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La lezione di Raffaella Carrà

Raffa

La lezione della “Raffa” nazionale: un’Italia non ideologica ma geniale e normale. Il corsivo di Paola Sacchi

 

La morte di “Raffaella” vissuta come quella di uno di casa. Si riavvolge di colpo il nastro del film della vita di milioni di italiani comuni, di ex ragazzi cresciuti a “Tuca tuca” e Studio Uno. Sono i boomer, o baby boomer, tanto sfottuti oggi come vecchi nostalgici da, si passi la parola, un po’ pallosi quarantenni che non sanno cosa si sono persi. E tu vuoi mettere vedere in diretta, in bianco e nero, il “Tuca Tuca” di Carrà con Alberto Sordi, Italia-Germania 4 a 3 (e tiè), imitare “Raffa” con il caschetto e gli hot pants indossati per le feste a casa dei compagni di Liceo classico, talvolta persino portati in classe, rigorosamente nascosti sotto il grembiule nero. Cose così. Oppure hot pants directly anche senza grembiule, come fece una volta una mia ardita compagna di classe, con gambe da attrice, solo perché arrivò in ritardo, trafelata. Ne nacque un casino. Il più tollerante fu proprio il prete, come un po’ volgarmente chiamavamo l’insegnante di Religione, allora obbligatorio e vittima di tutte le nostre intemperanze, perché l’anello più debole della catena professorale. La tostissima insegnante di Latino e Greco ti poteva anche aspettare con le forbici in mano lungo le scale se gli arrivavi solo con il grembiule troppo corto. Te lo poteva scucire per allungarlo. Mi è parsa di ritrovarla anni dopo in quella meravigliosa gag di Anna Marchesini, mia compagna di scuola, nella nostra città di origine Orvieto, al Liceo Classico Filippo Antonio Gualtiero (senatore e ministro del Regno) sulla ministra Falcucci, quando urla, chiamando solo  per cognome uomini e donne come in una caserma: “E tu, e poi tu fuori e non venite truccate così!”.

Gli hot pants di “Raffa” cambiarono tutto. Erano i 70, con pantaloni a zampa di elefante, tanti sogni da realizzare e soprattutto capire che caspita fare terminato quel Liceo, bello ma di provincia dove la vita del mondo ti arrivava un po’ ovattata. Ma sempre proiettato sul mondo, in classe i figli degli ingegneri, dei manager, molti neppure di Orvieto, dal Nord e dal Sud, che stavano ampliando l’A1 e facendo la direttissima Fs Roma-Firenze. Erano i pericolosi 70, di terrorismo e scontri sociali nelle grandi città, ma anche lì da noi in classe qualche esagitato ti diceva che l’A1 serviva solo a Agnelli per vendere le macchine, ti trovavi stretto tra questi di estrema sinistra (di solito non dei poveracci, anche perché allora al Classico poveracci in generale non li trovavi) e l’insegnante scuci- grembiule. Ma quando tornavi a casa con i tostissimi compiti da fare, prima, quasi di nascosto da quelli di casa, ti attaccavi alla radio per non perderti il colonnello Buttiglione poi generale Damigiani a “Alto gradimento” di Boncompagni e Arbore. E “mentre eravamo riuniti alla caserma Zanzibar”, dove “avvertimmo scosse ondulatorie, sussultorie” e “Rai, mi passi un suo superiore”, morivamo di matte risate. Poi, soprattutto la domenica era solo tutta dedicata a Raffa in tv. Oltre che alla radiocronaca “Scusa Ameri” su “GiggiRriva” e il Cagliari campione d’Italia. Si studiava di notte, il giorno al bar del Tennis, dove cmq non potevi arrivare già bardato di tutto punto, come fa qualche nuovo politico di oggi, perché ti dovevi cambiare negli spogliatoi. Italia di ceto medio normale di provincia, attaccata al jukebox, Patty Pravo, Silvie Vartan e “come un ragazzo capelli giù, porto il maglione che porti tu”. Ma la Carrà soprattutto. Che riunificava tutti, me, mia madre incavolata perché studiavo poco e di notte, le ragazze “truccate così” del Liceo e l’insegnante che di nascosto però Raffa se la guardava in tv.

Ha ragione Daniele Capezzone, “quella era una Tv, una radio che amavano gli italiani, amavano il pubblico, non volevano rieducarlo”, come ha detto ieri sera da Nicola Porro a Quarta Repubblica, su Rete 4, Mediaset. Quella era una Tv dove il politically correct neppure sapevano cosa fosse. E probabilmente se ci fosse stato certe trasmissioni manco sarebbero state possibili. Ve l’immaginate Raffa che intervista la Marchesini “sessuologa” “Merope generosa” in una continua allusione ai  simboli fallici? Stavamo meglio quando stavamo peggio, come recita il vecchio adagio? Eravamo di sicuro proiettati con molta grinta ma anche con sorridente ottimismo sul futuro. Questo ed altro ci fa pensare la lezione della nostra “Raffa” nazionale. Ovvero l’Italia non ideologica ma geniale e normale.

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