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La Brexit certifica che l’Ue è in crisi. Il pensiero di Ocone

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“Ocone’s corner”, la rubrica settimanale di Corrado Ocone, filosofo e saggista.

L’Unione europea è in crisi, in preda alle sue contraddizioni. La Brexit sarà pure, come dicono a Bruxelles, un elemento di chiarezza, ma fatto sta che perdere un socio così importante, anche simbolicamente, non è cosa da poco o indolore. Così come non è affatto detto che, nel divorzio, a perderci sia il Regno Unito e non noi altri.

Certo, il futuro è imprevedibile, ma su certe diffuse e catastrofistiche previsioni sul tracollo economico di Londra io ci andrei molto cauto. Se non altro per l’agilità che sullo spazio globale può avere una nazione che, per storia e tradizione, vi ha da sempre operato e che ora si libera finalmente dalle “catene” che l’Unione europea impone ai suoi membri.

Perché il punto è questo: l’Unione è un progetto razionalizzatore, burocratico, centralistico, fondato su norme e direttive, standardizzante e omologante (spesso con l’ottica eticizzante del politically correct, quello che vorrebbe dirci cosa e quanto mangiare e eliminare i “vizi” dalla faccia della terra). Un progetto che alimenta il conformismo e tende spontaneamente a escludere chi la pensa diversamente e ha una diversa sensibilità.

A volte, a chi fra gli amici mi chiede come possa io essere contro l’Unione europea essendo una persona “moderata” e “civile”, anche nei toni, faccio una serie di osservazioni. Oltre a quella che non si capisce perché le persone “perbene” debbano conformarsi per forza all’opinione comune. La prima osservazione è che non sono affatto anti europeista e nemmeno indifferente rispetto al tema: sono anzi convintamente europeista.

Essere contro questa Unione europea non significa affatto essere contro qualsiasi forma di Unione fra le nazioni e i popoli del nostro continente, che non solo è possibile ma è persino auspicabile. D’altronde, il liberalismo, che è l’ideale (anche esso molto frainteso) a cui faccio riferimento, non si sovrappone fino quasi a coincidere con quello che storicamente è stato lo “spirito europeo” o, se si preferisce dire così, “occidentale”?

Credo anzi che il primo salto comunicativo che chi la pensa come me dovrebbe auspicarsi è che risulti a tutti chiaro che sono proprio i critici dell’Unione Europea come è adesso i veri europeisti, quelli che più tengono al quid culturale che storicamente ci fa europei. La seconda considerazione che faccio concerne il fatto che gli europeisti mainstream, messi di fronte alla “forza dura” dei fatti, non potendo negare che l’Europa sia in crisi, dicono che ciò è perché il progetto europeo è incompleto, non ancora tale, che ci vuole un ulteriore sforzo per portarlo a compimento: “Più Europa”!. Noi invece si deve avere la forza di dire che non ci vuole né “più” e né “meno” Europa, ma un’“altra” Europa.

Quella che non va è proprio l’Unione concepita come progetto razionalistico, illuministico, progressista. Essa va sostituita da una Unione più autenticamente legata ai valori storici dell’umanismo, del cristianesimo e del liberalismo. Quanto poi alla terza osservazione, essa è ancora più personale. Come potete mai pensare che a tale progetto di razionalità astratta possa aderire chi si è abbeverato alle fonti di David Hume, Alexis de Tocqueville, Benedetto Croce, Friedrich von Hayek e Michael Oakeschott?

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