Da oltre una settimana l’Iran è scosso da un’ondata di manifestazioni nate dal collasso economico, ma che stanno rapidamente assumendo una dimensione politica più ampia.
Partite dai bazar di Teheran con la chiusura dei negozi, le proteste si sono diffuse in decine di città, coinvolgendo studenti, commercianti e cittadini comuni esasperati dal crollo del rial, dall’inflazione alle stelle e in generale dal carovita.
Intanto il regime preme l’acceleratore sulla repressione: si contano già una decina di morti negli scontri con le forze di sicurezza e centinaia di arresti, mentre il governo è ricorso all’interruzione di Internet per impedire ai manifestanti di coordinarsi.
Sullo sfondo, le minacce del presidente americano Trump di intervenire a difesa dei manifestanti hanno inasprito le tensioni, mentre il leader supremo Ali Khamenei ha promesso una linea dura contro i “rivoltosi”.
CHE COSA SUCCEDE ALL’ECONOMIA DELL’IRAN
Il detonatore è stato il tracollo del rial, sceso al minimo storico di circa 1,4 milioni per dollaro, con una perdita di oltre la metà del valore in un anno.
Come riporta Bloomberg, questo ha fatto schizzare i prezzi di beni essenziali come carne e riso, con un’inflazione intorno al 40-50%.
L’Associated Press sottolinea come le restrizioni occidentali, intensificate dopo il conflitto di giugno, abbiano reso la vita insostenibile per molti iraniani, con code per il pane e blackout energetici che alimentano la rabbia quotidiana.
DOVE NASCE LA PROTESTA DEGLI IRANIANI
I commercianti del Gran Bazar di Teheran hanno iniziato a manifestare domenica scorsa chiudendo le saracinesche, un gesto di protesta contro una crisi aggravata da sanzioni internazionali e dalla recente guerra con Israele.
Le manifestazioni si sono allargate in questi sette giorni a oltre 170 località in 25 province su 31, secondo la Human Rights Activists News Agency citata dal New York Times.
Giovani e studenti universitari guidano i cortei, riproponendo slogan come “Donna, vita, libertà” e “Morte al dittatore”, rivolto all’86enne Khamenei.
Il Guardian racconta storie di partecipanti che, come la studentessa Mehnaz, dicono di non avere più paura: “Ci uccidono comunque, tanto vale scendere in strada ora”.
I funerali delle vittime si trasformano spesso in nuove proteste, con blocchi stradali e scontri.
LA REPRESSIONE DEL REGIME
Le forze di sicurezza hanno risposto con durezza: secondo Al Jazeera almeno dieci morti sarebbero confermati, tra cui manifestanti colpiti da proiettili in città come Malekshahi, Lordegan, Azna e Hamedan. Ma gruppi per i diritti umani parlano di almeno 15 vittime e centinaia di feriti.
Gli arresti sono in continuo aumento: secondo l’Associated Press se ne contano oltre 580.
Il Guardian descrive scene di caos, con la forza paramilitare dei Basij e i poliziotti in borghese che caricano le folle.
IL BLACKOUT DI INTERNET
Per ostacolare il coordinamento tra i manifestanti, le autorità hanno rallentato o bloccato la connessione in molte aree.
Bloomberg riporta cali di traffico fino al 35%, con VPN inutilizzabili, una tattica già vista durante la guerra di giugno.
Questo limita la diffusione di video e appelli, costringendo gli iraniani a utilizzare una rete intranet locale.
COSA FA IL REGIME
Il presidente riformista Masoud Pezeshkian ha inizialmente parlato di “ascoltare le richieste legittime” e ha licenziato il governatore della banca centrale.
Khamenei, nel suo primo intervento ieri, ha riconosciuto la validità delle lagnanze economiche dei commercianti, accusando però “nemici esterni” di strumentalizzare la protesta.
Come riporta Reuters, la Guida ha distinto tra “manifestanti” con cui dialogare e “rivoltosi” da “mettere al loro posto”.
Il regime ha anche organizzato contromanifestazioni filogovernative e diffuso immagini del generale Soleimani, l’ex capo della forza Quds dei Pasdaran ucciso dagli americani in un raid condotto in Iraq nel 2019, per rafforzare il fronte interno.
LE MINACCE DI TRUMP
La tensione si è innalzata ulteriormente quando Trump ha dichiarato su Truth Social: “Se l’Iran spara e uccide violentemente manifestanti pacifici, cosa che è loro abitudine, gli Stati Uniti d’America verranno in loro soccorso. Siamo carichi e pronti a partire”.
Come riferisce la BBC, Teheran ha reagito furiosamente: il ministro degli Esteri Araghchi ha definito l’avvertimento “sconsiderato e pericoloso”, mentre alti funzionari hanno minacciato di colpire le basi Usa nella regione





