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La fine di Boris Johnson

Johnson

Il quadro partitico che sta determinando la fine della premiership del 57enne leader Tory, Boris Johnson, è molto complesso. L’analisi di Daniele Meloni

 

Theresa May è stata ripresa dalle telecamere mentre si trovava alla Royal Opera House di Londra ad assistere alla Cavalleria Rusticana, opera che ha al centro intrighi e tradimenti. Sono in molti a sospettare che l’ex premier, una delle più acerrime nemiche di Boris Johnson abbia tramato per disarcionare l’attuale Primo Ministro. May e i suoi ex ministri e collaboratori, i Conservatori del gruppo One Nation, qualcuno dice anche gli ex Remainer anti-Brexit: ma il quadro partitico che sta determinando la fine della premiership del 57enne leader Tory è molto più complesso. A ora sono 27 tra ministri, sottosegretari e junior minister ad avere abbandonato la nave dopo che Johnson ha pasticciato sul caso di Chris Pincher, il vice-capogruppo dimessosi per avere molestato delle persone dopo una serata ad alto contenuto alcolico nel conservatorissimo Carlton Club di Londra.

A uscire dai ranghi per primo ieri è stato Sajid Javid, il ministro della Salute. Oggi ai Comuni nel suo discorso di dimissioni da secretary of State ha ribadito la questione relativa all’integrità del premier e dell’autorevolezza del governo, affermando che “il troppo è troppo” e che “non è più in grado di ripetere le bugie suggeritegli dallo staff di Johnson”. Un discorso che è sembrato il primo passo verso la sua candidatura a leader Tory. Finora, infatti, solo Jeremy Hunt ha fatto chiaramente intendere di volere il posto ma una volta che Johnson si farà da parte – questione di giorni, forse ore – partirà la corsa che vede tra i favoriti il ministro della Difesa Wallace e la titolare del Foreign Office, Liz Truss, ma che potrebbe fa rientrare anche alcuni personaggi come outsider: è il caso di Tom Tugendhat, Lord Frost e Penny Mordaunt.

Johnson ha ribadito ai Comuni – dove era affiancato dal suo vice Raab e dal nuovo Cancelliere dello Scacchiere Zahavi (che ha preso il posto del dimissionario Sunak) – che non intende farsi da parte. A questo punto serve una modifica del regolamento interno al partito. Infatti dopo avere superato la mozione di sfiducia dello scorso 6 giugno con il 59% dei consensi ora sembra che il premier goda di molto meno della metà del sostegno dei parlamentari Tory. Solo che il 1922 Committee – il potente gruppo dei backbenchers del partito – stabilisce che un leader che sopravvive al voto di sfiducia non può essere messo in discussione per un anno. Fine delle discussioni? Ma nemmeno per sogno. Si può infatti cambiare il regolamento. Anche perché le lettere di sfiducia nei confronti di Johnson stanno arrivando a fiumi a Sir Graham Brady, il presidente del Committee. Molti ipotizzano un nuovo voto su Johnson addirittura prima del recess del 20 luglio, la pausa estiva per le vacanze dei parlamentari.

Difficile fare ipotesi ormai. Certo è che il partygate, il caso Pincher, e la questione morale fungono molto da specchietto per le allodole per coprire le profonde divisioni sulla politica economica, sulla gestione delle restrizioni durante la pandemia, sull’implementazione della Brexit, e, infine, last but not least, i timori di perdere i seggi degli MPs Conservatori, specie quelli del Blue Wall a sud di Londra. Una cosa è certa: il nuovo leader farà non poco fatica a tenere insieme un partito lacerato come non mai.

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