La regione artica, a causa del cambiamento climatico, è improvvisamente emersa dallo scioglimento dei suoi millenari ghiacciai come un’arena di competizione strategica e continua escalation di tensioni tra grandi potenze, dopo l’invasione russa dell’Ucraina del 24 marzo 2022. Storicamente, l’Artico è stato un teatro di interesse strategico, in particolare durante l’era della Guerra Fredda, quando i timori dell’espansionismo sovietico spinsero l’Alleanza Atlantica a significativi dispiegamenti militari. Dopo un lungo periodo di pace caratterizzato da sviluppo socioeconomico, tecnologico e collaborazioni scientifiche, la repentina inversione di rotta della politica estera dell’amministrazione Trump sta provocando una ricalibrazione dei rapporti tra l’Unione Europea e gli USA. Lo tsunami geopolitico scatenato dall’asse del male delle autocrazie, ora alimentato anche dalle ambizioni artiche del presidente Donald Trump, stanno riaccendendo le tensioni nel Grande Nord, non solo tra i Paesi cosiddetti Artici, ma anche tra gli Stati Uniti ed i suoi alleati NATO.
I Paesi Artici Canada, Finland, Iceland, Norway, The Russian Federation, Sweden, The United States, ognuno dei quali persegue strategie distinte e modellate da realtà geografiche, capacità militari e interessi nazionali, nel 1996 hanno costituito il “Consiglio Artico”, successivamente allargato ad altri Paesi “Osservatori” dei quali dal 2013 fa parte anche l’Italia.
La militarizzazione dell’Artico, sottolineata dal formidabile dispiegamento logistico militare della Russia, dall’enfasi degli Stati Uniti sulla difesa missilistica e dall’integrazione dei Paesi nordici nel quadro della NATO, riflette una complessa interazione tra proiezione di potenza, competizione sulle risorse e rivendicazioni territoriali.
DIFESA ARTICA
La regione polare sta subendo rapidi cambiamenti: il ghiaccio si sta sciogliendo, il permafrost si sta sciogliendo e stanno emergendo nuove rotte marittime. Mentre la Russia e la Cina stanno espandendo le loro capacità artiche in navi, infrastrutture e scienza, gli Stati Uniti stanno oggi investendo quasi esclusivamente in maggiori capacità militari e rompighiaccio, ma riducendo gli investimenti nella scienza che alimenterà il nostro futuro.
La scienza è la chiave per il dominio nell’Artico – i tagli degli Stati Uniti ai fondi universitari avranno ripercussioni negative anche sui programmi di ricerca scientifica nell’Artico, minando anche quelli relativi alla sicurezza e alla difesa, favorendo ulteriormente Russia e Cina. – Oggi, la politica artica dell’amministrazione Trump rischia di indebolirsi ulteriormente, anche per le divisioni che sta alimentando in seno agli Alleati artici ed europei.
La deterrenza e la difesa nell’Artico del ventunesimo secolo dipendono anche dallo sviluppo continuo di capacità scientifiche per l’osservazione, il monitoraggio e il rilevamento.
Sia la Russia che Cina lo riconoscono nelle loro strategie artiche, costantemente innovate. La Russia continua a costruire basi artiche e a dispiegare infrastrutture a duplice uso lungo la rotta del Mare del Nord. La Cina, con le sue avanzate navi da ricerca polare e le sue estese reti satellitari, sta cercando di esercitare un’influenza attraverso la sua portata scientifica e tecnologica. –
La Cina già ha stabilito due basi di ricerca nell’Artico: la Stazione del Fiume Giallo (Svalbard, Norvegia) e l’Osservatorio delle Scienze Artiche Cina-Islanda (CIAO) (Islanda).
La Federazione Russa, nel 2024 contava 32 siti militari continuamente frequentati nella regione artica. Si tratta di installazioni militari, non di basi di ricerca scientifica, e separate dalle attività di ricerca accademica o ambientale.
Gli Stati Uniti gestiscono sei importanti stazioni o strutture di ricerca nell’Artico. Questi sono i principali hub infrastrutturali dedicati tutto l’anno alla scienza artica. Inoltre, gli Stati Uniti sostengono anche numerosi campi temporanei sul campo e attività scientifiche in tutta la regione, ma queste non sono basi permanenti e possono variare stagionalmente.
Il campo di battaglia nel “global common” artico, sciogliendosi diventa sempre più conteso: motivo per cui gli Stati Uniti devono adottare una strategia artica più proattiva, che non significa abbandonare la loro attenzione sull’Indo-Pacifico, ma senza un coordinamento più forte e un’agilità scientifica cooperativa, gli Stati Uniti rischiano uno svantaggio strategico, perché la RPC si immagina e pretende di essere una potenza polare e intende rimodellare il sistema internazionale a suo favore.
Il futuro conflitto con la RPC non sarà geograficamente limitato all’Indo-Pacifico, ma è già iniziato in Europa e avrà come obiettivo strategico il controllo della regione artica. Scenario che la politica isolazionista del Progetto 2025 perseguito dall’Amministrazione Trump non riesce a comprendere. Ritornando a implementare subito una strategia artica proattiva, gli Stati Uniti possono dissuadere la Cina dall’espandere il suo controllo sull’Artico e sulle sue risorse critiche. Il campo di battaglia del futuro si sta sciogliendo e solo agendo oggi gli Stati Uniti e i loro alleati della NATO possono vincere la guerra di domani nell’Artico.
Questa analisi basata su dati aggiornati al 2024, descrive brevemente le strategie dei Paesi Artici, approfondendo cifre su stanziamenti militari, risorse navali, basi aereospaziali, flotte di rompighiaccio e le dispute di sovranità, contestualizzandole nell’attuale panorama geopolitico. La Cina, autodefinitasi “near-Artic State”, non verrà citata, seppur rappresenta un attore primario nella competizione strategica per l’Artico, insieme ad altre nazioni europee e NATO, come la Turchia.
CANADA
L’Artico canadese si estende per oltre 4 milioni di chilometri quadrati, comprese 36.563 isole, e la sua costa di 162.000 chilometri, la più lunga di qualsiasi nazione artica, evidenzia le sfide logistiche del mantenimento della sovranità. Storicamente, la presenza militare canadese nella regione è stata modesta, con un numero di truppe che oscilla tra i 200 e i 500 nelle basi permanenti come la Canadian Forces Station Alert (CFS), l’insediamento abitato ininterrottamente più a nord del mondo, situato a soli 817 chilometri dal Polo Nord. Durante le esercitazioni annuali dell’”Operazione Nanook”, tuttavia, i dispiegamenti di truppe aumentano, spesso superando i 1.000 effettivi, come dimostrato nell’iterazione del 2024, che ha coinvolto oltre 700 soldati canadesi insieme a contingenti di Stati Uniti, Danimarca e Norvegia. Queste esercitazioni, condotte nei domini terrestre, marittimo, aereo e cibernetico, simulano risposte alle minacce alla sovranità e alle crisi ambientali, riflettendo la duplice attenzione del Canada alla difesa e alla preparazione ai disastri. La spina dorsale della strategia canadese per l’Artico risiede nell’affermazione della sovranità sul Passaggio a Nord-Ovest, una rotta marittima che attraversa l’arcipelago canadese e che ha acquisito importanza con lo scioglimento dei ghiacci e l’estensione dei periodi di navigabilità. L’investimento canadese di 1,86 miliardi di dollari, annunciato nel 2024, segna un’escalation significativa nella postura di difesa dell’Artico, mirando al potenziamento delle infrastrutture critiche per affermare il controllo sui suoi vasti territori settentrionali. Questo finanziamento servirà a rafforzare le basi aeree di Iqaluit e Resolute, hub logistici come la Nanisivik Naval Facility e dotazioni militari adatte a operazioni in condizioni di freddo estremo. Nel 2025, il Canada conta nella sua flotta sette navi rompighiaccio, quattro pesanti e tre di classe media, in dotazione alla Guardia Costiera canadese, mentre altri due rompighiaccio pesanti sono in costruzione nell’ambito della National Shipbuilding Strategy. Queste navi, tra cui la CCGS Louis S. St-Laurent con un dislocamento di 11.345 tonnellate e una capacità di rompere il ghiaccio fino a 2 metri di spessore, sono integrate da otto navi da pattugliamento artico e offshore della classe Harry DeWolf gestite dalla Royal Canadian Navy. Il quartier generale della Joint Task Force North a Yellowknife coordina questi mezzi, insieme alle quattro basi aeree della Royal Canadian Air Force (RCAF) a Inuvik, Yellowknife, Iqaluit e Rankin Inlet, che ospitano i caccia CF-18 Hornet e gli aerei da pattugliamento marittimo CP-140 Aurora. La partecipazione del Canada al Comando di Difesa Aerospaziale del Nord America (NORAD), integra ulteriormente la sua rete di radar di Early Warning, che comprende 47 siti lungo il parallelo 70° Nord, in un quadro di alleanza con gli Stati Uniti, migliorando la sorveglianza su 7 milioni di chilometri quadrati di spazio aereo artico condiviso. Partnership che sicuramente subirà notevoli contraccolpi a causa delle tensioni scatenate dalle dirompenti dichiarazioni di annessione del Canada come 51emo Stato americano, della Groenlandia e dalla guerra commerciale dei dazi imposti dal presidente Trump.
RUSSIA
Secondo la Federazione Russa, una vasta porzione del Mar Glaciale Artico – che andrebbe addirittura a comprendere il Polo Nord geografico – deve essere considerata come un’estensione del territorio nazionale russo. La Rotta del Mare del Nord (Northern Sea Route – NSR) è un punto focale della strategia russa per l’Artico. Questo corridoio marittimo, che corre lungo la costa settentrionale della Russia, sta diventando sempre più navigabile a causa dello scioglimento dei ghiacci marini. Lunga circa diecimila chilometri, dal Mar di Barents il traffico navale dovrebbe arrivare allo Stretto di Bering, navigando lungo la costa settentrionale della Federazione Russa, costituendo una nuova via di trasporto dal Pacifico verso la Russia. Si tratta di una rotta notevolmente più breve di quella che si percorre attraverso lo Stretto di Malacca, l’Oceano Indiano, Suez e il Mediterraneo. La Northern Sea Route è un progetto incluso nella “nuova strategia marittima globale” che la Russia ha presentato a San Pietroburgo nel luglio 2022, subito dopo aver lanciato l’”operazione Militare Speciale” contro l’Ucraina, che considera tale rotta come una “via di comunicazione interna”. Per la Russia, il controllo di questa futura rotta non comporterebbe soltanto un guadagno economico derivante dall’aumento del traffico merci, dalle tariffe di transito e dalla riduzione dei tempi di navigazione, ma anche la governance militare strategica e la sovranità territoriale.
La strategia russa per l’Artico supera quella canadese per scala e intensità, riflettendo la sua impareggiabile posizione dominante a livello regionale e la sua percezione dell’Artico come perno della sicurezza nazionale. La Russia controlla il 53% dei 24.140 chilometri di costa dell’Oceano Artico e mantiene una presenza militare permanente di oltre 100.000 uomini in più di 40 basi, dalla Terra di Francesco Giuseppe a Ovest all’Isola di Wrangel a Est. La 200a brigata motorizzata di fucilieri, di stanza a Pechenga vicino al confine norvegese, comprende oltre 12.000 effettivi equipaggiati con carri armati T-80BVM ottimizzati per le condizioni artiche, che vantano capacità di visori per immagini termiche e una velocità massima di 70 chilometri all’ora su terreni innevati. L’80ª Brigata di fucilieri motorizzati artici, con sede ad Alakurtti, aggiunge altri 12.000 uomini, mentre le Forze di difesa costiera artica contribuiscono con oltre 10.000 uomini con il compito di proteggere gli approcci marittimi. Queste unità sono supportate da sistemi avanzati di difesa aerea, tra cui l’S-400 Triumf, con un raggio d’azione di 400 chilometri e la capacità di ingaggiare bersagli ad altitudini fino a 30 chilometri, e il sistema di difesa costiera Bastion, armato con missili antinave Oniks in grado di colpire bersagli a 600 chilometri di distanza.
La Flotta settentrionale russa, con sede a Severomorsk nella penisola di Kola, rappresenta la fortezza della sua potenza navale artica, con sei sottomarini balistici classe Borei, ognuno dei quali trasporta 16 missili Bulava con una gittata di 9.300 chilometri, e molteplici sottomarini d’attacco classe Yasen e Shchuka-B equipaggiati con missili da crociera Kalibr che raggiungono i 2.500 chilometri. Nel marzo 2021, la Marina della Federazione Russa ha voluto dare un’impressionante dimostrazione di capacità, quando tre sottomarini nucleari sono emersi simultaneamente attraverso ghiacci spessi 1,5 metri vicino ad Alexandra Land, un’impresa ripetuta nelle esercitazioni del 2024 con il Knyaz Vladimir di classe Borei. La flotta russa di rompighiaccio, che conta oltre 40 navi, comprende giganti a propulsione nucleare come l’Arktika, con un dislocamento di 33.530 tonnellate e una capacità di rompere ghiacci di 2,9 metri, garantendo l’accesso tutto l’anno alla Northern Sea Route (NSR). Sempre secondo la sua strategia marittima, la Russia mira a sfruttare intensivamente la NSR entro il 2035, con nuove classi di navi rompighiaccio nucleari e mercantili in grado di trasportare merci in maniera sicura e competitiva tutto l’anno. Questa rotta marittima di 5.600 chilometri, che riduce i tempi di transito tra Europa e Asia del 40% rispetto al Canale di Suez, ha movimentato 36,2 milioni di tonnellate di merci nel 2023, con proiezioni di 50 milioni di tonnellate entro il 2025, sottolineando il suo valore economico e strategico. La militarizzazione della Russia si estende anche nell’aerospazio, e le sue risorse aeree, con intercettori MiG-31BM – capaci di velocità superiori a Mach 2,83 – che operano da basi come Rogachevo, insieme a siti radar di allerta precoce, monitorano i movimenti della NATO attraverso il Mare di Barents.
STATI UNITI
Gli Stati Uniti, invece, adottano una strategia incentrata sulla difesa missilistica, sulla raccolta di informazioni e sulla sorveglianza, rafforzata da una rinnovata enfasi sulla contestazione delle rivendicazioni sulla piattaforma artica, in seguito alla Strategia nazionale per la regione artica del 2022 e alla Strategia artica del Dipartimento della Difesa del 2024. Con circa 25.000 soldati stazionati permanentemente in Alaska e Groenlandia, gli Stati Uniti, fino ad oggi hanno mantenuto un’impronta più leggera rispetto alla Russia, ma compensano con la sofisticazione tecnologica. La base spaziale di Pituffik in Groenlandia, ex base aerea di Thule, ospita il 12° Space Warning Squadron e un radar Ballistic Missile Early Warning System (BMEWS) con un raggio di rilevamento di 5.500 chilometri, parte integrante del rilevamento dei missili balistici intercontinentali (ICBM) nel corridoio polare. In Alaska, la Joint Base Elmendorf-Richardson di Anchorage e la Eielson Air Force Base di Fairbanks ospitano gli F-22 Raptor e i caccia stealth F-35 Lightning II; quest’ultima dal 2024 ospita due squadroni per un totale di 54 velivoli, che hanno migliorato la superiorità aerea sullo Stretto di Bering. Fort Greely, sempre in Alaska, supporta il sistema Ground-Based Midcourse Defense, con 44 intercettori in grado di neutralizzare i missili intercontinentali a metà volo, un deterrente fondamentale contro le minacce russe e cinesi.
Analisi strategica delle strutture militari americane in Groenlandia: Capacità, dinamiche geopolitiche e interessi globali
La distesa artica della Groenlandia è diventata il fulcro della strategia militare americana, sottolineata dagli ingenti investimenti degli Stati Uniti in infrastrutture militari, in particolare nella base aerospaziale di Pituffik. La base funge da centro vitale per la difesa missilistica, la sorveglianza spaziale e le operazioni nell’Artico, ancorando la posizione di difesa degli Stati Uniti in un ambiente geostrategico in rapida evoluzione.
ESAME ANALITICO DELLE CAPACITÀ MILITARI AMERICANE IN GROENLANDIA
La base aerospaziale di Pituffik (Thule), pietra miliare della presenza militare statunitense in Groenlandia, si trova a circa 750 miglia a Nord del Circolo Polare Artico. Fondata nel 1951 in base a un accordo bilaterale tra Danimarca e Stati Uniti, la base si è evoluta diventando un asset di primaria importanza della strategia di difesa americana. Nel suo nucleo, Thule fornisce capacità di allerta precoce senza pari, consapevolezza del dominio spaziale e supporto logistico per le operazioni nell’Artico. La sua posizione strategica consente agli Stati Uniti di monitorare i lanci missilistici provenienti da tutto l’emisfero settentrionale, comprese le potenziali minacce provenienti da Russia, Cina e Stati canaglia dotati di capacità missilistiche balistiche.
Il cuore del ruolo di difesa missilistica di Thule risiede nei suoi sistemi radar avanzati, in particolare l’AN/FPS-132 Upgraded Early Warning Radar (UEWR). Questo sofisticato sistema rileva e traccia i missili balistici intercontinentali (ICBM) e i missili balistici lanciati da sottomarini (SLBM), trasmettendo dati critici al Comando di Difesa Aerospaziale del Nord America (NORAD) e al Comando Strategico degli Stati Uniti. Fornendo il tracciamento e la valutazione in tempo reale delle minacce missilistiche, Pituffik svolge un ruolo indispensabile nell’architettura stratificata di difesa missilistica degli Stati Uniti, assicurando che le minacce siano identificate e neutralizzate ben prima che raggiungano il territorio americano o alleato.
Oltre alla difesa missilistica, la base è parte integrante delle operazioni nel settore spaziale. I suoi radar contribuiscono alla rete di sorveglianza spaziale (SSN), che monitora i satelliti, traccia i detriti orbitali e protegge le risorse spaziali critiche. Data la crescente militarizzazione dello Spazio e la dipendenza della guerra moderna dalla tecnologia satellitare, questa capacità è fondamentale per mantenere il dominio degli Stati Uniti nello Spazio. La posizione geografica di Thule offre inoltre una chiara linea di vista sui satelliti in orbita polare, consentendo il monitoraggio continuo e la comunicazione con risorse critiche per le operazioni civili e militari.
Le capacità logistiche di Pituffik aumentano ulteriormente il suo valore strategico. La base supporta le operazioni aeree e marittime nell’Artico, fornendo un terreno di sosta per le missioni di ricerca e salvataggio, la risposta ai disastri e la ricerca scientifica. Con l’Artico sempre più accessibile a causa dei cambiamenti climatici, queste capacità sono sempre più importanti per garantire gli interessi degli Stati Uniti nella regione.
IMPORTANZA GEOPOLITICA DELLA PRESENZA AMERICANA IN GROENLANDIA
La posizione dell’isola artica al confine tra l’Oceano Artico e l’Oceano Atlantico settentrionale la rende un punto critico per il controllo delle rotte marittime e dello spazio aereo transpolare. Con il cambiamento climatico che accelera lo scioglimento dei ghiacci artici, le rotte marittime precedentemente inaccessibili, come il Passaggio a Nord-Ovest e la Rotta del Mare del Nord, stanno diventando praticabili per la navigazione commerciale e militare. Queste rotte offrono tempi di transito significativamente più brevi tra i principali mercati globali, rendendoli corridoi altamente contesi.
La Groenlandia, in particolare, possiede vaste riserve di minerali di terre rare, essenziali per la produzione di tecnologie avanzate, tra cui sistemi di energia rinnovabile, semiconduttori e hardware militare. Poiché la Cina domina attualmente il mercato globale delle terre rare, garantire l’accesso a queste risorse è diventata una priorità strategica per gli Stati Uniti. La vicinanza della base di Pituffik ai giacimenti di risorse della Groenlandia la rende una risorsa fondamentale per proteggere gli interessi economici americani nella regione. L’importanza della Groenlandia per la sicurezza americana è ulteriormente sottolineata dal suo ruolo nella strategia artica della NATO. In quanto membro della NATO, la Danimarca facilita l’integrazione della Groenlandia nel più ampio quadro di difesa dell’Alleanza. Pituffik costituisce un collegamento critico nell’infrastruttura di difesa dell’Artico, consentendo operazioni congiunte, condivisione di informazioni e coordinamento tra gli alleati della NATO. Questa collaborazione è essenziale per contrastare l’influenza russa e cinese nella regione.
La flotta statunitense di rompighiaccio, tuttavia, rimane un anello debole, con solo due navi operative nel 2024: la USCGC Polar Star, entrata in servizio nel 1976 con una capacità di rompere i ghiacci di 2 metri, e la USCGC Healy, una rompighiaccio media varata nel 1999. Sono in costruzione tre Polar Security Cutter, progettati per rompere ghiacci di 2,5 metri, il primo dei quali dovrebbe essere consegnato nel 2027 in base a un contratto da 1,9 miliardi di dollari con VT Halter Marine. Questo ritardo è in netto contrasto con la flotta russa e ha dato vita al Patto ICE, un accordo trilaterale del 2024 con Canada e Finlandia per lo sviluppo congiunto di navi in grado di navigare nei mari artici, con l’obiettivo di consegnare otto unità entro il 2030. I pattugliamenti navali statunitensi, condotti principalmente da sottomarini della classe Virginia come l’USS Virginia, dotati di missili Tomahawk con una gittata di 1.700 chilometri, si concentrano sulla raccolta di informazioni sotto la calotta artica, integrata da aerei da pattugliamento marittimo P-8 Poseidon che operano dall’isola di Adak.
Per ovviare a questo svantaggio nei confronti degli altri player artici, il 9 aprile 2025 il Presidente Donald Trump ha firmato un ordine esecutivo volto a rivitalizzare l’industria navale americana che è rimasta molto indietro rispetto ai livelli di produzione dei suoi rivali, soprattutto della Repubblica Popolare Cinese. Inoltre, a dicembre la Guardia Costiera ha aggiunto il suo primo rompighiaccio polare in un quarto di secolo, uno sviluppo indispensabile per prevalere nella regione artica che ha prodotto un’impennata di attività militari. Per anni gli Stati Uniti sono stati stimolati da funzionari scientifici e militari a dedicare maggiori risorse all’ambiente artico in rapida evoluzione, ma è la recente collaborazione regionale tra Cina e Russia che sta dando origine a un nuovo senso di urgenza e di minacce. Il Presidente Donald Trump ha annunciato sabato che gli Stati Uniti hanno intenzione di acquistare rompighiaccio “di cui c’è estremo bisogno” dalla Finlandia in seguito alle preoccupazioni sulla sicurezza dell’Artico.
DANIMARCA
La strategia artica della Danimarca si basa sull’affermazione della sovranità sulla Groenlandia e sulle Isole Faroe, facendo leva su una modesta ma agile presenza militare per pattugliare i suoi 1,3 milioni di chilometri quadrati di territorio artico. Circa 200-300 truppe sono stanziate in modo permanente presso il Comando congiunto artico a Nuuk, aumentate da 500 persone a rotazione, tra cui la pattuglia d’élite di cani da slitta Sirius, che conduce ricognizioni a lungo raggio attraverso i 2,1 milioni di chilometri quadrati di terreno ghiacciato della Groenlandia utilizzando slitte tradizionali e la moderna navigazione satellitare. La Danimarca non dispone di navi rompighiaccio dedicate, ma schiera tre pattugliatori della classe Knud Rasmussen, ciascuno con un dislocamento di 1.720 tonnellate ed equipaggiato con sistemi d’arma modulari Stanflex per la sorveglianza marittima. Queste navi, basate a Kangerlussuaq, hanno registrato un continuo aumento dei giorni di pattugliamento a partire dal 2022, a testimonianza di una maggiore vigilanza a causa dell’attività dei sottomarini russi nei pressi del Gap Groenlandia-Islanda-UK (GIUK). Le capacità aeree della Danimarca si basano sugli F-16 Fighting Falcons di stanza ad Aalborg, con l’intenzione di passare a 27 varianti di F-35A entro il 2026, migliorando l’interoperabilità della NATO.
NORVEGIA
La Norvegia, uno Stato di prima linea della NATO, dà priorità al suo ruolo di base avanzata contro la Russia, mantenendo circa 3.500 truppe artiche permanenti all’interno della Brigata Nord, del Battaglione Porsanger e della Difesa terrestre Finnmark. Queste unità, basate vicino a Kirkenes a soli 10 chilometri dal confine russo, sono equipaggiate con veicoli da combattimento di fanteria CV90 e sistemi di difesa aerea NASAMS, in grado di colpire obiettivi a 40 chilometri. Le basi aeree norvegesi di Evenes, Andøya e Bardufoss ospitano i caccia F-35A – 32 consegnati entro il 2024, per un totale di 52 previsti – mentre le strutture navali di Sortland e Bergen supportano due navi rompighiaccio, il KV Svalbard e il KV Nordkapp, e tre pattugliatori NoCGV della classe Barentshav in grado di affrontare i ghiacci. Integrando la base aerea di Andøya con una stazione di droni nell’aprile 2024, che ospiterà gli MQ-9 Reaper a lungo raggio, estende il raggio di sorveglianza della Norvegia nel Mare di Barents, dove le esercitazioni della flotta settentrionale russa sono aumentate del 20% in frequenza tra il 2022 e il 2024, per un totale di oltre 45 esercitazioni principali.
FINLANDIA E SVEZIA
La Finlandia e la Svezia, i nuovi membri della NATO nell’Artico rispettivamente dal 2023 e dal 2024, non hanno rivendicazioni di piattaforma ma rafforzano la presenza dell’Alleanza nel Grande Nord con mezzi terrestri al di sopra del Circolo Polare Artico. La brigata finlandese Jaeger, composta da 3.000 truppe in servizio attivo in Lapponia, è specializzata in tattiche di fanteria artica, supportata da basi lungo i 1.340 chilometri di confine con la Russia e dalla base aerea di Rovaniemi, che ospita F/A-18 Hornet in transizione verso 64 F-35A entro il 2030. In tempo di guerra, il sistema di coscrizione finlandese può mobilitare fino a 280.000 riservisti, retaggio della neutralità dell’epoca della Guerra Fredda. La Svezia mantiene 5.000 truppe artiche in tre basi – Boden, Arvidsjaur e Kiruna – integrate dalla base aerea di Luleå, dove operano i Saab JAS 39 Gripens e i velivoli GoldenEye. Le forze di reazione rapida svedesi, equipaggiate con motoslitte, integrano la mobilità nei 240.000 chilometri quadrati di territorio settentrionale, mentre la flotta di rompighiaccio, tra cui la classe Atle Oden, supporta missioni strategiche e scientifiche.
SITUAZIONE ATTUALE
Come abbiamo visto, la preponderanza militare della Russia nell’Artico – quantificata in oltre 100.000 soldati, 40 rompighiaccio e sottomarini con armamento nucleare – deriva da una strategia militare radicata negli imperativi economici e di sicurezza della Federazione Russa. L’Artico rappresenta il 20% del PIL russo, trainato dall’estrazione di idrocarburi, con il progetto Yamal LNG che da solo produce 16,5 milioni di tonnellate di gas naturale liquefatto all’anno, una cifra che si prevede raggiungerà i 20 milioni di tonnellate con la fine delle sanzioni. I sottomarini di classe Borei della Flotta del Nord, ciascuno del costo di 720 milioni di dollari, con sei unità operative che trasportano collettivamente 96 missili. La classe Yasen, con otto unità previste entro il 2027 al costo di 1,6 miliardi di dollari ciascuna, integra missili ipersonici Zircon, che viaggiano a Mach 9 con un raggio d’azione di 1.000 chilometri, amplificando la portata offensiva della Russia. Questo arsenale, assicura una eccezionale “Second Strike Capability”, che in ambito nucleare si riferisce alla capacità di un paese di rispondere ad un attacco nucleare, lanciando una contro-rappresaglia nucleare verso l’aggressore. Questa capacità è un pilastro fondamentale della strategia di deterrenza nucleare, garantendo che l’attaccante subisca perdite sostanziali anche in caso di un attacco iniziale. Insieme ai 475 siti militari ripristinati dal 2014, la proiezione militare artica della Russia, paragonata con le 500 truppe e i sette rompighiaccio del Canada, evidenzia la notevole disparità di capacità, che annulla il vantaggio geografico del Canada.
L’attenzione degli Stati Uniti per la difesa missilistica riflette la percezione dell’Artico come corridoio missilistico polare, un retaggio delle tensioni della Guerra Fredda rafforzato dall’invasione dell’Ucraina da parte della Russia nel 2022 e dalle crescenti ambizioni della Cina nell’Artico. La strategia artica del DoD per il 2024 stanzia 3,2 miliardi di dollari in cinque anni per migliorare la consapevolezza del dominio, compresi 500 milioni di dollari per le costellazioni satellitari che monitorano i 14,8 milioni di chilometri quadrati del Circolo polare artico. Gli aggiornamenti della base di Pituffik, del costo di 1,1 miliardi di dollari tra il 2020 e il 2024, integrano i sensori SBIRS (Space-Based Infrared System), che rilevano i lanci di missili entro 20 secondi a livello globale. Tuttavia, la presenza di 25.000 truppe statunitensi, benché tecnologicamente avanzata, impallidisce di fronte a quella russa, e la carenza di rompighiaccio – due contro le 40 della Russia – limita le operazioni di superficie sostenute, una lacuna che il Patto ICE cerca di colmare con un investimento di 4 miliardi di dollari fino al 2030.
L’affermazione di sovranità del Canada, pur essendo solida nelle intenzioni, si scontra con le dimensioni. L’investimento di 1,86 miliardi di dollari equivale a 93 milioni di dollari all’anno per 20 anni, una somma modesta se paragonata al piano di sviluppo della NSR da 68 miliardi di dollari della Russia fino al 2035, o anche alla strategia quinquennale da 3,2 miliardi di dollari degli Stati Uniti. I sette rompighiaccio canadesi, pur essendo più numerosi dei due statunitensi, non hanno la propulsione nucleare della classe Arktika della Russia, il che limita la loro resistenza nei ghiacci pluriennali. L’iterazione dell’Operazione Nanook del 2024, costata 15 milioni di dollari, ha mostrato l’interoperabilità con 150 Marines statunitensi e 100 truppe danesi, ma il suo aumento temporaneo di truppe sottolinea la dipendenza del Canada da rinforzi stagionali piuttosto che da basi permanenti, a differenza delle guarnigioni di 100.000 uomini della Russia.
La strategia della Danimarca, incentrata sulla Groenlandia, sfrutta i suoi 2,2 milioni di chilometri quadrati di zona economica esclusiva (ZEE) per rafforzare il fianco orientale della NATO. Il budget del Comando congiunto artico per il 2024, pari a 1,8 miliardi di corone danesi (260 milioni di dollari), finanzia 120 giorni di pattugliamento annuale da parte delle navi della classe Knud Rasmussen, con un aumento del 10% rispetto al 2023, monitorando i transiti dei sottomarini russi attraverso il GIUK Gap, dove nel 2024 sono state registrate 15 sortite della classe Yasen, rispetto alle 12 del 2022. La presenza di truppe della Danimarca, che raggiunge un picco di 800 unità con le rotazioni, rimane minima, ma i 14.000 chilometri annui percorsi dalla pattuglia Sirius forniscono una ricognizione senza pari, una capacità che il CFS Alert del Canada rispecchia con l’intelligence dei segnali, ma che manca nella mobilità.
La posizione della Norvegia, allineata alla NATO, enfatizza la deterrenza, con i 3.500 soldati della Brigata Nord che condurranno 60 esercitazioni nel 2024, tra cui la Nordic Response, con 20.000 uomini, un aumento del 25% rispetto alla Cold Response del 2022. La flotta di F-35, costata complessivamente 11 miliardi di dollari, ha effettuato 1.200 sortite nel 2024, con un aumento del 30%, e ha seguito i MiG-31 russi in 85 occasioni. I due rompighiaccio norvegesi, sono sufficienti per il pattugliamento costiero ma non per una competizione sulla NSR, una dotazione incomparabile con la flotta russa, anche includendo le tre navi da pattugliamento della Danimarca.
La Finlandia e la Svezia, integrate nel quadro della NATO per l’Artico, rafforzano la difesa collettiva senza ambizioni di spazio. I 3.000 soldati Jaeger finlandesi, sostenuti da un acquisto di F-35 da 12,4 miliardi di dollari, hanno condotto 40 esercitazioni a fuoco vivo nel 2024, simulando incursioni russe attraverso il confine di 1.340 chilometri, dove sono state registrate 22 violazioni da parte di aerei russi. Le 5.000 truppe svedesi, con un budget annuale per l’Artico di 1,2 miliardi di dollari, hanno effettuato 50 pattugliamenti con unità di motoslitte, mentre il rompighiaccio Oden ha sostenuto l’Ice Camp 2024 della NATO, un’esercitazione da 20 milioni di dollari con 500 persone provenienti da sei nazioni. L’insieme di 8.000 truppe e 10 basi amplifica la portata settentrionale della NATO, ma la mancanza di navi rompighiaccio rispetto alla Russia – cinque della Svezia contro le 40 della Russia – limita la proiezione marittima.
Le rivendicazioni per la piattaforma artica, giudicate in base alla Convenzione delle Nazioni Unite sul diritto del mare (UNCLOS), intensificano questa rivalità. La richiesta della Russia del 2001, rivista nel 2015 e nel 2023, riguarda 1,2 milioni di chilometri quadrati di fondale marino, che si sovrappongono alle rivendicazioni di Canada e Danimarca rispettivamente per 400.000 e 150.000 chilometri quadrati. Il Canada, nel 2019, rivendica 1,1 milioni di chilometri quadrati, compresa la dorsale Lomonosov, contestata da Russia e Danimarca, la cui rivendicazione del 2014 si estende per 895.000 chilometri quadrati dalla Groenlandia. Gli Stati Uniti, non firmatari dell’UNCLOS, nel 2023 hanno esteso la loro rivendicazione della piattaforma continentale a 1 milione di chilometri quadrati, sovrapponendosi a quella della Russia per 300.000 chilometri quadrati, con un’escalation di tensioni in assenza di un arbitrato formale. La rivendicazione della Norvegia, ratificata per 370.000 chilometri quadrati e incontestata dal 2009, contrasta con l’astensione di Finlandia e Svezia dalle dispute sulla piattaforma, concentrandosi invece sulla difesa terrestre.
La militarizzazione dell’Artico riflette una lotta multipolare, con il dominio russo di truppe e navi contrastato dal vantaggio tecnologico della NATO e dall’aumento incrementale del Canada. Le 100.000 truppe e le 40 navi rompighiaccio della Russia superano le 500 e le sette del Canada, le 25.000 e le due degli Stati Uniti, le 800 e le zero della Danimarca, le 3.500 e le due della Norvegia e le 8.000 e le cinque della Finlandia e della Svezia messe insieme. Tuttavia, le esercitazioni della NATO per il 2024 -Nordic Response, Ice Camp e Nanook- hanno impegnato 35.000 persone in 15 nazioni, evidenziando una elevatissima capacità collettiva. La strategia statunitense da 3,2 miliardi di dollari, gli hub canadesi da 1,86 miliardi di dollari e il piano NSR russo da 68 miliardi di dollari superano i 260 milioni di dollari della Danimarca e gli 1,5 miliardi di dollari del bilancio annuale della Norvegia per l’Artico, mentre i 13,6 miliardi di dollari di investimenti congiunti di Finlandia e Svezia rafforzano il fianco della NATO. Questa disparità, incorniciata da 14,8 milioni di chilometri quadrati di spazio artico conteso, fa presagire una competizione geopolitica prolungata, in cui sovranità, risorse e sicurezza convergono in una frontiera in via di riscaldamento, ma ferocemente contestata.
Tali scenari giustificano, solo in parte, la foreign policy dell’amministrazione Trump, improntata fondamentalmente su una dottrina di “difesa avanzata” il cui obiettivo primario è quello di creare un perimetro stabile e sicuro per gli Stati Uniti, spostando sempre più lontano dalla prossimità l’anello di sicurezza del Paese, basata su una postura strategica più assertiva ed in grado di mobilitare risorse politiche, economiche e militari – proprie – nella battaglia geopolitica per il Grande Nord.
La difesa e la deterrenza richiedono capacità credibili per essere efficaci, e un nuovo approccio alla struttura di difesa collettiva.
La preoccupazione per il contesto politico statunitense potrebbe indurre a raccomandare l’istituzione di un nuovo JFC nei Paesi nordici. Questo è il momento di riesaminare e consolidare la difesa, le attuali strutture di comando di tutti gli Alleati, non di attaccarli con guerre commerciali e minacce di annessioni.
La minaccia militare più probabile contro le nazioni della NATO nell’Artico proviene dai missili russi e cinesi lanciati dalle basi artiche, dai sottomarini o dai bombardieri in grado di lanciare missili ipersonici che operano nell’Artico.
- Gli Stati Uniti, soprattutto se non ristabiliscono una credibile e corretta collaborazione con il Canada, a causa della mancanza di infrastrutture di base, hanno opzioni limitate per schierare risorse difensive nell’Artico.
- I paesi membri della NATO hanno la capacità di fornire collettivamente una difesa a più livelli su tutti i domini del territorio artico alleato, ma non dispongono di una struttura di comando congiunto specifica per regione per colmare le lacune C3 che potrebbero limitare l’efficacia delle operazioni congiunte.
- L’accordo NORAD non è in grado da solo di colmare le lacune in termini di C3 e di consapevolezza del dominio. Un nuovo JFC NATO specificamente focalizzato sulla difesa dell’Artico è la soluzione migliore per fornire un Comando e Controllo efficace per le operazioni congiunte di sicurezza artica in tutti i domini.
Le attuali strutture di comando della NATO e del NORAD, grazie ad anni di comprovata efficacia nella difesa, hanno fornito una solida base per prepararsi alle sfide strategiche del futuro. Giusta l’ingiunzione ai Membri dell’Alleanza Atlantica di allocare risorse finanziarie adeguate e di rafforzare le proprie capacità, ma solo la NATO offre l’approccio migliore per i quadri di difesa collettiva nel Nord. Le strutture di comando esistenti sono già in fase di rafforzamento, in particolare il nuovo Multi Corps Land Component Command (MCLCC), che avrà sede nella città finlandese di Mikkeli e farà capo al JFC-Norfolk. Tuttavia, il contesto strategico di rivalutazione e rivisitazione delle strutture di comando per determinare il percorso migliore da seguire non può essere certamente perseguito con l’annessione (anche con la forza militare) della Groenlandia, con operazioni occulte di sovversione politica e con la guerra economica. Un nuovo JFC-Stavanger potrebbe attingere a numerose sinergie con le strutture di comando esistenti ed essere pronto a impegnarsi nella lotta in tempi relativamente rapidi, ma un nuovo JFC-North a Colorado Springs, Colorado, potrebbe servire sia a sostituire l’accordo NORAD sia a rafforzare un modello di sicurezza basato sulla NATO per il Nord.
Non c’è dubbio che ci troviamo a un bivio unico, in cui tendenze al riscaldamento globale, competizione strategica e preoccupazioni per la sicurezza e l’aggressiva politica estera di Washington contro gli alleati storici fanno presagire tempesta nel grande Nord. L’adesione di Svezia e Finlandia, unita ai progressi tecnologici e di capacità, presenta sia dilemmi che opportunità per fornire una difesa collettiva all’Alleanza più ampia. La forza di trentadue nazioni nell’Alleanza più potente del mondo può essere sfruttata per sviluppare approcci innovativi ai problemi del Nord. Mentre le soluzioni del passato erano vitali durante la Guerra Fredda, il mondo di oggi è radicalmente diverso e richiede maggiore innovazione e capacità. L’istituzione di un nuovo JFC per attuare un’efficace difesa a più livelli sarebbe un passo fondamentale per migliorare la sicurezza e la stabilità regionale, creando sia una deterrenza credibile che una solida difesa del fianco settentrionale della NATO.
La battaglia per il Grande Nord è fondamentale non solo dal punto di vista militare, ma anche per l’autonomia strategica, la supremazia economica e tecnologica ed il dominio geopolitico, perché le sue risorse naturali, minerarie strategiche e terre rare sono alla base del complesso intreccio di ambizioni economiche, politiche di difesa e strategie diplomatiche che determineranno i nuovi assetti del potere globale.
Sebbene gli Stati Uniti hanno dimostrato di essere un alleato fedele fin dal 1949 e beneficiano della difesa collettiva offerta dalla NATO, ora più che mai, è importante dimostrare determinazione e unità per costituire una deterrenza credibile.
Considerata l’importanza della Groenlandia per gli Stati Uniti, sin dall’inizio del suo storico ritorno alla Casa Bianca come 47esimo Presidente, Donald Trump ha ordinato di preparare i piani di invasione della Groenlandia.
Se fino a un decennio fa, la Groenlandia era il teatro strategico per ogni scambio o confronto militare soltanto tra la Russia e gli Stati Uniti, il XXI secolo non è soltanto l’Era delle informazioni, bensì pure delle tecnologie spaziali e “guerre stellari” che fino a qualche anno fa immaginavamo leggendo libri, o potevamo vedere soltanto nei film di fantascienza.
Oggi la guerra nello Spazio è reale, e nonostante non riusciamo a vederla, ne subiamo gli effetti.
Nell’attuale scenario di guerra ibrida, dove tutti i beni comuni globali (Global Commons), e soprattutto lo Spazio, sono contesi, la minaccia militare più insidiosa relativamente allo sviluppo di sistemi d’arma spaziali, unitamente a quella rappresentata dalla Federazione russa, proviene dalle tecnologie che sta sviluppando la Repubblica Popolare Cinese (RPC).
La Federazione Russa basa quasi tutte le sue risorse militari strategiche sulla penisola di Kola, accanto alla Finlandia. Qui si trovano i silos russi dei missili balistici intercontinentali (ICBM,) le basi dei sottomarini e i dei loro bombardieri strategici. Se si analizzano le traiettorie di volo, balistiche o aeree, da Kola a qualsiasi punto nelle 48 zone continentali, si nota che le loro rotte sorvolano tutte la Groenlandia.
Per intercettare un missile balistico, con il minor danno collaterale possibile bisogna colpirlo all’apogeo, cioè nel punto più alto della sua alla traiettoria di volo. Il percorso più breve per un intercettore per raggiungere un apogeo è direttamente sotto l’apogeo, cioè sopra i cieli della Groenlandia. Quindi, senza specificare cosa dovrebbe accadere qui, questa è la ragione per cui l’amministrazione Trump ha bisogno della Groenlandia per la sicurezza nazionale.
Tuttavia, il 1° maggio 2024 (Amministrazione Biden), in un’audizione del Congresso USA dell’Assistente del Segretario alla Difesa per la politica spaziale, John Plumb ha svolto un briefing sul report dell’intelligence statunitense relativo alle capacità anti-satellite della Russia, che potrebbe aver sviluppato un nuovo sistema d’arma nucleare spaziale. Armi che, se implementate nella loro fattispecie spaziale, rappresenterebbero l’ennesima violazione dei trattati e dei regolamenti che governano lo Spazio extraterrestre e gravitazionale elaborati in ambito Onu. Ma, soprattutto, l’uso di un sistema di bombardamento orbitale con armamento nucleare (hypersonic glide vehicle – HGV) potrebbe consentire di eludere i sistemi di Distant Early Warning Line facenti parte del North American Aerospace Defense Command (NORAD).
Pertanto, la costa Nord-orientale della Groenlandia serve non uno, ma diversi obiettivi strategici critici per la sicurezza nazionale degli Stati Uniti.
Il presidente Trump ha avvertito che gli Stati Uniti conquisteranno la Groenlandia nel modo più facile o nel più difficile.
Ma fonti anonime del Pentagono avrebbero riferito ai media che i Generali statunitensi si oppongono alle ambizioni di invasione del presidente Trump. Il presidente ha richiesto un piano di invasione al Comando congiunto per le operazioni speciali (JSOC), responsabile della pianificazione e dell’esecuzione di operazioni con le forze speciali in tutto il mondo.
Secondo quanto riportato, tuttavia, il presidente Trump starebbe incontrando la resistenza dei suoi principali consiglieri militari, i generali dello Stato maggiore congiunto, preoccupati che un’invasione sarebbe illegale e priva del sostegno del Congresso.
Nel frattempo, stanno cercando di distrarre il tycoon parlando di misure meno controverse, come l’intercettazione delle “navi fantasma” russe… o il lancio di un attacco all’Iran”. I generali pensano che il piano del presidente Trump per la Groenlandia sia controproducente e illegale. Quindi cercano di distrarlo con altre importanti operazioni militari.
IL PRESIDENTE TRUMP: “POTREI DOVER SCEGLIERE TRA LA GROENLANDIA E LA NATO”
La regione artica è praticamente ‘il backyard” (cortile) della Nato: degli otto Paesi artici – Stati Uniti, Canada, più i cinque europei (la Danimarca attraverso la Groenlandia, l’Islanda, la Norvegia, la Finlandia e la Svezia) – sette sono membri dell’Alleanza Atlantica. Poi c’è la Russia. E una Cina sempre più presente. E soprattutto, oltre all’aspetto militare c’è quello economico.
Le minacce di annessione della Groenlandia, invece, rappresentano una dichiarazione di guerra alla Danimarca, quindi richiamano all’attivazione dell’Art. 5 del Trattato Atlantico contro gli Stati Uniti.
La data cruciale è quella dell’incontro delle autorità danesi con Marco Rubio, mercoledì prossimo. Non solo. Anche una delegazione di senatori Usa si recherà in Danimarca, ospite della Commissione Affari Esteri del Parlamento. Il punto è capire se c’è qualcosa che Copenaghen possa offrire, al di là della cessione della Groenlandia. Gli alleati, nel mentre, fanno ciò che possono. Il Regno Unito appare il capofila dei Paesi Nato interessati a rafforzare la sicurezza nell’Artico, anche in virtù del rapporto privilegiato con le nazioni del Nord e del Baltico. Il Comando marittimo alleato (Marcom) ad esempio ha la sua sede a Northwood, in Inghilterra, ed è fondamentale per dirigere le operazioni navali e le esercitazioni della Nato, nonché per garantire la deterrenza e la difesa marittima. Ursula von der Leyen ha anticipato un raddoppio dei fondi nel prossimo bilancio Ue per la Groenlandia, senza però dare maggiori dettagli (l’isola dei ghiacci d’altra parte non è nemmeno un territorio dell’Ue).
Uno scenario distopico – ma diventato possibile – con la “Trump Agenda 47”, descritta e analizzata nel libro “Minacce Ibride” – Paesi Edizioni.






