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La cultura economica del governo gialloverde

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Il Bloc Notes di Michele Magno

Prendete l’elettore, blanditelo con una montagna di promesse irrealizzabili e vi sarà comunque grato. È il gioco in cui sono maestri i nostri demagoghi, esperti in storytelling che manipolano sistematicamente la realtà nazionale. Basta scorrere l’ultimo report di Itinerari Previdenziali, il Centro studi diretto da Alberto Brambilla, per farsene un’idea.

Ad esempio, il report ci ricorda che dal 2008 al 2018 abbiamo accumulato oltre cinquecento miliardi di nuovo debito, alla faccia dell’austerity impostaci dall’Europa matrigna. Ci ricorda, inoltre, che nello stesso decennio la spesa sociale finanziata dalla fiscalità generale è aumentata — e non diminuita — di quarantatré miliardi. Ci ricorda, ancora, che appena quattro cittadini su dieci pagano le tasse, mentre sei non solo non le versano, ma sono totalmente a carico della collettività — a partire dalla spesa sanitaria. Ci ricorda, infine, che poco più del 12 per cento degli italiani paga quasi il 60 per cento dell’Irpef, mentre il 46 per cento ne paga meno del 3 per cento.

Ora, se si vogliono ridurre le tasse solo ai percettori di redditi fino a cinquantacinquemila euro (il mitico ceto medio), è inevitabile tassare di più quel dodici per cento che traina l’economia nazionale. È vero che in questo aggregato di contribuenti ci sono i cosiddetti pensionati d’oro, bersaglio prediletto degli arruffapopolo. Senza però dimenticare che la metà dei pensionati prende sì assegni anche assai modesti, ma non ha mai versato un euro nelle casse dell’Inps.

Che dire, poi, della storia degli oltre cinque milioni di poveri assoluti, ossia di coloro che non arrivano alla seconda settimana del mese, e dei nove milioni e mezzo di poveri relativi, ossia di quanti arrivano a malapena alla terza? Se un quarto della popolazione fosse davvero in questa condizione, allora avremmo dovuto vedere le piazze invase da orde di gilet (da noi) “gialloverdi”; così come avremmo dovuto aspettarci una mole stratosferica di domande accoglibili per il sussidio minimo garantito (è ora di chiamare con il suo vero nome il reddito di cittadinanza, che è un’altra cosa). Del resto, nelle narrazioni populiste l’evasione fiscale e il lavoro nero restano sempre sullo sfondo.

Va tutto bene, quindi? Certo che no. Va male, anzi molto male. Anche perché la cultura economica dei due i partiti al governo è la stessa: una sorta di “keynesismo straccione”, per cui lo stato si indebita per mettere nelle tasche delle famiglie dei quattrini e aspetta che il famigerato moltiplicatore compia il miracolo. Una cultura, insomma, che non si preoccupa di come aumentare la ricchezza, ma solo di come redistribuirla, come hanno scritto Luciano Capone e Alberto Mingardi sul Foglio.

Salvini e Di Maio sono ormai ai ferri corti, e può darsi che il patto di potere da cui sono legati alla fine —magari con il premier Conte officiante — si spezzi. A sinistra c’è chi punta su questo scenario per riannodare i fili del dialogo col M5s, confortato dal suo voto favorevole per Ursula von der Leyen. Un progetto mai abbandonato in nome della realpolitik e di una presunta irriducibile diversità della filiale della Casaleggio Associati con la Lega. Ovviamente, differenze ce ne sono, sul piano dei valori e dei programmi. Ma forse proprio queste differenze (democrazia diretta, decrescita felice, svalutazione della scienza, giustizialismo) dovrebbero costituire una ragione in più per non fantasticare su unioni impossibili.

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