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Ischia, la valanga e il fango politico

Repubblica

Il rovinoso fango d’Ischia e dintorni, condito di dolore e strumentalizzazioni politiche. I Graffi di Damato

 

La foto di quell’uomo appena salvato dal fango a Ischia, scelta da molti giornali in prima pagina, può ben essere considerata la più rappresentativa della tragedia abbattutasi ancora una volta su un’isola tra le più belle d’Italia. Ma anche tra le più devastate, ancor prima del fango di oggi e dei terremoti del passato, dalla purtroppo diffusissima pratica dell’abusivismo edilizio. Che è stata tollerata da governi nazionali e amministrazioni locali di ogni colore politico. Lo si deve dire o riconoscere con franchezza, anche se la solita faziosità travestita da passione ha indotto alcuni -e non solo il Giornale in un titolo di prima pagina- a puntare il dito sul primo governo di Giuseppe Conte, quello gialloverde. Nel 2018 esso infilò, sia pure cercando di smorzarne a parole portata ed effetti, l’ennesimo condono edilizio nel decreto legge d’intervento sul crollo del ponte Morandi a Genova.

Ventisettemila condoni edilizi a Ischia per 60 mila abitanti, come ha ricordato Il Fatto Quotidiano, parlano da soli. C’è da vergognarsi per tutti, anche fra quelli che gridano al dolore e allo scandalo solo quando la bomba d’acqua di turno sulla montagna sovrastante provoca la tragedia anch’essa di turno.

E’ ben magra, a questo punto, la soddisfazione che possono togliersi gli avversari di un Matteo Salvini peraltro già in difficoltà per i malumori nel suo movimento, appena emersi anche dai funerali di Roberto Maroni, cogliendolo in fallo verbale. Mi riferisco alla vignetta proprio del Fatto Quotidiano in prima pagina con quell’annuncio salviniano e prematuro di otto morti a Ischia, contro l’unico sino a quel momento accertato dai soccorritori, ma nel buco nero di undici dispersi. E’ alquanto sciacallesco -come ha gridato Libero in un titolo- rappresentare Salvini col suo annuncio e “a destra, l’isola di Ischia devastata da una frana”.

Dico e scrivo di più, nonostante la vignetta di Stefano Rolli che sul Secolo XIX fa ricordare da un soccorritore che “non è il momento delle polemiche” e si sente rispondere da un protestatario: “Semmai ripasso”. Non mi è per niente piaciuta la fretta con quale il ministro dell’Interno in carica Matteo Piantedosi, pur essendone stato al Viminale il capo di Gabinetto fra il 2018 e il 2019, ha praticamente zittito, o fatto zittire, Salvini per quell’uscita, Che è la meno grave o la più comprensibile e giustificabile fra quelle cui dalla sua postazione nuova di vice presidente del Consiglio e ministro delle Infrastrutture Salvini ci ha già abituato in poco più di un mese, occupandosi anche di problemi estranei alle sue pur notevoli competenze di governo. Ecco: l’ho scritto con la dovuta schiettezza, anche a costo di sembrare quello che non sono, cioè un estimatore di Salvini a prescindere, pure dai suoi gravi e grandi scompensi elettorali, frutti non solo di sfortunate coincidenze. “Destino cinico e bravo”, soleva dire il compianto Giuseppe Saragat quando il suo Psdi usciva insoddisfatto dalle urne.

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