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Jean Castex, chi è (e cosa farà) il primo ministro voluto da Macron

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Nuovo primo ministro in Francia (Castex al posto di Philippe) e cambio di passo per Macron. Tutte le ultime novità politiche in Francia nell’approfondimento di Enrico Martial

 

Già all’inizio del lockdown, il 12 marzo, Macron aveva affermato che sarebbe stato necessario un cambiamento. Ieri, 3 luglio, ne è stata segnata una tappa, con le dimissioni di Edouard Philippe e la nomina di Jean Castex a primo ministro. L’agenda è già stata declinata in più interventi, di cui l’ultimo alla stampa regionale francese.

La sequenza è stata inesorabile: come se avesse intravisto il risultato verde delle elezioni comunali del 28 giugno, nel programmato incontro del lunedì con i 150 cittadini sorteggiati per partecipare alla Convenzione sul clima, Macron raccoglieva 146 proposte per l’ambiente e l’economia. Ha quindi messo in agenda gli incontri preparatori al cambio di governo, in particolare con i presidenti Gérard Larcher del Senato, Richard Ferrand dell’Assemblea nazionale e Patrick Bernasconi del Consiglio economico, sociale e ambientale (CESE). Nelle more di questo passaggio, Macron ha comunque incontrato a Meseberg vicino a Berlino, nel pomeriggio del 29 giugno, Angela Merkel, ha poi preso posizione su Libia, Russia e Turchia (la Francia è quindi uscita dalla missione Nato “Sea Guardian”) e martedì 30 giugno è andato in Mauritania per il G5 Sahel.

Nel cambiamento tra Edouard Philippe e Jean Castex bisogna notare almeno due elementi. Anzitutto il metodo: le riforme avviate nel 2017 sono state gestite da Philippe con determinazione ma anche con qualche caparbietà, generando malcontento per esempio sul limite degli 80 km orari o sulla carbon tax. Al problema dei gilets jaunes ha dovuto rispondere Macron con strumenti di democrazia partecipativa e una vasta consultazione, oltre che il governo stesso con strumenti di sicurezza interna e di polizia. Castex è noto invece per essere un grande mediatore, capace insieme di mano ferma. Lo hanno detto lo stesso Philippe e persino Julien Baraillé, capo dell’opposizione nel piccolo comune di Prades (6120 abitanti) di cui Castex è sindaco dal 2008. Il nuovo primo ministro sembra più in sintonia con gli strumenti di democrazia partecipativa e deliberativa sviluppati di recente in Francia, come appunto la Convenzione sul clima o i due referendum annunciati (uno sull’ambiente), o con un rafforzato coinvolgimento degli enti locali e regionali. Una rinnovata funzione del Senato (che riunisce sindaci ed eletti locali) e del Consiglio economico e sociale (come luogo di consultazione permanente) così come l’attitudine dialogante di Castex mostrano la volontà di superare il modello verticista della prima fase della presidenza di Macron.

Il secondo punto è nell’efficacia. Per quanto le riforme siano in corso, per Macron si va ancora troppo lenti. Se si riesce a coinvolgere di più generando meno conflitti, i progressi saranno concreti come sulla riforma delle pensioni (rimanendo sul criterio dei punti rispetto al limite d’età) oppure sui motivi fondanti della sicurezza interna. Sul “separatismo” di parte di alcune comunità, come quella islamica Macron ha dato indirizzi e prodotto discorsi – l’ultimo a Mulhouse il 25 febbraio – che però non sembrano dare abbastanza risultati. E la sicurezza è una delle condizioni necessarie per affrontare la crisi dell’autunno e per dare corso alle riforme disegnate.

Castex è persona conosciuta nell’ambiente, anche se lo è meno dal punto di vista televisivo. Come molti altri, è di carriera tecnico-politica: oltre a essere passato dall’ENA, la scuola dell’élite pubblica francese, è stato vicesegretario dell’Eliseo nel 2011 ai tempi di Sarkozy, come Macron lo è stato di Hollande nel 2012. Ha affiancato Xavier Bertrand quando questi era ministro prima della salute e poi del lavoro, e in ultimo è stato a capo della fase 2, cioè del “deconfinamento”. Ha esperienza politica locale non solo come sindaco di Prades ma anche come consigliere del dipartimento dei Pirenei orientali. Il suo leggero accento del sud rassicura sulla partecipazione attiva degli eletti locali e sulla prossimità ai cittadini.

Nei prossimi giorni si costituirà il nuovo governo, in vista del programma da delineare ai francesi prima della metà di luglio, come detto al discorso televisivo del 14 giugno. In coerenza con i meccanismi della repubblica presidenziale, la scelta dei ministri sarà fortemente influenzata da Macron, che li collega proprio alle cose da lui annunciate alla crisi economica e sociale attesa per l’autunno, ma anche per consolidare e adattare il quinquennio da presidente, che si concluderà nel 2022.

I punti sono stati ripresi più volte. Si va dal recupero della “sovranità” produttiva europea e francese – per interi settori industriali e dei servizi – alla sostenibilità del sistema economico (pensioni e tempi del lavoro), dal rafforzamento del sistema sanitario ai fattori fondanti della sicurezza interna e della stabilità. Anche il piano europeo ed internazionale sarà di rilievo. Per quanto tradizionalmente guidato dal Presidente della Repubblica, richiederà un più stretto allineamento da parte del governo – senza app StopCovid che vadano per conto loro rispetto ai partner europei oppure nella prossima Conferenza sul futuro dell’Europa, così come sul tema della “federalizzazione” dei costi per la ripresa economica.

Philippe è uscito da Matignon tra gli applausi, con un consenso nei sondaggi che raggiunge il 53%, rispetto al 40% di Macron. Domenica andrà al primo consiglio comunale di Le Havre, dove è stato eletto con un robusto 58,8%. Nei tre anni di governo ha adottato misure puntuali – come la mensa scolastica a un euro per i bambini delle famiglie più fragili – e altre strutturali, come sul codice del lavoro (cinque decreti di semplificazione e alleggerimento di obblighi tra mille discussioni), sul settore ferroviario, sull’assicurazione di disoccupazione, sulla soppressione sull’imposta sulle abitazioni e sulla fiscalità locale. Ha gestito l’abbandono del progetto di aeroporto a Notre-Dame-des-Landes (vicino a Nantes ma anche ai cantieri navali di Saint-Lazare) e lo spegnimento della centrale nucleare di Fessenheim, proprio al confine con la Germania. Si tratta di due controversie ambientali pluridecennali amministrate da un politico con esperienza nel centro-destra di Juppé.
La stampa l’ha già intravisto come riserva della Repubblica o come potenziale candidato alle prossime presidenziali, comunque con un ruolo da osservare.

Per intanto, a raffreddare gli entusiasmi, mentre va già avanti un’inchiesta parlamentare, proprio nel venerdì del cambio di governo è stata confermata l’inchiesta giudiziaria sulla gestione Covid nei suoi confronti e dei due ministri della salute che si sono succeduti, Agnès Buzyn e Olivier Véran, sulla base di nove esposti considerati ammissibili dei 53 esaminati, sul totale dei 90 finora ricevuti.

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