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La comunicazione scientifica in tempo di Coronavirus

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Che cosa è emerso dal seminario “Come monitorare i media per prevenire e affrontare in maniera efficace le crisi” sulla comunicazione ai tempi del Coronavirus

La società di monitoraggio media Eco della stampa organizza una serie di webinar on line che hanno visto di recente ospite Marco Ferrazzoli, responsabile dell’Ufficio stampa del Cnr e docente di Comunicazione della conoscenza presso l’Università Tor Vergata di Roma. Il seminario, dal titolo Come monitorare i media per prevenire e affrontare in maniera efficace le crisi, ha messo in luce l’importanza di una corretta comunicazione scientifica in un periodo difficile come quello attuale, in cui le notizie scientifiche si ritrovano a occupare un posto di rilievo che raramente assumono.

La ricerca scientifica è uno dei motori dello sviluppo e del nostro benessere quotidiano, ma è raro che le notizie di carattere scientifico abbiano una risonanza tale da essere pubblicate in prima pagina, da entrare nei trend topics, nell’agenda setting, tra gli argomenti di maggior tendenza del momento, quelli di cui è impossibile non parlare. Tuttavia esistono diverse eccezioni alla regola: pensiamo al dibattito sui vaccini o sul riscaldamento globale, che lo scorso anno è tornato in auge stabilmente grazie a Greta Thunberg, nominata persona dell’anno 2019 dal settimanale Time e fenomenale animatrice di una campagna di comunicazione che ha avuto la sua concretizzazione a livello di mobilitazione giovanile nei Frydays for Future.

Se è vero che le notizie scientifiche raramente entrano nell’agenda setting mediatica, è anche vero che agli scienziati viene sempre più spesso chiesto di commentare gli argomenti di tendenza. L’expertise, cioè la richiesta di una competenza specifica per costruire un’informazione, è ormai molto diffusa in tutti i media. Anche in questo caso però la comunicazione può trovarsi di fronte ad alcuni ostacoli, primi tra tutti i bias (o pregiudizi) ostili, scettici, dovuti all’idea che l’opinione personale costruita su qualche informazione poco verificata e poco compresa possa essere contrapposta da pari a pari alla voce di ricercatori, medici, esperti, ponendo questi ultimi in discussione. I bias, però, sono strettamente legati al sovraccarico di informazioni che rende quasi impossibile per il pubblico generico distinguere le notizie vere dalle false e le fonti attendibili da quelle che non lo sono. E sempre all’overload informativo si deve la situazione per cui la corretta informazione scientifica deve combattere contro altri nemici quali le teorie del complotto, le fake news o la banalizzazione dei contenuti.

Per far fronte a tutte queste difficoltà gli enti di ricerca, le università e le altre istituzioni scientifiche si sono dotate di strutture e professionalità – uffici stampa, staff di comunicazione, eventi divulgativi, account sui social… – il cui compito è promuovere un’informazione corretta, tradurre i concetti scientifici in un linguaggio semplice, comprensibile ma anche attraente per i media e per il pubblico, secondo l’aurea regola di Piero Angela secondo cui non basta “farsi capire” ma bisogna anche attrarre il pubblico.

Il processo di comunicazione ha nel feedback il proprio obiettivo e il proprio strumento di misura. Se un ufficio stampa di un ente di ricerca ha lavorato correttamente presso i media, la notizia da esso diffusa dovrebbe produrre un cambiamento di comportamento da parte del pubblico, per esempio la convinzione dell’esattezza dell’informazione, e nei media che sono il volano cui in primis l’Ufficio stampa si rivolge.

Da questo punto di vista, l’analisi della rassegna stampa sul Coronavirus fornisce cifre importanti, indici di un interesse ampio, profondo e costante anche se non esente da contraddizioni. Con il dibattito pubblico su Covid-19 la ricerca scientifica è tornata prepotentemente nell’agenda setting ed è presumibilmente destinata a rimanerci ancora per parecchio tempo, in funzione dell’involuzione della pandemia che tutti auspichiamo sia più rapida possibile. L’importanza che i media attribuiscono all’argomento può essere – per esempio – facilmente riscontrata misurando nella banca dati della società Eco della stampa il numero di articoli pubblicati da tutte le testate e i siti nazionali e internazionali monitorati che contengono la parola Coronavirus. La sola settimana che va dal primo all’8 aprile ne conta più di 40.000. Sempre nella stessa settimana, superano i 40.000 articoli anche le parole Covid, Covid 19 o Covid-19. Altre parole usatissime dai media sono state virus, epidemia e pandemia, che compaiono ciascuna in più di 35.000 articoli nella settimana di riferimento. Molto meno utilizzate dai media, invece, le parole Sars e Sars-coV-2 che appaiono rispettivamente in 7.100 e 5.113 articoli. Gli altri termini più usati sono stati fase 2, contagio, mascherine, quarantena, isolamento e chiusura, meno presenti invece guanti e sanificazione.

Tra le istituzioni più citate troviamo naturalmente Consiglio dei ministri, Governo e Protezione civile, che nella la banca dati Ecostampa superano tutte e tre le 40.000 citazioni nella sola prima settimana di aprile. Per quanto riguarda i toponimi, i numeri più elevati li registrano quelli delle città, regioni e nazioni in cui il Coronavirus si è diffuso maggiormente: prima tra tutte Milano, seguita da Lombardia, Cina, Reggio Emilia (che registra più citazioni rispetto all’Emilia Romagna), Veneto e Piemonte. Meno citati i toponimi Bergamo, Wuhan, Brescia, Codogno e Vo.

Per quanto riguarda gli esperti più citati, i primi posti se li aggiudicano ovviamente personaggi mediaticamente molto presenti come Roberto Burioni e Giovanni Rezza (9.500 e 11.700 articoli, rispettivamente), mentre nella rassegna stampa specifica del Cnr il testa si posiziona il virologo Giovanni Maga.

Allargando ai personaggi pubblici in generale troviamo in prima posizione il premier Giuseppe Conte, con 19.000 articoli nella settimana presa in esame, seguito dal governatore lombardo Attilio Fontana con 9.300. Nella rassegna stampa del Cnr numeri importanti li realizzano anche altri soggetti quali lo Spallanzani, noto ospedale romano specializzato nella cura delle malattie infettive.

Il Coronavirus ha da mesi dato vita a una vera e propria “infodemia”: l’argomento ha monopolizzato l’attenzione dei media, che hanno relegato in secondo piano, quando non estromesso, qualsiasi altra notizia. In pochissimo tempo parole del tutto inconsuete nel lessico come epidemia e pandemia sono entrate a far parte del nostro parlare quotidiano ma come si accennava le notizie hanno assunto i toni più vari.

Alcuni articoli mostrano ottimismo e fiducia nei confronti della scienza, altri mettono in evidenza – soprattutto con il trascorrere del tempo – le contraddizioni e i dubbi insorti tra gli esperti e le istituzioni, mettendo in risalto presunti errori compiuti e soprattutto il mancato raggiungimento di un vaccino, di una cura, di una soluzione “definitiva”.

Questo atteggiamento ingenuo, comprensibile umanamente ma profondamente errato è forse peggiore della diffusione di teorie complottiste e di fake news, anche se tutto questo groviglio mediatico concorre nell’indurre nel pubblico una disinformazione che si traduce in false speranze, inutili allarmismi e altri comportamenti pericolosi e dannosi per la salute individuale e collettiva.

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