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Ecco gli effetti del caso Khashoggi su affari e petrolio

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L’articolo di Marcello Bussi, giornalista di Mf/Milano Finanza, sui timori della Silicon Valley verso il principe saudita Mohammed bin Salman, che in due anni è diventato il primo finanziatore delle startup Usa 

Il caso della sparizione e del più che probabile omicidio del giornalista saudita Jamal Khashoggi, di cui si sono perse le tracce da quando, il 2 ottobre scorso, entrò nel consolato dell’Arabia Saudita a Istanbul, sta facendo salire la temperatura dei rapporti tra Washington e Riad. Ma ieri non ha spinto ulteriormente al rialzo il prezzo del petrolio.

CHE COSA SUCCEDE AL PETROLIO

Aleggiava dunque il timore di una riedizione dell’embargo petrolifero del 1973. Ma secondo Olivier Jakob, responsabile della società di consulenza Petromatrix, «usare il petrolio come arma è l’ultimo proiettile per qualsiasi Paese, quindi non penso che lo faranno perché distruggerebbe la loro posizione come fonte affidabile di energia».

GLI EFFETTI DEL CASO

L’acutizzarsi della tensione fra Stati Uniti e Arabia Saudita arriva inoltre con l’avvicinarsi del 4 novembre, giorno in cui avranno pieno effetto le sanzioni Usa contro l’Iran. Ma su questo fronte è diffusa la convinzione che il greggio iraniano perso a causa delle sanzioni statunitensi sarà sostituito dalla fornitura di altri importanti produttori come Arabia Saudita e Russia.

LE ANALISI SUL PETROLIO

Per Tom Kloza, responsabile globale delle analisi energetiche presso il Servizio di informazione sul prezzo del petrolio, con Washington e Riad «che perseguono attivamente il controllo dei danni» è probabile che il mercato petrolifero rimanga impassibile. Per raggiungere questo obiettivo ieri il segretario di Stato Mike Pompeo è volato a Riad, dove ha incontrato il re Salman bin Abdulaziz e, poco dopo, suo figlio, il principe ereditario Mohammed bin Salman, dalla stampa ribattezzato MbS. Considerato l’uomo forte del regno, il trentaduenne MbS è anche l’artefice della Davos del deserto, la conferenza sull’economia che comincerà a Riad il prossimo 23 ottobre.

E LA DAVOS DEL DESERTO?

Si moltiplicano i ceo che ritirano la loro partecipazione all’evento: due giorni fa è stata la volta di John Flint (Hsbc) e Tidjane Thiam (Credit Suisse). Il giorno precedente era arrivata la defezione di Jamie Dimon (JP Morgan). Mentre il segretario al Tesoro Steven Mnuchin e la direttrice generale del Fmi Christine Lagarde hanno per ora confermato la presenza.

LE RICADUTE SUGLI AFFARI

Ma se sul fronte prettamente politico la tensione, almeno a livello ufficiale, dovrebbe allentarsi, a livello di affari già si vedono le conseguenze: ieri i sauditi hanno detto che non firmeranno l’accordo previsto con la Virgin di Richard Branson per il progetto Hyperloop, una sorta di treno mega-veloce, che si sarebbe dovuto firmare proprio nel corso della Davos nel deserto. Ma a tremare è soprattutto la Silicon Valley perché i sauditi sono diventati i principali finanziatori delle startup dell’area.

COME SI E’ MOSSO MBS IN USA

A partire dalla metà del 2016, il principe MbS ha infatti ordinato finanziamenti per 11 miliardi di dollari nelle startup statunitensi o direttamente o tramite il fondo Vision Fund di 92 miliardi di SoftBank Group, in cui i sauditi hanno impegnato 45 miliardi. Il totale investito dal regno finora nelle startup degli Stati Uniti è molto più grande del totale raccolto da ogni singolo fondo di venture capital.

Secondo i media arabi, intanto, Riad si prepara ad ammettere che il giornalista in auto esilio in Usa da un anno è stato ucciso nella sede diplomatica di Istanbul durante un interrogatorio finito male, colpa di qualche mela marcia che ha agito senza autorizzazione. Il regno dovrebbe però ammettere che aveva intenzione di riportare il suo giornalista in Arabia Saudita.

Estratto di un articolo pubblicato su Mf/Milano finanza

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