano i soldati svizzeri che avevano abbandonato i loro villaggi montani per essere confinati in lontane guarnigioni. Per questo la nostalgia nasce nelle scuole psichiatriche elvetiche, e viene studiata come malattia propria del servizio militare. Nei loro referti (siamo alla fine del Seicento), si manifestava con stati di febbre strisciante, allucinazioni, depressioni, circolazione lenta del sangue, nausea, delirio. Un quadro clinico che autorizzava a indagare le cause fisiche di una passione oscura.

Più tardi, invece, l’attenzione si sposterà sulle sue “cause morali”. Rousseau suggerisce un nesso tra povertà dei villaggi e nostalgia, destinata a estinguersi con la diffusione del benessere. Per il filosofo ginevrino la nostalgia appartiene alla categoria del “perturbante”, secondo la classificazione che ne farà Freud: il ritorno di immagini familiari in luoghi e linguaggi estranei ne rende implacabile e minacciosa la distanza. Al fenomeno dedicherà uno studio anche Carl Gustav Jung, e i rapporti tra crimine e nostalgia saranno oggetto di una tesi di Karl Jaspers.

Se in Leopardi la nostalgia è inclusa — senza alcuna connotazione distintiva — tra le forme del sentire, nel 1863 il “Vocabolario degli Accademici della Crusca” la definisce “desiderio tormentoso della patria lontana, e propriamente con carattere di malattia nervosa”. Per altro verso, gli scritti dell’esule Mazzini testimoniano la già avvenuta divulgazione del termine nell’Europa degli “émigrés”. Intanto la nostalgia, sottoposta al trattamento di poeti e romanzieri come Baudelaire e Victor Hugo, “si apre a un ventaglio di sensi, sfuma nell’indefinito, si contamina con tutte le forme di una sensibilità che conosce l’abbandono alla rêverie [fantasticheria] e il bianco torpore dello spleen [malessere esistenziale], diviene insomma la sponda sensitiva e increspata e irrisolta della memoria” [Preti].

Con Kant la nostalgia lambisce le ombre dell’interiorità. In un passaggio della sua “Antropologia”, sostiene che nel desiderio del ritorno si cerca non un luogo, ma un tempo, il tempo della giovinezza: la terapia del ritorno, consigliata nei casi clinici di nostalgia, produce insieme delusione e guarigione, perché tornando nel paese natio ci si rende conto che il tempo della giovinezza lì trascorso è finito per sempre.

A questa ferita del tempo Leopardi dava il nome di “ricordanza”: “Ogni uomo sensibile prova un sentimento di dolore, o una commozione, un senso di malinconia, fissandosi col pensiero in una cosa che sia finita per sempre, massime s’ella è stata al tempo suo, e familiare a lui” (“Zibaldone”, 1821). Il dolore della ricordanza, quindi, ha origine proprio nell’esperienza dell’irreversibile.

Alla condizione dell’esilio è connaturata la nostalgia, ma il “desiderium patriae” scava solitudini, consuma speranze. Lo spaesamento dello straniero come del migrante è certamente affollato dalle immagini della terra e dell’appartenenza perdute, ma può anche aprirsi al vuoto dell’assoluta estraneità, essere accerchiato dalla violenza che deriva dalla perdita di ogni protezione: diventa un vagare senza meta, un oblio delle delle proprie radici.

Al contrario, il simbolo del “nostos”, Ulisse, ha un meta come fonte e ragione del suo agire. E la predizione di Tiresia, ossia che l’eroe omerico dopo il ritorno a Itaca avrebbe dovuto rimettersi in mare, più che la punizione di un errore allude al fatto che l’idea stessa di avventura non ha un limite. Così si riapre incessantemente lo spazio della nostalgia.

In un’altra versione del mito, Ulisse non torna a Itaca: i versi dei Dante, nel Canto XXVI dell’Inferno, muovono da da questa cancellazione del ritorno. Non Itaca, ma l’ignoto è la sorgente e insieme la meta del viaggio. L’esito ultimo della nostalgia è l’azzardo: il ritorno è solo la forma esteriore del desiderio, in cui si nasconde quell’ardore per la conoscenza che brucia ogni romantica nostalgia.

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