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La lezione di Jan Palach 51 anni dopo

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L’articolo di Giuliano Cazzola

Impantanati nella melma maleodorante della politica italiana oggi nessuno rammenterà una ricorrenza tragica di un’Europa divisa dal Muro di Berlino e dagli accordi di Yalta. Una ricorrenza che dovrebbe far apprezzare il cammino che da allora il Vecchio Continente ha percorso, nella libertà, nell’unione e nella sicurezza. Nella notte tra il 20 e il 21 agosto del 1968, con una rapidissima operazione militare, le truppe del Patto di Varsavia (sovietiche, polacche, della DDR, ungheresi e bulgare; la Romania si rifiutò di prendervi parte con le proprie) occuparono la Cecoslovacchia senza incontrare alcuna resistenza se non quella passiva e ostile della popolazione. Jan Palach, un giovane ceco, all’inizio del 1969, si diede fuoco per protesta e divenne il simbolo della resistenza a quel tragico evento che interrompeva manu militari la c.d. Primavera di Praga ovvero il tentativo del Partito comunista cecoslovacco e del suo leader Alexander Dubcek di avviare un profondo programma riformista con la restaurazione delle libertà civili e politiche (ovvero un’impossibile quadratura del cerchio).

Il nuovo corso di Praga non metteva in discussione il sistema economico-sociale, l’assetto delle alleanze né si proponeva (di questo intendimento fu accusata la rivoluzione ungherese del 1956, stroncata nel sangue dall’Armata rossa) di abbattere il regime comunista. Non c’erano dunque ragioni di politica internazionale o di sicurezza del blocco sovietico che giustificassero quell’intervento (secondo la logica del Patto di Yalta). Peraltro, in quello stesso frangente, la Romania era impegnata in una politica estera caratterizzata da significativi distinguo da Mosca. Ma sul piano interno il partito comunista di Nicolae Ceausescu manteneva il controllo del Paese con il solito pugno di ferro. Leonida Breznev, il leader del Pcus, giustificò l’aggressione militare con la necessità di salvare ‘’le conquiste del socialismo’’, enunciando il principio della ‘’sovranità limitata’’ che rimase da allora in poi (fino all’avvento di Gorbaciov) alla base della politica di Mosca sull’Est europeo, con la conseguenza di bloccare ogni tentativo di rinnovamento. Gli Stati Uniti erano troppo impegolati nella guerra del Vietnam (e nelle reazioni che quel conflitto determinava sul piano interno) per non attenersi alla tradizionale politica di non ingerenza sulle vicende di Oltrecortina. L’esperimento cecoslovacco costituiva la risposta ‘’venuta dal freddo’’ alla contestazione giovanile e studentesca che, in quegli stessi mesi, attraversava, come un brivido, il mondo occidentale, dal ‘’maggio francese’’ ai campus universitari degli Usa, dalla Germania all’Italia stessa.

Sembrava che la struttura politica e sociale, ingessata in un sistema bipolare delle alleanze internazionali ed ereditata nell’immediato dopoguerra, stesse per crollare e fare posto a regimi più giusti e solidali. Soprattutto nella sinistra comunista – nonostante la presenza di settori obbedienti a Mosca che guardavano con sospetto alla Primavera di Praga – la nuova prospettiva lasciava sperare che il socialismo e la democrazia non fossero tra loro inconciliabili. L’aggressione, preceduta da inaccettabili ukase dei vertici del Pcus nei confronti dei compagni cecoslovacchi e da negoziati finti le cui intese vennero violate dall’Urss che intendeva solo guadagnare tempo per preparare gli eserciti , suscitò molta impressione ed un grande dibattito. In quei giorni io stavo frequentando un corso estivo di formazione presso la Scuola della Cgil, ad Ariccia; avevo 27 anni ed ero componente della segreteria della Fiom di Bologna.

La notizia deflagrò all’improvviso in mezzo ad una comunità affidata a se stessa e ai funzionari minori che svolgevano la funzione di istruttori. Ne uscì una discussione molto libera, senza che si sapesse quale fosse la ‘’linea’’. Ad ognuno di noi toccò di fare i conti con la propria coscienza. Se ben ricordo furono prevalenti le dichiarazioni di solidarietà con l’Unione sovietica che, essendo la ‘’patria del socialismo’’, era legittimata a giudicare la purezza della linea degli altri partiti comunisti, soprattutto di quelli che facevano parte del suo blocco. Alcuni, tuttavia, seppero trovare le parole del coraggio. Ricordo in particolare l’intervento di Poldo Meneghelli che definì l’Urss ‘’uno squallido gendarme’’. Poi, nel pomeriggio, il colpo di scena: un cominicato dell’Ufficio politico del Pci che prendeva le distanze dall’invasione. Era la prima volta che il gruppo dirigente comunista si dissociava esplicitamente da un’iniziativa assunta da quello che era considerato il Paese-guida. Vale allora la pena di riprodurre quel documento: ‘’Allo stato dei fatti, non si comprende come abbia potuto in queste condizioni essere presa la grave decisione di un intervento militare. L’ufficio politico del PCI considera perciò ingiustificata tale decisione, che non si concilia con i principi dell’autonomia e indipendenza di ogni partito comunista e di ogni Stato socialista e con le esigenze di una difesa dell’unità del movimento operaio e comunista internazionale. È nello spirito del più convinto e fermo internazionalismo proletario, e ribadendo ancora una volta il profondo, fraterno e schietto rapporto che unisce i comunisti italiani alla Unione Sovietica, che l’ufficio politico del PCI sente il dovere di esprimere subito questo suo grave dissenso’’.

Fu questa la prima reazione del Pci. Oggi il comunicato dell’Ufficio politico (il più importante organo esecutivo in quel momento) ci appare un po’ contorto e cerchiobottista. Allora fu salutato – per l’espressione di un ‘’grave dissenso’’ – come una vera e propria svolta nella linea di condotta del Pci, a cui tutti facevano sempre grandi aperture di credito. La Cecoslovacchia venne ‘’normalizzata’’, ma il seme della resistenza al regime non fu mai espiantato del tutto. La storia si è vendicata applicando fino in fondo la regola del ‘’simul stabunt, simul cadent’’ ai Paesi del socialismo reale. Ci vollero, però, altri vent’anni per arrivare al 9 novembre 1989 e al crollo del Muro di Berlino. I fatti che seguirano quella storica giornata, dopo la quale i regimi totalitari dell’Est europeo caddero uno dopo l’altro come in un gioco del domino, mi portarono a Praga l’8 dicembre di quello stesso anno. Ero allora membro della segretria confederale della Cgil e fui mandato in missione in Cecoslovacchia insieme col collega Antonio Pizzinato (ed una segretaria, Magda, di nazionalità ceca che faceva da interprete) per dare un contributo alla svolta che si annunciava anche in quel Paese. Il vecchio regime era ancora al potere, ma ormai stava per passare la mano. Praga era bellissima, ben curata, i negozi erano pieni di ogni bendidio (per rabbonire la popolazione). Non vi era alcun segnale di violenza. Nelle fabbriche erano state elette rappresentanze autonome dei lavoratori, la gente si riuniva nel punto in cui si era sucidato Ian Palach, intonava un inno, poi si scioglieva in ordine ed in silenzio.

Mi accorsi ben presto che noi non avevamo capito nulla della nuova situazione. Andammo, infatti, a stanare nelle catacombe in cui erano stati confinati i dirigenti del Pc di Dubcek, nella convizione che sarebbero stati loro i protagonisti del nuovo corso, ripristinando la politica del socialismo dal volto umano (ma sempre socialismo). Nei vent’anni che erano trascorsi da quel tragico 1968 erano venuti alla ribalta altri leader, convinti di un principio estraneo alla cultura della Primavera: non esistono libertà politiche senza libertà economiche. E pertanto il socialismo di Stato non è la soluzione, ma il problema. Ricordo questi vecchi signori che ci guardavano stupiti per il fatto che qualcuno fosse venuto dall’Italia (portando seco anche qualche migliaio di dollari per dare concretezza alla solidarietà) a cercare di loro. Conservo un ricordo ben distinto di una persona che, nel 1968, aveva svolto le funzioni di segretario parlamentare di Alexander Dubcek. Lo andammo trovare a casa sua, conversammo con lui, poi lo accompagnammo al lavoro: faceva il guardiamacchine notturno. Era questo il posto che il regime gli aveva concesso. Quando ci salutò ci scrutò a lungo con i suoi occhi celesti. Come il cielo sereno di una primavera lontana e perduta per sempre.

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