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Italiani ed europei su natalità e demografia sono a un bivio. Parla la prof Testa (Luiss)

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“Noi italiani ed europei su natalità e demografia siamo a un bivio. Ma esistono motivi per essere ottimisti”. Conversazione di Michele Fucolto per Start con Maria Rita Testa, professoressa di Demografia alla Luiss

 

Italiani ed europei su natalità e demografia sono a un bivio. Ecco perché secondo Maria Rita Testa, professoressa di Demografia alla Luiss, che lunedì 29 marzo – dalle 11 in diretta streaming – parteciperà a un seminario internazionale organizzato dall’Osservatorio Luiss Ethos insieme all’Ambasciata giapponese in Italia sulle sfide demografiche di Italia e Giappone, i due Paesi più anziani del pianeta.

Professoressa Testa, da mesi il dibattito di politica economica italiano ruota attorno a un programma straordinario di finanziamenti europei ribattezzato “Next Generation Eu”. Eppure l’Unione europea è un continente in cui la “prossima generazione” sarà numericamente più esigua di quella attuale e mediamente più indebitata…

Il paradosso non mi sfugge. Secondo dati Eurostat appena pubblicati, nel 2019 nell’Unione europea sono nati 4,17 milioni di bambini, in calo costante dal 2008 quando i neonati furono 4,68 milioni. Allo stesso tempo il tasso di fecondità medio è 1,53 in tutta l’Unione europea, distante dal 2,1 necessario per avere una popolazione stabile. Eppure vorrei essere ottimista: la scelta della Commissione europea di intitolare un programma straordinario di aiuti per la ripresa economica alle future generazioni vuol dire che abbiamo ancora a cuore il futuro di chi verrà dopo di noi…

I dati sulla natalità sembrerebbero dire altrimenti, a partire da quelli italiani…

Invece proprio nei numeri che riguardano l’Italia trovo un altro motivo per non essere catastrofisti. Mi spiego. Nel 2020 abbiamo avuto il numero più basso di neonati nella storia recente del nostro Paese, a fronte del numero più alto di decessi a causa della pandemia oltre che dell’intenso invecchiamento. L’Italia però è anche uno dei Paesi con il “fertility gap” più elevato del mondo sviluppato, cioè una distanza significativa tra il numero di figli desiderati, attorno a 2,1 per donna, e il numero di figli effettivi che è in media al di sotto di 1,3 per donna. Questo vuol dire che non ci troviamo ancora nella cosiddetta “trappola della fecondità”, cioè una situazione in cui i giovani semplicemente non desiderano avere figli. Il modello normativo, quello cui aspiriamo in media, è ancora una famiglia con due figli o più. Si tratta quindi di intervenire quanto prima perché questo “fertility gap” si riduca. Se questo gap si riducesse, la nostra popolazione tenderebbe verso un equilibrio demografico. Ecco perché sono ottimista.

Le politiche demografiche pro natalità sembrano contribuire ben poco a ridurre questo fertility gap…

Non esistono soluzioni semplici in campo demografico. Un bonus o un assegno in più difficilmente ci convincono ad avere un figlio o una figlia in più. Ma prima dell’attuale pandemia esistevano modelli – pur diversi fra loro – che avevano una qualche efficacia nel mantenere il tasso di fecondità vicino alla soglia di 2,1. Parlo dei modelli francese e scandinavi, per esempio. Senza entrare nei dettagli dei sistemi, questi modelli di intervento pubblico hanno alcune caratteristiche comuni. Primo: sono massicci in quanto a risorse investite. Secondo: durano da tempo, non sono una tantum. Questi due fattori ne rafforzano la credibilità agli occhi delle giovani coppie. Terzo fattore decisivo: in Francia e nei Paesi scandinavi abbiamo “pacchetti di misure”, cioè insiemi complessi di policy, in grado quindi di intercettare più facilmente diversi gruppi sociali. L’universo delle donne e delle coppie infatti, nella società contemporanea, è molto variegato. Lo spiego con un esempio. Una donna manager potrebbe non trarre nessun giovamento, o quasi, da un incentivo monetario tipo “bonus bebè”, potrebbe preferire piuttosto – per perseguire legittimi obiettivi di carriera – che la sua azienda abbia un nido aziendale dove portare il figlio. Lo Stato, se si impegnasse solo sul fronte dei bonus, dimenticherebbe di incentivare le aziende ad aver servizi per l’infanzia.

Lunedì prossimo, con l’Università Luiss e l’Ambasciata del Giappone in Italia, parlerete delle sfide demografiche di Roma e Tokyo. Ci sono punti in comune tra due realtà così distanti, non solo geograficamente?

Italia e Giappone non sono soltanto i due Paesi più anziani del pianeta. In Giappone, come in Italia, la popolazione complessiva sta diminuendo da anni nonostante i flussi migratori, per esempio. All’inizio del 2021 si calcola che ci fossero 125,5 milioni di Giapponesi, in significativo calo dal picco di 128 milioni raggiunto nel 2010. Non solo. Anche in Giappone la pandemia sembra aver avuto un impatto negativo sugli equilibri demografici: secondo alcune prime stime, la popolazione del Paese nel 2020 si sarebbe ridotta di 420.000 persone rispetto a un anno prima. Per la prima volta, nel 2020, le nascite potrebbero scendere sotto quota 800.000, facendo peggio del precedente record più basso, le 865.000 nascite del 2019.

Così però sembra esaurirsi l’ottimismo da cui eravamo partiti in questa chiacchierata…

Nient’affatto. Il Giappone, certo, non ha trovato la ricetta magica per rilanciare le nascite. Però Tokyo ha dimostrato, per esempio, che certi squilibri causati dall’invecchiamento e dalla riduzione della forza lavoro possono essere risolti anche perseguendo l’equità di genere. Il governo giapponese, negli ultimi anni, ha dispiegato la cosiddetta “Womenomics”, per ridurre i gap salariali e di opportunità di lavoro tra uomini e donne. I risultati sono arrivati eccome. Secondo i dati Eurostat, in Italia nel 2005 lavoravano 48,5 donne ogni 100 di età compresa fra i 20 e i 64 anni, mentre nel 2019 siamo arrivati a 53,8. Nello stesso arco di tempo, il Giappone è passato da 61,7 donne al lavoro su 100 in quella fascia d’età a 75 donne su 100. Un incremento molto maggiore di quello italiano, e anche di quello europeo o americano. L’effetto positivo sulla natalità giapponese non si è materializzato, ma questo dipende da eccessive rigidità su orari e organizzazione del lavoro, oltre che da altri motivi culturali legati ai ruoli tradizionali della donna e dell’uomo. Tuttavia, almeno sul fronte dell’occupazione, in Italia abbiamo la possibilità di imitare Tokyo e abbiamo ampi margini di miglioramento. Un altro motivo per essere ottimisti, non crede?

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