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Vi spiego chi ha vinto tra Kim e Trump il primo round Usa-Corea

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Il commento di Pierluigi Magnaschi, direttore di Italia Oggi, sui rapporti fra Stati Uniti e Corea del Nord

Ancora nei giorni scorsi, e per l’ennesima volta, i massimi organi di informazione occidentali, compresi quelli italiani, hanno sostenuto la tesi che la linea della «massima pressione» esercitata da Donald Trump nei confronti del dittatore Nord coreano, Kim Jong-un, è riuscita a mettere nell’angolo il cosiddetto Rispettato Maresciallo, inducendolo a più miti consigli, dopo la coreografica e provocatoria esibizione della sua forza missilistica-nucleare che era durata più mesi. Non è vero niente.

Questo primo round del match combattuto, in quest’ultimo anno, tra i due leader è stato indubitabilmente vinto da Kim. Il capo nordcoreano infatti sapeva che, per evitare di fare la stessa miserrima fine di Mohammar Gheddafi, che infatti fu schiacciato come uno scarafaggio sotto la suola della superpotenza americana, doveva accelerare al massimo la sua corsa verso due obiettivi: primo, la costruzione di sue bombe atomiche e, secondo, la disponibilità di missili intercontinentali in grado di portare le sue ogive fino sugli Stati Uniti.

Che questi due obiettivi siano stati raggiunti da Kim, lo dimostra anche il fatto che l’atteggiamento degli Stati Uniti nei confronti della Corea del Nord è cambiato da così a così nel giro di ventiquattr’ore, subito dopo cioè il lancio del missile con portata sufficiente a raggiungere gli Stati Uniti. L’inversione a U degli Usa nei confronti di Pyonyang è stata ovviamente mascherata da almeno un paio di settimane di invettive e di feroci (anche se ridicoli) tweet presidenziali statunitensi. Ma poi anche Trump, una volta venuta meno l’ipotesi di poter impunemente schiacciare con il suo tallone la Corea del Nord, ha dovuto prendere atto della nuova realtà dei fatti e ha quindi iniziato a sostituire le minacce alle trattative.

In questa imbarazzante inversione di marcia, Washington è stata aiutata (e spinta) dal governo sudcoreano guidato da Moon Jal-in, perfettamente cosciente che, dopo 65 anni di pace mai riconosciuta (e quindi del tutto precaria), il suo paese non può continuare a vivere, con tutta la sua complessità industriale e sociale, in bilico sul burrone di un conflitto che sarebbe rovinoso anche se non fosse nucleare.

Infatti, in un eventuale scontro militare fra la Corea del Nord e gli Usa, chi avrebbe pagato il conto più salato sarebbe stata proprio la Corea del Sud: la sua capitale, Seul, non solo dista pochi chilometri dal 38mo parallelo (che è la linea di demarcazione provvisoria fra le due Coree) ma è anche un’area metropolitana (la quarta nel mondo per ampiezza demografica) che ospita 27,2 milioni di cittadini che rappresentano il 49% dell’intera popolazione sudcoreana.

Ora l’area di Seul è, da decenni, sotto il tiro di 40 mila cannoni di grande potenza e di lunga gittata che il Nord Corea ha installato in apposite piazzole a ridosso del confine sul 38mo parallelo e che sono pertanto immediatamente attivabili, con un semplice ordine di sparare, contro la capitale della Corea del Sud. E questo, al netto dell’uso dell’arma atomica. Anche con le armi tradizionali, quindi, Seul farebbe una brutta fine nel giro di poche ore. Per questo, il premier sudcoreano, al contrario della dirigenza politica e militare statunitense, ha perfettamente capito che l’unico modo per assicurare la sopravvivenza (e il futuro) dell’intera penisola coreana consiste nella riduzione della pressione fra i due stati e nell’avvio, per quanto difficili essi siano, di colloqui tesi a dissipare le ragioni di attrito e di prevenzione ideologica, nella direzione di una collaborazione che sarebbe, certamente, difficile ma anche sicuramente molto fruttuosa per entrambi i Paesi.

Gli Stati Uniti, indipendentemente dalla sue varie presidenze, pur così diverse, che si sono succedute anche recentemente (da Bush senior a Clinton, a Bush jr, a Obama e ora a Trump), hanno sempre operato affinché lo status quo del 38mo parallelo, ancorché incandescente, rimanesse intatto. La linea della Casa Bianca era infatti dettata, è inutile nascondercelo, dalle esigenze del complesso industriale militare a stelle e strisce che obbedisce, comprensibilmente, più alle ragioni della potenza planetaria di Washington che a quella della riduzione delle aree di conflitto nel mondo.

Nel caso specifico, inoltre, più l’allarme fra il Sud e il Nord Corea è alto e più gli Stati Uniti vendono armi a Seul (con enorme beneficio per la bilancia commerciale statunitense, lo ha detto recentemente ed esplicitamente anche quel grossolano sensale politico senza veli che è Donald Trump).

Da qui, però, come hanno detto alcuni frettolosi e anche grossolani analisti, prevedere che la penisola coreana, a seguito di questo improvviso e insperato disgelo (che, per il momento, è però solo incipiente), diventerà presto un’area denuclearizzata, come hanno del resto auspicato anche i presidenti delle due Coree, nel loro recente primo incontro, ce ne corre. Fino a poco tempo fa (e da almeno 65 anni a questa parte) le uniche bombe atomiche presenti nella penisola coreana erano americane, al servizio delle quali, oltre che dell’armamento tradizionale, provvedevano 25 mila miliari Usa, regolarmente spesati dal governo di Seul. Il dispositivo Usa, pagato dai sudcoreani, era (ed è) sì a difesa della Corea del Sud, ma costituiva anche un solido presidio militare americano nell’area del Pacifico. È quindi poco probabile che gli Usa vi rinuncino rapidamente. E, dall’altra parte, la Corea del Nord che, grazie alla bomba atomica, da paese sottosviluppato, è riuscita a entrare, di fatto, nel club delle grandi potenze mondiali, non se ne farà spogliare rapidamente.

Di fatto però la Corea del Nord diventata potenza nucleare operativa e la Corea del Sud intenzionata a ridurre le barriere che la separano da Pyonyang, allarmano non solo gli Usa ma anche, e forse soprattutto, il Giappone che, non a caso, aveva brutalmente occupato e colonizzato, dal 1910 alla seconda guerra mondiale, l’intera Corea e l’aveva trattata come se fosse una nazione schiava vera e propria. È ancora aperta, ad esempio, la piaga del sequestro di decine di migliaia di donne coreane che erano state coattivamente utilizzate da Tokyo durante la seconda guerra mondiale come prostitute a favore dei soldati delle sue forze armate operanti bellicamente in tutto l’Est asiatico, tanto che esse (o i loro discendenti) non sono ancora state indennizzate da una indicibile ignominia di massa che peraltro non ha prezzo.

Su tutto questo sommovimento (peraltro inarrestabile) veglia, sorniona, la Cina, nella cui area la Corea del Nord sta da sempre gravitando (sia pure, spesso, con ampie aree di indipendenza) mentre la presa della Russia, anche se esibita, resta, tutto sommato, irrilevante.

(articolo pubblicato su Italia Oggi)

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