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La Francia si scopre insicura e confusa a un anno dalle presidenziali

Repubblica Centrafricana

L’articolo di Enrico Martial

 

In Francia, il tema della sicurezza è stato al centro dell’attenzione politica per l’intera settimana.

Il 19 maggio, all’importante manifestazione delle forze di polizia davanti all’Assemblea nazionale ha partecipato persino il ministro dell’Interno, Gérald Darmanin. Il 20 maggio, il Consiglio costituzionale ha annullato alcuni articoli della legge sulla “sicurezza globale” appena approvata, dopo discussioni, manifestazioni di piazza e proteste di vari ambienti. Si sono poi aggiunte dichiarazioni politiche di tutti gli schieramenti, con l’impressione di una discreta confusione.

ABOLITA LA SEMPLIFICAZIONE PER I REATI MINORI

D’altra parte, quasi come diretta conseguenza della manifestazione del 19 maggio, nella serata del 20 maggio, alle 19.30 all’Assemblea nazionale, il ministro della Giustizia Eric Dupont-Moretti ha fatto votare, in un progetto di legge, un emendamento con cui si abolisce l’istituto del “richiamo alla legge” (Rappel à la loi). Esso consentiva alle persone che commettevano reati “minimi” (non “minori” nella nostra accezione) di non subire procedimento giudiziario e iscrizione nel casellario, fatti salvi i diritti, anche civili di risarcimento, delle persone offese e il cumulo per l’eventuale recidiva.

Era uno dei temi della manifestazione delle forze di polizia del giorno precedente, che la vedeva come strumento d’impunità e ne invocava la soppressione. Nel 2019, l’istituto del “richiamo alla legge” è stato utilizzato per 260mila casi, il 21% dei procedimenti penali. Per capirsi, nel nostro immaginario, è il “furto della mela”, nel dibattito francese è la microcriminalità diffusa ed estrema.

LA PERCEZIONE DELLA SICUREZZA

La percezione pubblica e mediatica assimila contesti diversi, con l’idea (e la realtà) che ci sia uno sfarinamento della sicurezza. Si va dagli spari di fuochi di artificio contro scuole e posti di polizia — durano da anni, ma di recente nella regione parigina il 27 marzo, il 30 aprile, il 1° e il 17-18 maggio, a Lione il 24 aprile, a Grenoble il 6 maggio, o per sette giorni di fila ad aprile a Compiègne — alle morti di poliziotti e gendarmi.

L’ultimo, il brigadiere Eric Masson, è stato ucciso ad Avignone con due colpi di pistola da un giovanissimo spacciatore di strada, una morte “banale” durante un controllo. È di questi giorni il processo nei confronti di 13 giovani (tre erano minori) che nel 2016, a Viry-Châtillon (Parigi sud), hanno bruciato con delle molotov 4 poliziotti nelle loro auto. Uno era rimasto in coma diverse settimane, una sua collega, mentre usciva dall’auto con la parte superiore del corpo in fiamme, era stata ancora oggetto di una sassaiola. E non parliamo di Samuel Paty, l’insegnante decapitato da un diciannovenne radicalizzato il 16 ottobre 2020, o della 49enne impiegata della polizia sgozzata nella bussola di entrata del commissariato di Rambouillet, il 23 aprile scorso.

TUTTI A SOSTEGNO DELLA POLIZIA, ANCHE DA SINISTRA

Immagini dure, difficile avere un’opinione pubblica indifferente in questo contesto, e le forze politiche reagiscono di conseguenza. Se in passato ci fu mai un monopolio lepenista o alla Sarkozy sui temi della sicurezza, ora gli è stato sottratto. Il 19 maggio, alla manifestazione dei poliziotti e dei gendarmi hanno partecipato non solo il ministro dell’Interno Gérald Darmanin (che di Sarkozy fu portavoce nel 2014), la destra lepenista o il segretario di Les Républicains François Jacob (con vari esponenti di primo piano, fino al dissidente Christian Estrosi) ma anche il segretario del partito socialista, Olivier Faure, insieme alla sindaca di Parigi, Anne Hidalgo. C’erano persino l’eurodeputato verde Yannick Jadot e Fabien Roussel, candidato per il partito comunista alle prossime presidenziali. Soltanto la France Insoumise ha sostanzialmente preso le distanze, con Jean-Luc Mélenchon.

SBANDAMENTI NELLE IDEE

Si tratta di un sostegno alle forze di polizia che ha prodotto qualche sbandamento sulle idee, visto che proprio Le Figaro – giornale di area centrodestra – si è chiesto cosa ci facesse il ministro dell’Interno Darmanin, già sarkosista e ora macroniano, a una protesta antigovernativa davanti all’Assemblea nazionale. Tuttavia, proprio Olivier Faure, il segretario socialista, ha detto che “la polizia deve avere un diritto di esprimersi (droit de regard) sulle decisioni di giustizia”, tra l’altro “fino all’esame delle pene”, provocando reazioni basite a favore dell’indipendenza della giustizia, ma anche una sottintesa buona accoglienza delle forze di protesta, il cui slogan era “il problema della polizia, è la giustizia”.

Si è poi scusato, smarcato da interpretazioni semi-autoritarie, ha “retropédalé”, con una marcia indietro che lascia confusione a sinistra. Tuttavia, lo stesso Fabien Roussel, comunista candidato alle prossime presidenziali, il 19 maggio sull’Humanité ha scritto che “bisogna prendere di petto la questione della sicurezza” considerandola un tema delle classi popolari, notando che molti “funzionari di polizia sperano di vedere la sinistra al loro fianco”.

LE LETTERE DEI MILITARI

Un clima generale in cui si iscrive anche la lettera aperta del 21 aprile dei generali (gran parte in pensione) e poi seguita da un’altra lettera di militari attivi – il 9 maggio, priva di firme – pubblicate sul settimanale di estrema destra Valeurs Actuelles, in cui si richiamavano appunto i valori fondamentali e la necessità di una risposta di sicurezza, paventando o minacciando una guerra civile. Due documenti che si è provato a minimizzare, e a cui è stata collegata dagli osservatori la conversazione in piedi e a favore di telecamere del presidente Emmanuel Macron con i vertici delle forze armate, alla celebrazione dell’8 maggio all’Arco di Trionfo.

IL CONSIGLIO COSTITUZIONALE TIENE LA ROTTA

A tenere la barra, in questo miscuglio di preoccupazioni e di introvabili soluzioni, è parso il Consiglio costituzionale, che il 20 maggio ha cassato alcuni articoli dalla legge sulla “sicurezza globale”, approvata il 14 aprile in via definitiva dall’Assemblea nazionale, almeno in tre passaggi controversi. Oltre rimuovere quello sui droni e quello di alcune deleghe di sicurezza ai forestali e alla polizia giudiziaria, il Consiglio costituzionale ha cancellato l’art.52, che puniva fino 5 anni e 75mila euro di multa gli atti che permettevano di identificare un agente di polizia nell’esercizio delle sue funzioni.

Al riguardo, la Commissaria ai Diritti dell’Uomo del Consiglio d’Europa, Dunja Mijatovic, aveva scritto in una lettera al governo francese il 15 dicembre scorso, ritenendo l’articolo lesivo dei diritti fondamentali e della libertà di espressione. I media francesi lamentavano conseguenze sull’informazione e sulla trasparenza degli stessi comportamenti della polizia, anch’essi contestati in varie occasioni, di questi tempi conflittuali, di rabbie diffuse e di cariche in cui anche i giornalisti prendono manganellate.

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