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La genesi politica del rutto di Travaglio su Draghi

Programma Gualtieri

Il commento di Gianfranco Polillo

 

 

Marco Travaglio è l’ultimo dei Mohicani. L’ultimo ad immolarsi per il mito “dell’uno vale uno”. Non fosse stato questo il retroterra, non gli sarebbe mai venuto in mente di parlare di Mario Draghi, come ne ha parlato. A monte di tutto il grande lutto per la perdita subita. La caduta di Giuseppe Conte, “il presidente del Consiglio era il presidente del Consiglio più popolare degli ultimi venticinque anni (come risultava dai sondaggi fatti da Repubblica)”. Costretto a dimettersi, insieme agli altri, non “per gli errori”, che pure sono stati, ma “per i loro meriti”. Tanto è vero che al suo posto è stato messo “l’esatta antitesi, che è un figlio di papà, un curriculum ambulante, uno che – visto che ha fatto bene il banchiere europeo – ci hanno raccontato che quindi è competente anche in materia di sanità, di giustizia, di vaccini eccetera. Mentre, mi spiace dirlo, non capisce un cazzo!”

Confronto interessante, non c’è che dire. Da un lato un personaggio dalle qualità limitate. Ha solo speso una vita nelle Istituzioni: dal Tesoro, alla Banca d’Italia ed infine alla Bce. Una carriera da travet che, per sbaglio, gli è capitato di salvare l’euro, con una semplice affermazione, e produrre nella politica monetaria una svolta permanente. Dall’altra un avvocato, amico di Alfonso Bonafede, “finissimo giurista e bravo avvocato”, come dice di lui Guido Alpa, che lo conosce bene. Ma per quanto riguarda il confronto tra i curricula, meglio soprassedere, ricordando le contorsioni dei primi giorni del governo giallo-verde.

Come pure per i sondaggi, visti i gradimenti dell’attuale presidente del Consiglio, che hanno fatto impallidire quelli relativi ai suoi predecessori. Insomma: Travaglio che va cercando? Su quali basi cerca di dimostrare che, sul piano personale, Conte era migliore di Draghi? O meglio che l’uno vale l’altro, ma con una leggera preferenza per il primo? Perché a capo di un governo costituito “con dei ministri quasi tutti figli del popolo”? Ma Roberto Speranza, come Luigi Di Maio, non sono sempre allo stesso posto? E Bruno Tabacci, che fu l’ultimo pretoriano del precedente governo, nel tentativo di inventare una maggioranza parlamentare che non esisteva, non ha fatto carriera?

Il settarismo è stato sempre una brutta bestia che ha inquinato il mondo della politica. E qui la distinzione tra destra e sinistra, come insegna la storia, c’entra poco. Perché il settarismo ha fatto sempre rima con quell’eccesso di zelo, che ha prodotto i grandi drammi dell’umanità: dai pogrom nazisti alle purghe staliniane. Non sapremmo dire quali siano le informazioni a disposizione di Lapo Elkann quando afferma su tweet che Travaglio “è il megafono di una parte di establishment che odia, insulta, sbeffeggia. Ai loro fan sembrano grandi, ma in realtà sono piccolissimi”. Siamo però portati a prenderlo in parola, considerata la sua conoscenza dell’ambiente.

Ed allora non si può che essere d’accordo con Giuliano Ferrara, su il Foglio, quando dice: “il rutto di Travaglio merita una pernacchia”. Sennonché questo apre un’ulteriore questione. L’imbarazzo di Roberto Speranza, ministro del governo Draghi, di colui che “non capisce un cazzo! Né di giustizia, né di sociale, né di sanità”, ed al tempo stesso segretario di Articolo Uno, la formazione politica che ha organizzato la kermesse politica del misfatto. Se l’é cavata con poco: “L’uscita di Marco Travaglio su Mario Draghi è infelice e non rappresenta certo il punto di vista di Articolo Uno che sostiene convintamente la sua azione di governo”. Guanti bianchi, mentre l’altro ti prende a mazzate.

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