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Ius scholae? Un atto patriottico

Calenda

Ecco perché lo Ius scholae non è una battaglia “di sinistra”, ma una legge patriottica, necessaria nell’interesse dell’Italia. Il taccuino di Federico Guiglia

 

Immigrato, ricorda la Treccani, è “chi si è trasferito da un altro Paese specialmente per ragioni di lavoro”. Tanto basta per chiarire il primo equivoco sul testo di legge all’esame della Camera che si riferisce non a lavoratori espatriati, bensì a minori che studiano. Bambini o ragazzi nati in Italia da genitori stranieri, o che vi sono con loro arrivati entro l’età di 12 anni. Un milione di studenti che, a differenza dei loro padri, tutto possono essere definiti fuorché “immigrati”. E ai quali si vorrebbe perciò riconoscere la cittadinanza italiana, purché nella Penisola abbiano frequentato un ciclo scolastico – da ciò il nome di “ius scholae” dato al provvedimento – di almeno 5 anni.

Il secondo equivoco è perfino peggiore del primo. Si dice che prendere atto dell’evidenza, e certificarla, potrebbe danneggiare gli italiani.

E’ vero il contrario. Consentire a chi parla e mangia, veste e canta, tifa e si comporta come noi di considerarsi ciò che già si sente, significa integrarlo in pieno nella società di cui fa parte. Significa incoraggiare i suoi genitori immigrati a sentirsi anch’essi orgogliosi per l’italianità conquistata sul campo dai figli. E perciò più vicini, quei padri, alla nazione in cui vivono.

Dunque, a chi giova lo ius scholae “che va incontro alla realtà”, e che “si spera prevalga rispetto ai dibattiti ideologici”, come auspica la Conferenza episcopale italiana?

Giova all’Italia in crisi demografica poter contare su questi suoi figli di fatto, ma non ancora di diritto. Giova all’identità italiana l’iniezione di speranza da parte di 1 milione di ragazzi che, per l’intera vita loro, saranno grati alla Patria che non li ha più considerati “stranieri”. Giova a quel richiamo universale suscitato dalla bellezza e dalla grandezza dell’Italia in tutte le sue più riconosciute espressioni. Sì, questo è anche il Paese che sa condividere la sua cittadinanza con chi la merita, perché se l’è guadagnata con la testa e col cuore fin dalla scuola.

Di tutti gli “interessi nazionali”, questo è il più lungimirante. Chi diventa italiano dopo aver coltivato l’Italia negli anni più importanti e formativi della vita, amerà la Patria nuova o ritrovata due volte.

Sorprende, allora, che proprio la destra “nazionale” o la Lega del “prima gli italiani” non abbiano ancora compreso che questa non è una battaglia “di sinistra”: è l’atto più patriottico che il Parlamento possa compiere per l’equità di 1 milione di studenti e per amor d’Italia.

(Pubblicato su Il Giornale di Vicenza e Bresciaoggi)

www.federicoguiglia.com 

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