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La “Germania” di Tacito, “un libro molto pericoloso”. Il Bloc Notes di Michele Magno

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Germania Tacito

Il Bloc Notes di Michele Magno

Arnaldo Momigliano definì la “Germania” di Tacito, composto nel 98 d.C, “un libro molto pericoloso”. Come ha osservato Paolo Fedeli (Lectio brevis, Accademia dei Lincei, novembre 2015), fin dall’inizio del XVI secolo fu letto e usato in chiave nazionalistica. Del resto, lo stesso Tacito aveva fornito ai tedeschi, nei suoi “Annali”, il ritratto del loro eroe: Arminio, il condottiero indomito che aveva sterminato nella foresta di Teutoburgo le legioni romane di Quintilio Varo (9 d.C). Ben si comprende, quindi, come già ai tempi della sua scoperta in epoca umanistica l’opera del senatore romano abbia suscitato interessi non solo filologici, ma soprattutto storici e etnografici. Interessi destinati ad accentuarsi nell’Ottocento, allorché il trionfo degli spiriti nazionalistici alimentò nella cultura tedesca la ricerca delle radici della propria storia.

Heinrich Himmler lesse per la prima volta la “Germania” di Tacito nel 1924. Il futuro capo delle SS non nascose il suo entusiasmo per i capitoli sulla purezza dei “Germanen”, e capì subito quale formidabile strumento di propaganda potessero costituire. Che, poi, Tacito li avesse descritti anche come ubriaconi, collerici, pronti a giocarsi ai dadi la libertà personale, veniva tranquillamente passato sotto silenzio.

Nel luglio del 1935, vivamente impressionato dalle teorie di Hermann Wirth, Himmler decise di creare insieme a lui un’associazione, la “Deutsche Ahnenerbe” (“Eredità degli antenati tedeschi”), che aveva lo scopo di promuovere “la scienza dello spirito preistorico tedesco”: scopo apparentemente scientifico, ma chiaramente finalizzato alla ricostruzione del mito della razza ariana. Qualche anno dopo Himmler ribadì che l’associazione consisteva si proponeva di sviluppare lo studio dell’antichità germanica e dell’identità razziale dei germani, per trasmetterla al popolo quale insegnamento di vita.

Si spiega così, anche, il suo tentativo di impossessarsi del manoscritto originale di Tacito, incluso nel celebre “Codex Aesinas” e custodito a Jesi nella biblioteca del conte Balleani. Infatti, nell’autunno del 1943 un drappello di SS fece irruzione nella sua villa trovandola però vuota, perché abbandonata dai proprietari a causa del precipitare degli eventi bellici. Una vera e propria ossessione, quella di uno degli uomini più potenti e crudeli del regime hitleriano, raccontata da Christopher B. Krebs in un saggio affascinante, che meriterebbe di essere ristampato in tempi segnati dal riemergere di inquietanti pulsioni antisemite e razziste (“Un libro molto pericoloso. La ‘Germania’ di Tacito dall’impero romano al Terzo Reich”, Il Lavoro Editoriale, 2012).

Secondo l’insigne docente di Filologia classica alle Università di Harvard e Princeton, l’opera di Tacito esercitò una grande influenza per quasi mezzo millennio perché forniva una risposta a una domanda legittima: la fondazione di una coscienza nazionale tedesca. Infatti, prima che la Confederazione del nord e i principati del sud si unissero per formare l’impero germanico (18 gennaio 1871), non esisteva uno stato nazionale tedesco e i cartografi sospiravano guardando l’Europa centrale, disperati per la confusione in cui versava.

Prima di allora la Germania esisteva solo come sentimento. Agli inizi del Cinquecento, umanisti che vivevano al nord delle Alpi si autodefinivano “tedeschi” e spingevano i loro connazionali a studiare e riunirsi in difesa della patria. Essi trovarono nell’opuscolo di Tacito questa patria: un popolo di uomini coraggiosi dai costumi rozzi, se paragonati a quelli raffinati dei romani, ma dalle superiori virtù morali e appartenenti a una stirpe incontaminata.

L’ideologia nazista, quindi, non è nata dal nulla. Nella creazione dei suoi concetti basilari (razzismo e mito del “Volk”) la “Germania” — sostiene Krebs — è un libro molto pericoloso non perché si adattava alla cornice del nazionalsocialismo, ma perché ha contribuito a formarla. Ad esempio, le leggi di Norimberga “per la difesa del sangue e dell’onore tedesco”, approvate nel 1936, vietavano i matrimoni tra ebrei e tedeschi, così come si credeva che ai “Germanen” di Tacito fossero imposte restrizioni alla libertà di contrarre matrimonio con stranieri.

Le idee assomigliano ai virus: dipendono dalle teste che le ospitano. Si moltiplicano e cambiano nella forma o nella struttura, si uniscono e formano le ideologie. Esse si diffondono attraverso i secoli e passano da un gruppo sociale a un altro. Il virus della “Germania”, importato alla fine del Quattrocento dall’Italia, mostrò localmente diversi sintomi nei testi storici, nei trattati linguistici, nella cultura e nella politica, nelle leggi, nelle teorie razziali, e persino nei manuali scolastici; e tutti erano prova di una grave malattia. Poi, dopo trecentocinquant’anni di incubazione, il male si aggravò e sfociò in una infezione sistemica culminata nella tragedia più immane del Novecento.

Al termine del conflitto mondiale il codice “Aesinas” fu depositato dal conte Aurelio Balleani in una cassetta di sicurezza del Banco di Sicilia a Firenze. Seriamente danneggiato dallo straripamento dell’Arno nel novembre 1966, venne restaurato nell’Abbazia di Grottaferrata e, alla morte del conte, fu donato dagli eredi allo Stato italiano. Dal giugno 1994 è conservato nel fondo Vittorio Emanuele della Biblioteca Nazionale Centrale di Roma.

A Detmold, città della Renania-Vestfalia luogo della battaglia di Teutoburgo, dal 1875 il monumento di Arminio, una gigantesca statua di bronzo, si erge a quasi 54 metri di altezza su un mausoleo. Da maggio a ottobre del 2009, in occasione del bimillenario della vittoria di Arminio, è stata il teatro di imponenti celebrazioni con il patrocinio del governo federale. Per sei mesi il codice Aesinas fu finalmente visto da decine di migliaia di tedeschi. Dove avevano fallito sia Hitler che Himmler, era riuscita invece — sia pure temporaneamente — Angela Merkel. Un piccolo paradosso della storia.

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