Mondo

Italia-Germania, l’inno d’Italia e Sergio Sylvestre

di

Casellati

Il corsivo di Paola Sacchi tra ricordi e cronaca

 

Ritrovarsi per caso, seduta allo stesso posto, stessa ora, a rivedere, stavolta a colori, non più sul televisore Brionvega, l’altra notte, su Rai Sport Italia-Germania 4-3 che non avevo più rivista, da allora, per intero, dall’inizio alla fine. E rifare la mattina dopo un brutto tuffo nella realtà dell’odierno, devastante “politicamente corretto” con la notizia che era stato di fatto sfregiato il nostro inno nazionale per la finale di Coppa Italia Napoli-Juventus. Tweet durissimo di Daniele Capezzone, che poi ha aggiunto: “Non credo a tesi complottistiche ma provate voi a scempiare l’inno di Inghilterra e vediamo se vi applaudono”. E il direttore editoriale di “Atlantico”, Federico Punzi, pungente in un altro tweet: “È da fascisti protestare?”.

Nulla di personale e ovviamente nulla di fascista o razzista, ci mancherebbe, contro il cantante statunitense, di colore, Sergio Sylvestre, che ha concluso con un pugno sinistro chiuso e che ha detto di aver saltato un’intera strofa a causa dell’emozione anche di fronte agli spalti vuoti, causa Covid. E però che brutta sensazione è stata passare di colpo dalla storia, di quella che Nando Martellini definì nella sua grande telecronaca “meravigliosa partita”, ai tempi degli sfregi non solo a statue ma anche a inni nazionali, magari non voluti. Il punto è che chi ha fatto questa scelta, certamente legittima, non la ha accompagnata evidentemente con la dovuta serietà e sorveglianza su un evento così importante seguito da milioni di telespettatori.

È stato come una doccia fredda il ritorno alla odierna realtà. Come scoprire che, mezzo secolo dopo, questo Paese non è cambiato in meglio ma per certi versi in peggio. Non è nostalgia o romanticismo di cui qualcuno (molto pochi) sui social ha un po’ scioccamente in questi giorni accusato i cultori di Italia-Germania 4 a 3, giudicata dalla Fifa, nota organizzazione “romantica”, detto con ironia, la partita del secolo, per la suspense, il pathos oltre che per l’elevato livello agonistico dei protagonisti italiani, innanzitutto – che simboleggiarono lo spirito di tenacia e fantasia, come ha ricordato Gianni Rivera, in un’intervista a “Il Riformista”, di un’intera Nazione – ma anche per il livello dei giocatori tedeschi.

Come non riconoscere l’eleganza dei movimenti di Franz Beckenbauer, pur con una spalla fasciata, che tenta il tutto per tutto? Ma noi quella notte, in cui per la prima volta l’Italia uscì in strada sulle 500 a festeggiare con il Tricolore in mano, eravamo tutti dalla nostra parte, a difendere, con il fiato sospeso quell’1 a 0 segnato dopo pochi minuti da Roberto Boninsegna, a difendere per tutti quei dannati 90 minuti una vittoria poi svanita in quegli altri ancora più interminabili due minuti e mezzo di recupero assegnati dall’arbitro Arturo Yamasaki Maldonado. Lo avevo quasi rimosso, ma ho risentito Martellini che nella sua appassionata e professionalissima telecronaca “martellava”: “Incredibile, un tempo di recupero clamoroso”. Se vogliamo fare una divagazione semiseria sulla politica di oggi sembrerebbero quasi i tempi che il governo giallo-rosso si è preso, seppur sempre più in difficoltà, pur di arrivare a far eleggere da questa maggioranza il nuovo inquilino del Colle.

Ma torniamo alla “Partido del siglo”, come recita la targa messa a ricordo allo stadio Azteka, e a quell’Italia del 70, che stava per iniziare un periodo drammatico, ma forte ancora di quell’impulso vitale dato dal boom economico. Un’Italia piena di voglia di farcela, ottimista, sorridente. Presidente del Consiglio Mariano Rumor, Capo dello Stato Giuseppe Saragat. Ero piccola, ma non così tanto per non essere già appassionata di calcio e della Nazionale. Mia madre se ne andò a letto delusa dopo il 3 a 2 nei supplementari, sicura che ormai fosse fatta. Del resto, lo stesso Martellini sconsolato diceva: “Ormai..”. Mio padre fuori per lavoro (erano ancora in corso la manutenzione e poi l’ampliamento dell’A1, realizzata 6 anni prima, e stava partendo la Napoli-Bari) telefonò per azzardare, impavido, “guardate che ce la facciamo”.

Scene così quella notte si verificarono in milioni di case italiane. Ricordo ancora dopo 50 anni persino come fossi vestita, le telefonate con i compagni di scuola. Mezzo secolo dopo mi sono sorpresa l’altra sera a trovarmi d’istinto a riprendermela, come allora, con l’arbitro, il signor Yamasaki, che non ci voleva per niente bene. Così come il pubblico sugli spalti dello stadio Azteka di Città del Messico che tifava per la Germania, dal momento che avevamo già eliminato il Messico seccamente con diagonali micidiali di Gigi Riva.

E i particolari? Indimenticabile la scena di “Domingo” (Angelo Domenghini) al quale un messicano mentre tira un fatidico calcio d’angolo tenta di strappare come cimelio la maglia azzurra, che lui a differenza degli altri portava lunga fuori dai pantaloni. Il grande Gianni Brera scrisse che in quei 90 minuti, prima dei supplementari, la partita non fu granché . Non ho le sue cognizioni tecniche e la sua levatura, ovvio. Ma a noi seppur nella sofferenza piacque molto, mentre Martellini tentava di rincuorarci dicendo: “Italiani, stringete i denti con me”.

Ecco, uno ricordo indelebile per un intero Paese ieri un po’ rovinato dall’inno sfregiato alla Coppa Italia. Proprio nel giorno dei 50 anni di Italia-Germania 4 a 3. Forse, quando per la prima volta ci sentimmo davvero una Nazione. Tranne pochissimi, sono ancora tutti vivi i protagonisti di quella simbolica partita, come ha ben ricostruito in una serie di schede mercoledì scorso “Il Giornale”. Uno dei più grandi anagraficamente è il portiere Enrico (Ricky) Albertosi, 80 anni. Non sarebbe stato meglio dar loro, il simbolo di quelli che ce la fecero, seppur in una partita di calcio, proprio in un momento in cui l’Italia ha un gran bisogno di farcela come Paese, un ulteriore riconoscimento 50 anni dopo anziché far cantare l’inno nazionale da chi evidentemente non lo conosceva bene o se ne era dimenticato? Forse, in un Paese più normale e orgoglioso di se stesso, come era quella squadra (Martellini: “Impossibile stilare un elenco del merito, sono stati tutti dei forti lottatori che hanno difeso la bandiera italiana”) questo sarebbe successo.

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