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La malinconia delle élite intellettuali. Il Bloc Notes di Magno

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Letteralmente malinconia o melanconia significa “bile nera”. Il Bloc Notes di Michele Magno

La parola malinconia o melanconia deriva dal greco μελαγχολία (melancolia) composto da μέλας (nero) e χολή (bile). Letteralmente, quindi, malinconia o melanconia significa “bile nera”.

Secondo le teorie della medicina dell’antica Grecia diffusesi con la scuola di Ippocrate, i caratteri ed i conseguenti comportamenti umani sono determinati dalla combinazione dei quattro umori base: bile nera, bile gialla, flegma e sangue (umore rosso).

Pertanto, la malinconia indica quello stato d’animo che deriva da un misto di tristezza, inquietudine, malumore, tedio, uggia. Le forme più arcaiche, melanconia e melancolia, in disuso nel linguaggio corrente, sono utilizzate in letteratura o in medicina per indicare lo stato patologico molto vicino a quello che oggi identifichiamo col termine depressione.

Aristotele sosteneva che tutti gli uomini eccezionali – nell’attività filosofica o politica, artistica o letteraria – hanno un temperamento malinconico. Ma il filosofo greco, come ha scritto il neurologo Paolo Berruti in un aureo saggio sulla rivista PsicoArt (settembre 2014), non è certo responsabile della leggenda metropolitana, assai diffusa in ambienti tra il bohémien e il nevrotico, secondo cui per essere “artisti” è necessario essere depressi.

Una cattiva letteratura ha contribuito a coltivare questo equivoco. Da qui nasce il mito della depressione come tratto distintivo delle élite culturali e dei ceti borghesi più elevati, mentre gli odierni studi epidemiologici dimostrano che essa colpisce tutte le classi sociali. In tale confusione se ne è persa di vista l’essenza stessa. Fondamentale – sostiene Berruti – è allora tenere ferma la distinzione tra temperamento malinconico e malattia.

Per semplificare, possono rappresentare la categoria dei malinconici Giacomo Leopardi ed anche Cesare Pavese, che si tolse la vita nel 1950 con una lucida motivazione razionale, così come aveva fatto Seneca nel 65 d.C. Diverso, e rappresentativo della categoria di malattia, è invece il suicidio, nel 1961, di Ernest Hemingway travolto da una psicosi maniaco-depressiva. Fortunatamente, il suicidio non è la conclusione obbligatoria di una patologia che nei casi più gravi ha le caratteristiche di uno squilibrio della mente, biologico e totalizzante.

È una sofferenza angosciosa e profonda di cui non si immagina la fine, un fitto labirinto di cui il malato non vede né cerca l’uscita. Mentre lo schizofrenico non ha consapevolezza della malattia, il depresso endogeno non ha fiducia nella terapia. Nulla può cambiare. Niente può aiutare. La depressione vera, ammonisce Berruti con un’immagine efficace, è come un mare senza luci, senza orizzonti, senza spiagge (psicofarmaci e psicoterapia non sempre fanno miracoli). Quella speranza che fortunatamente oggi sorride persino a chi è affetto da un tumore, al depresso è negata. È dunque evidente che “in presenza di vera depressione non esiste nessuna possibilità creativo-artistica”. Che esiste, invece, nella fase di avvicinamento a queste “massime profondità” depressive, ma soprattutto nelle fasi di risalita.

In questo senso, viene in mente una celebre opera-simbolo: “Melencolia” di Albrecht Dürer, forse l’unico artista tedesco veramente rinascimentale. Datata 1514, è un “bulino”, cioè una stampa ottenuta con una punta di acciaio capace di incidere la lastra di rame – poi inchiostrata – con un segno molto netto ed eloquente. Un’opera complessa, evidentemente pensata a lungo, che ha diverse chiavi di lettura, e che non fortuitamente coincide con l’anno di morte della madre del pittore. La figura solenne, ali semichiuse e sguardo nel vuoto, seduta su un gradino di pietra, con la testa sorretta da un braccio puntellato dal ginocchio, raffigura egregiamente l’inerzia del ripiegamento tipica del depresso. È un’immagine femminile, che allude alla prevalenza della depressione nelle donne. Anche il cane, amico fedele, giace immoto e raggomitolato in se stesso. Soltanto un piccolo genio alato appare attivo e scrive, quasi a testimoniare un briciolo di vitalità non del tutto perduto. Gli strumenti di lavoro abbandonati per terra stanno a indicarne la mancanza di significato e di uso, in questa situazione di luce spettrale, in cui la vita è come immobile e cristallizzata.

In un cielo scuro, su un mare che immaginiamo gelido e fermo, la parola Melencolia è portata in volo da un pipistrello, animale ambiguo che teme la luce, dotato di ali iconograficamente simili a quelle del diavolo, angelo caduto. Questa è l’opera dell’incapacità di trovare un aggancio con la vita, e tutto è abbandono. L’essenza della depressione, come osserva acutamente Berruti (che è anche un collezionista d’arte) qui splendidamente colta. Anche la presenza dell’arcobaleno sta a significare, con la luce vivida della cometa, la speranza o il riemergere della vitalità. È il “ritorno alla luce”. E questo ci dice che qui vediamo rappresentato, con sommo ingegno, il temperamento malinconico e non la depressione endogena, che in fase acuta nulla spera.

In tempi più vicini, merita di essere menzionato “L’urlo” (1893), il capolavoro di Edvard Munch. È una tempera e pastello su carta, a tinte scure, tipicamente depressive: il soggetto ritratto, lasciandosi alle spalle il mondo, va verso l’osservatore, urlando tutta la sua angoscia, con la testa tra le mani. La rappresentazione è di una forza icastica eccezionale e coinvolgente o, più precisamente sconvolgente. Come il vissuto del pittore: “Sentii un urlo attraverso la natura […], i colori stavano urlando”. L’artista dipinse l’anno prima “Melancolia”, e anche lì c’è il gesto di volgere le spalle alla natura e al mondo circostante, cioè alla vita. Le due opere sembrano quasi presagire il suo ricovero in una clinica psichiatrica. A conferma, una sua confessione: “i miei quadri sono il mio diario”.

E infine, per chiudere con un esempio più vicino, che si riallaccia alla psicopatologia: “Dipingere è un modo di rendere più sopportabile la propria disperazione trasferendola sulla tela”. Parola del pittore inglese Francis Bacon, scomparso nel 1992.

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