skip to Main Content

Sinner

Jannik Sinner e la boriosa setta del “sì, però” (tu quoque Crozza?)

Sinner è l’ultimo personaggio colpito dalla raffica del “sì, però”, che è la sindrome di una piccola, ma rumorosa setta di italiani che obiettano anche quando non c’è nulla da obiettare. Il taccuino di Guiglia

No, non è spirito critico. È solo l’incapacità di vivere e condividere un momento di felicità. Un misto di masochismo e di egocentrismo insopportabili, un frullato di invidia malcelata e dell’“adesso ti faccio vedere io”. È l’intento ossessivo di voler cercare il pelo nell’uovo, anche quando non ci sono uova da strapazzare.

Si chiama Jannik Sinner l’ultimo personaggio colpito dalla raffica del “sì, però”, che è la sindrome di una piccola, ma rumorosa setta di italiani che obiettano anche quando non c’è nulla da obiettare. Non è sano anticonformismo, il loro. Al contrario, è seguire la corrente di quella frustrazione intellettuale che dà addosso ai migliori sempre e solo per il fatto che sono i migliori.

Ma quant’è bello dir male di Garibaldi, la figura più importante d’Italia – e, per i suoi contemporanei, anche del mondo – nell’ultimo secolo e mezzo di storia italo-universale. “Sì, però alla fine s’è piegato al Re, lui che era stato condannato a morte dai Savoia”, dicono tra altre piccole miserie e grandi menzogne i detrattori in servizio permanente. Non comprendendo di esaltarne, così, il valore, anziché di ridimensionarlo, come vorrebbero: la grandezza di Garibaldi stava anche nell’anteporre il sogno di unire l’Italia persino ai suoi conflitti personali e politici.

Prendiamo Andrea Bocelli, l’ancora oggi più acclamato cantante italiano nel pianeta. “Sì, però non è un vero tenore”, rimugina il salotto degli schizzinosi, sorvolando sull’incanto che il mondo riconosce in Bocelli: meglio la polemicuccia tutta casa e cortile.

Vogliamo poi dire di Mario Draghi, un italiano di cui sarebbe difficile non essere orgogliosi, stimato e invidiato anche all’estero, com’è? (“Quando ai vertici europei parlava Giuseppe Conte, andavamo a prendere il caffè. Quando parla Draghi, prendiamo appunti”, rivelò un primo ministro spagnolo).

“Sì, però Draghi non l’ha eletto nessuno”, ecco che subito si scatena il plotone politico dei tromboni non all’altezza della sua competenza né credibilità.

Adesso il fumo negli occhi vorrebbero soffiarlo anche tra i capelli ricci e rossi del più grande tennista italiano (e presto, secondo pronostici, del mondo).

“Sì, però ha la residenza fiscale a Montecarlo”, buttano lì quelli che non conoscono le leggi della Repubblica italiana, né le scelte di numerosi sportivi d’eccellenza d’ogni disciplina e nazionalità.

Non possono dirgli che non è bravo, che non s’impegna, che non è simpatico o che è un figlio di papà perché -all’opposto-, è figlio di mamma Siglinde e papà Hanspeter, anch’essi esemplari per come hanno educato Jannik. E perciò tirano il pallone lontano in tribuna: sì, però il ragazzo non paga le tasse in Italia, dice il solito club del risentimento, degli insoddisfatti infelici. Confondendo la racchetta d’oro con l’Agenzia delle Entrate, l’amor di Patria col 740 e una scelta di libertà (nel rispetto della legge del mio Paese, io pago le tasse dove mi pare e piace) con un’“imposizione” -nel doppio senso- da ayatollah: la fustigazione di chi pretende di interpretare la morale pubblica neppure solo sua, bensì collettiva. Sorvolando, inoltre, sul dettaglio che il beneficio economico, diretto e indiretto, che Sinner apporta alle casse della sua e nostra Italia grazie a quello che fa, è enorme e incalcolabile, comunque molto maggiore dell’eventuale residenza fiscale nel Belpaese. Senza mai pesare, oltretutto, sui servizi pubblici, perché lui vive altrove, all’estero, gran parte dell’anno.

Ora anche il buon Crozza annuncia, con la ripresa del suo imperdibile programma, di unirsi al carro del “sì, però”, prendendo in giro il tennista di Sesto Pusteria per la residenza a Montecarlo (e perché non parla bene in italiano, il che, peraltro, è caricaturale, ma non vero: parlasse Crozza in qualunque altra lingua così bene, come Sinner lo fa in italiano e in inglese, non solo nella sua madrelingua tedesca).

Ma rideremo volentieri pure del Sinner in versione carota-Crozza: non è questo il punto. Il punto è che anche il comico eccezionale s’appiattisce banalmente sulla vulgata fiscale. Vulgata che per le persone comuni e i cittadini di puro buonsenso è legittima e comprensibile: non è, infatti, stravagante che il più grande tennista italiano non abbia la residenza fiscale in Italia? Certo che lo è.

Ma chi ha il dovere di approfondire almeno un pochino la questione, in particolare i giornalisti, non può rifugiarsi nella demagogia. E dovrebbe sempre aggiungere, accanto alla predica ridicola, che Sinner non sta commettendo nulla né di grave né di illegale né di immorale. E sottolineare che il giovane rispetta le leggi del suo Stato e la verità del suo peregrinare sportivo in giro per il globo.

E sapere che la Patria non si misura sulla base dei quattrini e delle gabelle, ma della vita straordinaria che uno “spende” anche per farla vincere, ammirare e amare nel mondo.

(Pubblicato sul quotidiano Alto Adige )
www.federicoguiglia.com

Back To Top