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La democrazia liberale e i suoi nemici

di

maggioritario

Oggi si celebra la Giornata internazionale della democrazia, istituita dall’Onu dodici anni fa. Il Bloc Notes di Michele Magno

Oggi si celebra la Giornata internazionale della democrazia, istituita dall’Onu dodici anni fa. In questa occasione, mi è parso opportuno riproporre alcuni brani di un intervento pronunciato dallo storico Giovanni Sabbatucci al convegno della Società italiana per lo studio della società contemporanea (Siena, 2000).

“Democrazia liberale” è una locuzione che oggi usiamo abitualmente e che molti di noi (non tutti naturalmente) tendono a identificare con la democrazia tout-court, o comunque con l’unica democrazia possibile e auspicabile nel tempo presente. Fra Otto e Novecento, l’espressione non era usata comunemente (apparve per la prima volta in Italia come denominazione politica solo nel 1920, per designare uno dei gruppi parlamentari di area liberale formatisi in seguito alla riforma dei regolamenti della Camera di quell’anno): ove lo fosse stata, sarebbe apparsa a molti come un ircocervo concettuale, se non proprio come un ossimoro, dal momento che alludeva alla fusione fra due filoni culturali, fra due tradizioni politiche che erano state a lungo distinte o addirittura opposte: quella di un liberalismo che per lo più non era democratico e quella di una democrazia che tendenzialmente non era liberale.

Di più: la democrazia liberale non ha alle spalle un retroterra dottrinario paragonabile a quello del liberalismo (che può vantare fra i suoi padri Locke, Montesquieu e Kant) e nemmeno a quello, pur meno prestigioso, della democrazia ottocentesca. Non viene annunciata e teorizzata nei libri (se non per qualche anticipazione nelle opere di un liberale come Mill; la teorizzazione forse più lucida, quella di Schumpeter in “Capitalismo, socialismo, democrazia” è del 1942). E’ messa direttamente in pratica, prima di tutto in Francia, da politici democratici e pragmatici come Gambetta, Favre, Ferry. Non ha un modello a cui rifarsi, se non quello, lontano e per molti aspetti inesportabile, degli Stati Uniti d’America. Non è l’attuazione di un progetto ideale, ma un compromesso, un adattamento alle condizioni date (lo stesso compromesso fra democratici e moderati di tradizione orleanista che rende possibile l’approvazione delle “lois constitutionelles” del 1875 e la nascita della Terza Repubblica in Francia).

 Il compromesso consiste semplicemente nell’innestare il suffragio universale e una prassi parlamentare di origine britannica (che si rivelerà tanto più necessaria laddove il vertice dell’esecutivo poggia su una legittimazione dinastica e non popolare) sul tronco di istituzioni originariamente concepite in una logica elitaria e censitaria, e nell’ambito di una divisione dei poteri che lasciava ampio spazio all’azione della corona e dell’aristocrazia. L’innesto, tutto sommato, funziona (tant’è che a tutt’oggi non abbiamo inventato nulla di meglio). Ma nell’incontro fra le due tradizioni politiche va fatalmente perduta, assieme all’impianto censitario del liberalismo, tutta l’attrezzatura “virtuistica” («il passaggio dal crimine alla virtù», secondo la formula robespierriana) che era patrimonio della democrazia ottocentesca ed era più importante, agli occhi dei democratici, di qualsiasi tecnica istituzionale.

 

La democrazia nel Novecento. Un campo di tensioni.

di Giovanni Sabbatucci

[…]

Siamo così arrivati al terzo ordine di fattori, quello relativo al quadro politico-istituzionale, che è poi quello decisivo e quello che più specificamente ci interessa. Da questo punto di vista, non basta dire che negli anni fra le due guerre si assiste al collasso della democrazia liberale. Quello che va in crisi non è un sistema statico, è un sistema che cerca di modificarsi, di diventare qualcosa di diverso da ciò che era stato sin allora: di trasformarsi insomma in “democrazia dei partiti”. Anche in questo caso, a imporre l’esigenza del mutamento è la cultura diffusa, è lo spirito dei tempi nato dalla guerra. La guerra è stata una guerra di masse, dunque anche la politica dovrà basarsi sulle grandi aggregazioni. La democrazia sarà democrazia di massa o non sarà. E lo strumento per portare le masse nella democrazia, o la democrazia alle masse, non può essere che il partito. La forma-partito (come ha recentemente notato Emilio Gentile) conosce in questi anni un vero trionfo. Trionfo che, si può aggiungere, è destinato a essere tutt’altro che effimero, visto che nell’endiadi “democrazia e partito” sarà il primo termine, non il secondo a cadere.

Lo strumento principale che apre la strada alla nuova democrazia dei partiti, o al Parteienstaat di cui si parla nella Germania di Weimar, è la rappresentanza proporzionale con scrutinio di lista, che in Germania nasce (e muore) assieme alla repubblica e in Italia viene introdotta a larghissima maggioranza da una legge dell’agosto ’19. Anche in Francia viene introdotta nella primavera ’19 una riforma proporzionale: ma si tratta di una proporzionale corretta con forti elementi di maggioritario, che non darà gli esiti sperati e sarà accantonata nel ’27. La proporzionale dovrebbe servire non solo a moralizzare la vita pubblica, stroncando il sistema notabilare e le pratiche clientelari (sbrigativamente identificate con la corruzione, o comunque con l’adulterazione del voto), ma anche e soprattutto a superare l’individualismo e il personalismo del collegio uninominale e a dare adeguata rappresentanza ai partiti, divenuti, attraverso lo scrutinio di lista, titolari in proprio del consenso elettorale da semplici contenitori parlamentari che erano prima. La combinazione fra proporzionale e democrazia dei partiti dovrebbe infine consentire alla politica di meglio organizzare e rappresentare la società (e dunque anche gli interessi ‘corporati’).

Questo tentativo di transizione dal liberalismo alla democrazia di massa attraverso la proporzionale -che sarà ripreso e attuato nel secondo dopoguerra, anche se in forme e con esiti diversi in Italia, Germania e Francia- fallisce clamorosamente. Fallisce perché resta sostanzialmente inattuato in Francia (per inciso: la maggiore resistenza dei vecchi meccanismi di selezione della rappresentanza, è forse, assieme al radicamento della tradizione repubblicana, uno dei motivi che spiegano la sia pur precaria tenuta delle istituzioni liberali in quel paese). Fallisce perché attuato parzialmente e con risultati insoddisfacenti in Italia fra il ’19 e il ‘22. Fallisce perché attuato compiutamente e con esiti disastrosi in Germania (dove peraltro si sperimentava per la prima volta un sistema liberal-parlamentare). Il fallimento si può spiegare in vari modi.

Bisogna ricordare innanzitutto che nemmeno la democrazia dei partiti, come la democrazia liberale di fine Ottocento-inizio Novecento, ha alle spalle un retroterra teorico di qualche spessore (Kelsen è un teorico post factum e, a mio parere, non sempre convincente). I teorici prebellici del partito politico, gli Ostrogorski e i Michels, erano stati in realtà dei critici della forma-partito. Anche negli anni Venti, la democrazia dei partiti avrà più critici che laudatori fra i costituzionalisti e gli scienziati della politica, ma anche fra i politici di area liberal-democratica che spesso l’avevano accettata obtorto collo, come male minore (Troeltsch) e che, nel momento decisivo, non la difenderanno; sarà sostenuta con convinzione solo dai socialisti e dai cattolici (forze considerate semi-leali rispetto alle istituzioni); né troverà grandi consensi popolari, non più comunque di quanti ne avesse trovati la democrazia liberale vecchio stile.

Ma, soprattutto, la democrazia dei partiti fondata sulla proporzionale mostra immediatamente i suoi difetti. In primo luogo, l’accentuata frammentazione cui dà luogo produce effetti di ingovernabilità che si riveleranno letali per le istituzioni, oltre che fonte di impopolarità. Insomma, quella forma politica che doveva modernizzare e aggiornare il sistema e costituire la risposta vincente alle tensioni generate dalla guerra finisce con l’essere accomunata nella stessa ondata di discredito: la lotta fra i partiti non è di per sé più trasparente e più nobile di quella fra i notabili, anzi accentua, agli occhi di molti intellettuali, i difetti (in particolare il deficit di ideali e di moralità) che venivano addebitati alla democrazia liberale prebellica.

In secondo luogo la caduta di quei meccanismi di protezione che il calcolo maggioritario da un lato, il collegio uninominale dall’altro assicuravano al sistema liberale (garantendogli sempre e comunque maggioranze legittimate, ancorché discordi e instabili) apre spazi enormi alla crescita delle forze antisistema: il che, per un regime parlamentare, rappresenta di gran lunga il pericolo maggiore. Infatti, quando queste forze si rivelano irriducibili alle logiche e alle pratiche del sistema (o quando il sistema è troppo debole e non abbastanza collaudato o legittimato per assorbirle) nulla può impedire loro di piegare e stravolgere le istituzioni democratiche per trasformarle, con adeguate misure legislative, in dittature monopartitiche. L’esito finale è il passaggio da democrazie dei partiti malfunzionanti a efficienti dittature monopartitiche, «dallo Stato dei partiti al partito di Stato» (Pombeni, Gentile).

C’è, a questo punto, un ultimo problema da porsi. Perché quel sistema politico-istituzionale che nel periodo fra le due guerre aveva collassato nel confronto con i movimenti autoritari e fascisti viene riproposto con poche varianti nel secondo dopoguerra e questa volta si mostra capace di notevole tenuta (l’unica vera crisi istituzionale è quella francese del ’58, provocata soprattutto da cause esogene)? Perché la democrazia liberale nella sua forma partitica si afferma e si consolida nonostante continui a mostrare tutti i suoi inconvenienti e a suscitare scarsi entusiasmi e nonostante sia diffusa, soprattutto verso la fine del conflitto mondiale, l’attesa di mutamenti radicali non solo nell’organizzazione sociale ma anche nel modo di far politica?

La risposta credo, in parte, di averla già data: si annullano dopo il conflitto mondiale, anzi si capovolgono, gli altri due fattori che ho indicato come cause scatenanti della crisi. Cambia innanzitutto il quadro internazionale. In particolare, l’egemonia americana in Occidente garantisce al tempo stesso l’equilibrio internazionale e l’assetto interno dei singoli Stati, mentre le urgenze del confronto planetario col mondo comunista suggeriscono di accantonare abbastanza in fretta i progetti radicalmente innovatori di cui sono pieni i programmi di quasi tutte le forze politiche. In secondo luogo -e anche questo ha a che vedere con le scelte degli Usa- le economie europee vivono, dopo la ricostruzione, una lunga “età dell’oro” che indubbiamente contribuisce al consolidamento delle istituzioni. Cambia, infine, l’atteggiamento delle forze politiche: i partiti fascisti non esistono quasi più, mentre i socialisti e gli stessi comunisti, oltre naturalmente ai cattolici, sono coautori delle nuove costituzioni e si sono convertiti, più o meno sinceramente, alla democrazia dei partiti, (che è pur sempre una variante, un’evoluzione della democrazia liberale), anche se tendono a declinarla in forme che non sempre possono dirsi liberali.

Nel cinquantennio postebellico la democrazia rappresentativa dell’Europa occidentale ha continuato a godere di scarsa popolarità (e molti intellettuali hanno continuato a vagheggiare modelli alternativi, spesso raccapriccianti). Ma questo non le ha impedito di affermarsi sempre più come il regime della normalità e della pacifica convivenza, come lo sfondo obbligato di un indiscutibile progresso materiale. E ciò ha fatto sì che potesse avvantaggiarsi del crollo dei modelli alternativi (in particolare quello comunista) e sopravvivere senza traumi al declino della forma-partito: nell’endiadi di cui sopra (democrazia e partito) questa volta è stato il secondo elemento a entrare in crisi per primo. Le istituzioni della democrazia liberale non sono oggi a rischio in nessun paese dell’Europa occidentale; e hanno qualche buona speranza di consolidarsi anche nell’altra metà del continente. Resta aperta la sfida più difficile: quella di un’estensione planetaria che appare ancora incerta e lontana.

 

 

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