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Kamala Harris, chi è la vice di Biden e cosa farà con le Big Tech

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Kamala Harris

La prossima vicepresidente Usa, Kamala Harris, ha profondi legami personali e finanziari con la Silicon Valley, ma alcuni osservatori credono che…

 

«Ce l’abbiamo fatta!». La prima chiamata Joe Biden l’ha ricevuta dalla sua compagna di viaggio.

Una telefonata che Kamala Harris ha voluto diffondere via Twitter con un breve video di lei al cellulare, “quasi uno sberleffo per il Donald Trump che per quattro anni ha governato con i tweet la politica Usa”, ha chiosato Repubblica.

È la prima donna ad entrare alla Casa Bianca come vicepresidente, ma è anche la prima afro-americana e la prima americana-indiana.

“Nessuno meglio di lei impersona l’America multietnica e multiculturale, una diversità che si porta sulla pelle fin dalla nascita e che la rende doppiamente «orgogliosa di essere americana»”, ha aggiunto Repubblica: “Avrà a fianco il marito Doug Emhoff, avvocato ebreo di Los Angeles che ha come clienti le star dello spettacolo”.

La senatrice Kamala Harris sarà la vicepresidente della Casa Bianca con Joe Biden, ma che rapporti avrà con la Silicon Valley? E’ uno dei temi al centro dibattito negli Stati Uniti a cavallo tra politica ed economia.

I RAPPORTI DI HARRIS CON LE BIG TECH

La Harris ha sempre visto Big Tech come un partner piuttosto che come una minaccia, e ha assunto un tono moderato nei confronti del settore su diversi fronti, è la tesi di gran parte degli analisti. Come candidato alla presidenza, la Harris non ha sostenuto di ‘rompere’ con Facebook, con Alphabet, società madre di Google, o con Amazon, come hanno fatto la senatrice Elizabeth Warren e l’altro candidato democratico Bernie Sanders, ma è stata disposta, invece, a rafforzare l’applicazione delle norme antitrust. Come Biden, ha recentemente chiesto un aumento delle tasse sulle società, ma poi si è fermata prima di sostenere una tassa sui beni detenuti dagli americani più ricchi, scrive Marketwatch.

MOLTI ALLEATI E AMICI NELLA SILICON VALLEY

“Di solito il vicepresidente non gestisce l’agenda tecnica di un presidente, ma può comunque aiutare a dare tono a una vasta gamma di questioni per una campagna presidenziale e per l’amministrazione. La familiarità di Harris con queste aziende potrebbe darle un ruolo di rilievo nella politica tecnologica”, hanno sottolineato Kyle Daly e Ashley di Axios.

Harris ha molti amici e alleati nella Silicon Valley, anche tra i miliardari della Big Tech. Tanto per fare qualche esempio, il COO di Facebook Sheryl Sandberg ha postato una foto di Harris su Instagram a pochi minuti dall’annuncio di Biden, acclamando la sua selezione come “grande momento per le donne e le ragazze nere di tutto il mondo”.

L’amministratore delegato di Airbnb Brian Chesky e gli allora dirigenti di Apple Marissa Mayer e Jony Ive sono stati tra i grandi nomi della raccolta fondi per la sua candidatura per la rielezione nel 2014 come procuratore generale della California, ha osservato su Twitter Teddy Schleifer di Recode.

LE PRESSIONI SULLE BIG TECH

Tuttavia, sia come procuratore sia come senatore, la Harris ha anche messo sotto pressione la Big Tech.

“Le aziende tecnologiche devono essere regolamentate in un modo che possiamo garantire e il consumatore americano può essere certo che la loro privacy non è stata compromessa”, ha detto Harris al New York Times. È stata evasiva, tuttavia, quando le è stato chiesto se i giganti della tecnologia dovrebbero essere frammentati.

La Harris ha fatto pressione sulle piattaforme online in una lotta contro il revenge porn, come si legge su Politico.com.

E ha appoggiato il disegno di legge del 2018 che ha ridotto lo scudo di responsabilità dell’industria tecnologica, la sezione 230 del Communications Decency Act. Ha detto alla CNN che avrebbe “seguito da vicino” la ‘frammentazione’ di Facebook. Infine, facendo pressione su piattaforme di disinformazione, intromissioni straniere e discorsi di odio, ha fatto tremare gli amministratori delegati del settore tecnologico a Capitol Hill.

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ESTRATTO DELL’ARTICOLO DI DANIELE RAINERI PER IL FOGLIO DATATO AGOSTO 2020

Nel gennaio 2019 una professoressa di Legge di San Francisco, Lara Bazelon, scrisse sul New York Times un op-ed devastante contro Kamala Harris, che allora era candidata alle primarie per diventare presidente. L’editoriale faceva a pezzi l’immagine che Kamala Harris amava dare di sé, quella del “procuratore progressista”. Inserita nel meccanismo della legge, ma con idee sue che contribuivano a rendere il sistema migliore e più umano.

La Bazelon scriveva invece che Harris non è per nulla progressista, e portava una serie di argomenti non senza un certo rancore: non si opponeva alla pena di morte, non aveva tentato di rimediare a clamorosi errori processuali che tenevano gente innocente in galera e ogni volta che arrivava il momento di fare una scelta di politica progressista si asteneva – in particolare su una legge che permetteva di punire persino con la detenzione i genitori di studenti che saltavano la scuola. L’accusa era: Harris non è un’eroina antisistema, fa parte del sistema e ne approva gli aspetti peggiori. Quel singolo articolo è poi diventato la madre di tutte le critiche da sinistra contro Kamala Harris, riassunte nello slogan: Kamala is a cop. Kamala è un poliziotto.

Roba che suonava brutta per un settore di elettori democratici nel 2019, figurarsi adesso nel 2020 mentre il paese è spaccato dall’uccisione di George Floyd davanti ai telefonini dei passanti su un marciapiede di Minneapolis.

Stare in equilibrio in quel ruolo di procuratore nera, prima distrettuale e poi statale, in California – lo stato con le idee più liberal della nazione, ma anche uno stato da cinquanta milioni di persone e metropoli come Los Angeles – è stato complicato per Harris. Durante la sua prima campagna elettorale, per diventare procuratore a San Francisco, era considerata molto di sinistra, una che non aveva paura di affrontare i poliziotti se pensava che avessero fatto qualcosa di sbagliato. Ma poi c’è stata una svolta, che spiega il suo appiattimento come procuratore negli anni successivi.

La data della svolta è il 10 aprile 2004. Un poliziotto in borghese di 29 anni, Isaac Espinoza, durante un turno straordinario di lavoro, quando invece doveva essere già a casa, vede un sospetto, prova a fermarlo, quello si gira, ha in mano un fucile d’assalto Kalashnikov, spara una raffica e lo ammazza. Espinoza aveva una moglie e una figlioletta di quattro anni, è il primo poliziotto ucciso in servizio in dieci anni, l’assassinio riscuote un’attenzione enorme.

Negli anni successivi Harris diventerà molto cauta quando si tratta di prendere posizione. E spesso la cambierà. Nel suo libro del 2009 scrive che ci vorrebbe più polizia nelle strade perché tutti i cittadini rispettosi della legge si sentono più sicuri quando vedono più agenti, ma quest’anno ha detto al New York Times che volere più poliziotti nelle strade è una cosa da status quo, molto sbagliata.

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