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Perché le scelte della Francia in Sahel sono state un fallimento

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sahel macron

L’analisi di Tino Oldani sulle politiche fallimentari di Macron nel Sahel per Italia Oggi

Contestato in patria e perdente nel Sahel. Manca appena un anno alle elezioni per l’Eliseo, e per Emmanuel Macron sono giorni di rovesci disastrosi nella politica militare, settore in cui si è dato arie da nuovo Napoleone. Venerdì scorso, 23 aprile, è volato a N’Djamena, in Ciad, per partecipare al funerale del presidente Idriss Déby, 69 anni, suo principale alleato nella guerra contro i ribelli islamici del Sahel, ucciso pochi giorni prima in uno scontro armato con un gruppo jihadista. Lunedì 26, un altro brutto colpo: venti generali francesi in pensione hanno pubblicato una lettera aperta, firmata anche da un centinaio di ufficiali e da mille soldati, in cui invitano la classe politica a «difendere la patria dall’islamismo e dalle orde delle banlieu», giudicando fallimentare l’operato di Macron.

La risposta di quest’ultimo è stata immediata e sprezzante: «Quei generali rappresentano solo se stessi». Ma dopo che Marine Le Pen, leder della destra, ha dichiarato di condividere la preoccupazione dei generali, Le Figaro e altri media hanno dedicato ampio spazio alla polemica, che tocca un nervo scoperto dell’elettorato francese: la sicurezza. Gli attentati di stampo terroristico, dopo avere fatto stragi in un teatro e nelle piazze, e colpito cattedrali, si ripetono con una certa frequenza anche contro singole persone indifese. Un insegnante di liceo è stato decapitato fuori dalla scuola, dopo che aveva mostrato agli studenti le vignette di Charlie Hebdo su Maometto, in una lezione sulla libertà di espressione. E venerdì scorso una funzionaria di polizia è stata accoltellata a morte da un tunisino davanti al commissariato di Rambouillet, al grido di «Allah è grande».

In questo caso, il terrorista è stato abbattuto a colpi di pistola da altri agenti. Invece in un altro caso, l’uccisione di una donna ebrea di 65 anni, Sara Halimi, il killer è stato arrestato, ma non rinviato a giudizio, poiché la Corte di Cassazione ha stabilito che ha agito sotto l’effetto della cannabis. Una sentenza buonista, che ha finito per avvelenare ancora di più le polemiche sullo Stato debole con i terroristi.

Un altro punto dolente nell’agenda di Macron riguarda la presenza militare nel Sahel per combattere le fazioni ribelli, ispirate dall’islamismo radicale. Queste fazioni si oppongono ai governi di cinque ex colonie, tuttora molto legate a Parigi, raggruppate nel G5 Sahel: Burkina Faso, Ciad, Mali, Mauritania e Niger. L’area di questi paesi, tra l’Atlantico e il Sahara, è grande quanto l’Europa e conta 100 milioni di abitanti: per garantirne la stabilità di fronte agli attacchi terroristici, nel 2014 Macron lanciò l’operazione Barkhane e inviò 5.100 soldati, a cui si aggiunsero contingenti militari Onu meno numerosi, inviati dagli Stati Uniti e da alcuni paesi europei, compresa l’Italia, che ha tuttora duecento militari-istruttori in Niger.

Il quartier generale dell’operazione Barkhane, fin dall’inizio, è nel Ciad, uno dei paesi più poveri al mondo (187.mo su 189 nell’indice delle Nazioni Unite per lo sviluppo umano), governato per 30 anni da Idriss Déby, salito al potere con un colpo di Stato militare. Di fatto, un dittatore che ha stravolto la Costituzione, azzerato ogni opposizione, tuttavia abile nel conquistare il sostegno duraturo dell’Onu e della Francia, a cui ha messo a disposizione un contingente militare di migliaia di uomini, schierati in Niger e Mali. Non a caso, al funerale di Déby, Macron, unico capo di stato europeo presente, lo ha definito «un amico coraggioso», e subito dopo ha dato il benestare al successore, Mahamat Idriss Déby, 36 anni, figlio del presidente ucciso dai terroristi, che si è insediato a capo di una giunta di 15 militari, ha dichiarato lo stato di emergenza e sciolto il parlamento, scatenando proteste popolari, sedate con le armi e cinque morti.

Tra i pochi media francesi che hanno dato rilievo alla vicenda, il quotidiano l’Opinion ha rivelato che Déby, ironia della sorte, è stato ucciso da ribelli che prima erano al servizio del generale libico Khalifa Haftar, sostenuto dalla Francia: «In altre parole, gli amici dei nostri amici stanno uccidendo i nostri amici». Oltre che nel Ciad, gli attentati islamici sono frequenti in tutti e cinque i paesi del Sahel: due giorni fa, in Burkina Faso, sono stati uccisi due reporter spagnoli e un irlandese. Numerosi anche gli attentati contro i soldati francesi, con 49 vittime dall’inizio della Barkhane. E l’opinione pubblica francese, secondo un sondaggio fatto dopo l’uccisione di cinque soldati in Mali, ha iniziato a schierarsi per il ritiro dal Sahel, linea sostenuta finora soltanto dai partiti di estrema sinistra e di estrema destra.

Settimana scorsa, la Corte dei conti francese, in una relazione critica sulla politica nel Sahel, ha raccomandato al governo una revisione profonda dell’operazione Barkhane. E Macron, benché continui ad escludere in modo categorico un ritiro immediato delle truppe dal Sahel, non può negare di averci pensato solo tre mesi fa, quando, il 19 gennaio, annunciò un ritiro parziale, giustificato da alcuni successi militari (era stato appena ucciso uno dei capi di al-Qaeda) e dall’arrivo sul campo di contingenti europei, piccoli di numero, ma invocati più volte dal presidente francese.

Questa contraddizione sul ritiro, secondo alcuni analisti, tradisce il timore di Macron di trovarsi, tra non molto, nella stessa condizione degli Stati Uniti in Afghanistan, un pantano bellico dal quale sia Donald Trump che Joe Biden hanno deciso di ritirarsi dopo venti anni di guerra ai talebani, ma senza averli sconfitti. Una decisione storica, che ai presidenti Usa ha portato consensi elettorali, mentre per Macron il ritiro dal Sahel sarebbe la sconfessione di una politica militare portata avanti per anni all’insegna della grandeur: una sconfitta che nella corsa all’Eliseo potrebbe pesare non poco.

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