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Italia protagonista in Libia. Un esercizio di teoria politica

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Libia

Giugno 2019, a Roma – alla presenza di Abd al-Fattah al-Sisi – il governo Conte riesce a incassare un clamoroso successo in politica estera: un accordo strategico tra le diverse fazioni in lotta nello scacchiere libico. Un successo che congela anche l’ipotesi di crisi del suo Governo, successiva ai risultati delle elezioni europee e alle “fibrillazioni” giudiziarie dei mesi precedenti. Fantapolitica? Oppure l’esito di una strategia audace ma al contempo concreta come quella proposta da Antonio de Martini, analista esperto dello scacchiere mediorientale ed ex ufficiale carrista. Proviamo a sintetizzare la sua proposta per gestire il “teatro d’operazione libico”.

Nelle settimane a cavallo tra aprile e maggio, i combattimenti attorno a Tripoli proseguono stancamente, senza nessun risultato significativo, anche perché gli altri attori (Misurata e Zentan) non si gettano nella mischia per non scoprirsi rispetto a eventuali contrattacchi. Come ci ricorda de Martini, la storia ci insegna che: “gli arabi accettano anche nei conflitti più sanguinosi proposte di mediazione” qualora a farle siano soggetti “rispettati” e che si dimostrino “capaci di usare la forza con giudizio”.

Il vantaggio del presidente del Consiglio Giuseppe Conte risiederebbe nel fatto di non essere compromesso con il voltafaccia del 2011 che ha totalmente delegittimato il PD e il clan Berlusconi; ma questo è solo il primo requisito: affinché le sue proposte possano essere prese in considerazione, il premier deve “mostrare di saper usare la forza delle armi, possibilmente senza spargimenti di sangue”

L’approccio di “Peace Enforcing” prevederebbe il seguente dispiegamento:

A) una divisione navale – a sostegno di due battaglioni (fanti di marina e paracadutisti) appoggiati da incursori – posizionata nel golfo di Sirte davanti a Agedabbia.

In questa fase i nostri diplomatici e l’intelligence dovrebbero creare dei canali di comunicazione con le diverse fazioni sul campo, mentre non ci sarebbe alcun contatto diretto tra i nostri militari e le milizie.

B) Qualora la proposta di cessate il fuoco non venisse immediatamente accettata, i lagunari metterebbero “gli scarponi sul terreno” mentre le unità navali porta-aeromobili inizierebbero un’attività di copertura aerea (con l’appoggio della base di Ghedi) più “aggressiva” con “sorvoli” tattici, fino a chiudere lo spazio aereo.

C) Nel frattempo una seconda divisione navale verrebbe posizionata di fronte a Tobruch senza sbarcare, ma effettuando “ricognizioni offensive” in grado di lanciare un messaggio chiaro: la via dei rifornimenti e di fuga verso l’Egitto è tagliata. A questo punto, “l’offerta di cessate il fuoco – chiosa de Martini – verrebbe respinta solo da un demente”.

D) Poco prima della scadenza fissata per l’accettazione, sbarcherebbero anche i parà, comunicando che si apprestano “a favorire il deflusso dei gruppi che si sono ‘sbilanciati’ verso Tripoli”.

“Finora non è stato sparato un solo colpo e l’intera operazione è italiana. Il negoziato tra le parti si inizia a bordo di una nave italiana (possibilmente non militare) e li si conclude”.

Gli Stati Maggiori italiani hanno a che fare con la Libia dalla fine dell’Ottocento ed è certo che un piano con questo crono-programma e queste direttrici d’intervento, sostenuto da adeguate reti logistiche e d’intelligence è già su qualche autorevole scrivania. È vero che i piani si sfaldano appena si prova ad attuarli (e la storia è un cimitero di pianificazioni strategiche) ma l’audacia e il coraggio sono sempre importanti asset di un Paese: “la prova di decisione e di forza farà miracoli, a patto che sia fatta con precisione cronometrica e la nostra diplomazia abbia pronto un piano da attuare”.

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