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L’Italia può festeggiare dopo le elezioni tedesche?

Lindner

Scholz e Lindner sono favorevoli a reintrodurre il freno costituzionale all’indebitamento, sospeso durante la pandemia, sia pure con meno fretta da parte del socialdemocratico. L’approfondimento di Tino Oldani per Italia Oggi

Christian Lindner, 42 anni, leader della Fdp, il partito liberale tedesco, è un riservista dell’aeronautica e un abile spadaccino. Un tipo sveglio, come si richiede a chi duella con la spada. Grazie a lui, il partito liberale, che era stato dato per morto, già nel 2017 era tornato sopra il 10%. Ma le tv tedesche, durante la campagna elettorale, non l’hanno mai invitato ai «trielli», i confronti in diretta con i principali avversari, tre appunto. Gli elettori hanno potuto ascoltare per tre volte le proposte di Olaf Scholz (Spd), Armin Laschet (Cdu-Csu) e Annalena Baerbock (Verdi), che nelle elezioni di domenica scorsa si sono piazzati ai primi tre posti. Ma ora, contro ogni previsione, Lindner, quarto con l’11,5% e 92 seggi, potrebbe diventare il vero kingmaker del prossimo cancelliere, scegliendo tra Scholz e Laschet. Un ruolo decisivo, che si ritrova tra le mani grazie al fatto che i risultati elettorali non consentono una maggioranza di governo precostituita prima del voto, ed essendo stata esclusa l’ipotesi di una nuova Grande coalizione tra Cdu e Spd, sarà inevitabile costruire un’alleanza composta da almeno tre partiti, dove l’uno o l’altro dei due partiti maggiori dovrà assicurarsi l’appoggio dei Verdi e, soprattutto, della Fdp, con quest’ultima in una posizione di vantaggio.

Non è dunque un caso se i governi dei paesi europei stanno studiando la figura di Lindner e il suo credo politico, visto che in cambio della partecipazione al governo, egli chiede per sé il ministero più importante, dopo la cancelleria: le Finanze. Un posto di potere chiave sia in Germania che in Europa per l’influenza che ha sempre esercitato sulla politica fiscale Ue, dettando tempi e modi dell’austerità. In proposito, Lindner non ha mai fatto mistero del proprio credo ordoliberista, contrario ad ogni ipotesi di allentamento dei vincoli di bilancio fissati dal trattato di Maastricht (3% deficit-pil; 60% debito-pil), come vanno chiedendo da mesi Italia, Francia e Spagna. «Ammorbidire il freno all’indebitamento, che in Germania è fissato dalla Costituzione», ha detto il leader liberale in campagna elettorale, «invierebbe un segnale fatale ad altri membri dell’Ue, come l’Italia, che hanno accumulato un debito ben al di sopra dei limiti stabiliti da patto di stabilità Ue». Dunque, nessuna apertura per quella che definisce «la messa in comune del debito» in Europa, tantomeno per reiterare iniziative come il Next Generation Ue, che considera un debito comune «una tantum», giustificato solo dalla pandemia.

Sulla carta, si tratta di posizioni simili a quelle della Cdu-Csu di Laschet, ma piuttosto lontane da quelle del socialdemocratico Scholz, che si è detto favorevole a fare del Next Generation Ue uno strumento permanente di investimento, con un debito comune. Posizione condivisa dai Verdi, favorevoli a regole più lasche sul debito sia in Germania che in Europa. Non solo. Come i Verdi, in campagna elettorale la Spd di Scholz ha proposto più tasse sui redditi alti, mentre la Fdp si è opposta a qualsiasi aumento delle tasse, proponendo invece una netta riduzione di quelle sui profitti delle imprese, linea condivisa dalla Cdu, che ha proposto anche una riduzione delle imposte sui redditi medio bassi. Altro punto di dissenso, il salario minimo a 12 euro proposto da Scholz, ma rifiutato da Lindner e dalla Cdu.

Vista la similitudine dei programmi elettorali, parrebbe logico che Lindner puntasse su Laschet per la cancelleria, benché quest’ultimo abbia fatto perdere al suo partito ben otto punti, scendendo al 24,1% (196 seggi). Ma per avere la maggioranza nel Bundestag servirebbe avere come alleato un terzo partito, che non sia la Spd, ovviamente contraria. Puntare sui Verdi (14,8%; 118 seggi)? Possibile, in teoria. Ma la Baerbock si considera di sinistra, e si è detta pronta a governare con la Spd (primo partito con il 25,7%; 206 seggi), con Scholz cancelliere. Tanto più che quest’ultimo, in campagna elettorale, si è dichiarato più volte favorevole a governare con i Verdi, e da ultimo perfino con la Linke, partito ex comunista di estrema sinistra, che però ha preso solo il 4,9% e 39 seggi, uscendo dai papabili al governo. Così, poiché centrodestra e centrosinistra sono in cerca del terzo partner, ecco servito su un piatto d’oro il ruolo di kingmaker per Lindner, vero arbitro tra le ambizioni di Scholz e quelle di Laschet. E benché le sue proposte elettorali sembrino inconciliabili con quelle della Spd, alcuni analisti intravedono uno spazio di cooperazione possibile e utile ad entrambi. In fondo, Scholz è un socialdemocratico di destra, che in materia di spesa pubblica ha più punti in comune con la Fdp che con la sinistra del suo stesso partito.

Entrambi, Scholz e Lindner, sono conservatori fiscali, favorevoli a reintrodurre il freno costituzionale all’indebitamento, sospeso durante la pandemia, sia pure con meno fretta da parte del socialdemocratico. E un’alleanza potrebbe fare gioco ad entrambi: per Scholz, un ministro pro-austerità come Lindner potrebbe fornirgli una copertura contro la sinistra del suo stesso partito quando si trattasse di calmierare la spesa pubblica sul piano interno. Idem quando il problema si dovesse spostare in Europa: Scholz potrebbe fare leva sui «nein» di Lindner di fronte alla richiesta di allentare le regole del patto di stabilità, in continuità con quanto lui stesso ha fatto negli ultimi anni come ministro delle Finanze di Angela Merkel. Nulla è deciso. Ma è in base a considerazioni di questo tenore, e alla forte ambizione di Lindner di entrare nel governo, che alcuni analisti considerano possibile una «coalizione semaforo», dal colore dei tre partiti (Spd, Fdp, Verdi). Ovviamente dopo negoziati per nulla scontati, né brevi: per formare l’ultimo governo Merkel, tra due partiti, ci vollero 6 mesi.

 

Articolo pubblicato su ItaliaOggi

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