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Airbus, Boeing, Leonardo, Siemens, Total. Chi rischia di più in Iran?

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Iran

La decisione degli Stati Uniti, il ruolo dell’Iran, i rapporti commerciali, le ricadute per big come Boeing, Total, Siemens, Leonardo (ex Finmeccanica) e non solo. L’approfondimento di Michelangelo Colombo

Gli Usa hanno dato 90-180 giorni di tempo per porre termine ai vecchi contratti in Iran e proibire la stipula di nuovi se si vogliono evitare sanzioni da parte americana. Si chiama “principio di extraterritorialità” delle leggi americane in base al quale gli Usa possono sanzionare le imprese non Usa che fanno affari con Paesi sotto embargo se hanno rapporti con gli Stati Uniti o se usano dollari per le transazioni.

LE PROSSIME MOSSE DEGLI USA

In pratica, davanti a un’Europa riottosa a seguirla, l’amministrazione Usa potrebbe decidere di punire, nell’export verso gli Stati Uniti, le aziende europee. Che, quindi, si troverebbero a dover fare una scelta di campo, tra lavorare con Teheran (che, per l’Italia, vale meno di 2 miliardi) o con Washington (che ne vale 40). Al momento, la preoccupazione principale è questa.

GLI EFFETTI PER FRANCIA E GERMANIA

Guai in vista per i francesi che con Total avevano investito molto sull’estrazione di petrolio iraniano, mentre Peugeot e Renault producono vetture nel Paese in joint-venture con l’industria locale, la Saipa, ha scritto il Corsera oggi: “Ma guai anche per i tedeschi, esposti soprattutto con la Siemens e per aver autorizzato tre banche di Teheran ad aprire filiali in Germania (ma le banche tedesche si sono ben guardate dal fare altrettanto in Iran)”.

I TIMORI CALCOLATI DAL SOLE

Nuove opportunitè o nuovi rischi per le imprese italiane in Iran? E’ la domanda che in queste ore si pongono le società italiane che commerciano con l’Iran. La decisione del presidente Usa Donald Trump di ritirare gli Stati Uniti dall’accordo del 2015 sul programma nucleare iraniano e di reintrodurre nell’arco di 90-180 giorni le sanzioni, che erano state congelate con l’intesa, fa immaginare ripercussioni non favorevoli. Il Sole 24 Ore oggi ha stimato un rischio per l’Italia da circa 30 miliardi di euro.

LA POSIZIONE DELL’ITALIA

In ambito Ue, l’Italia è tra i principali partner commerciali dell’Iran: nel 2017 l’interscambio e’ salito a 5 miliardi di euro. La posizione dell’Italia verso l’Iran come fornitore la vede all’ottavo posto con una quota di mercato pari al 3%; come cliente è sedicesimo con una quota di mercato pari a 0,8%. A gennaio di quest’anno è stato firmato un accordo quadro di finanziamento tra Invitalia Global Investment e due banche iraniane per dar vita ad investimenti, nei settori energetico, infrastrutturale, chimico, petrolchimico e metallurgico, per un importo complessivo di circa cinque miliardi di euro, che e’ pero’ in attesa del relativo Dpcm per diventare operativo.

COSA SI DICE ALLA FIERA OIL&GAS

Dalla fiera Oil&Gas a Teheran, che si è chiusa ieri, nelle reazioni di alcuni rappresentanti di aziende italiane presenti all’appuntamento annuale prevale lo scenario negativo. L’annuncio di Trump “determinerà in generale una frenata, o comunque delle limitazioni” anche per le imprese italiane. Che “non ne trarranno particolari benefici”, sostengono da un’azienda italiana attiva nel settore delle rinnovabili, che proprio per questo non vuole essere citata.

PAROLA AD ANIMA

“Non si apriranno ulteriori spazi”, anzi: “Russia e Cina, che hanno meno legami con gli Usa, potrebbero finire col contrarre il mercato italiano nel Paese”, aggiunge Alessio Tonelli, sales area manager di Pietro Fiorentini, azienda associata ad Anima Confindustria (la federazione delle industrie meccaniche). Nel 2017 le aziende associate ad Anima hanno registrato un volume di affari verso l’Iran pari a 420 milioni di euro circa.

IL RUOLO DELL’IRAN

L’Iran, con la sua posizione geografica, crocevia tra oriente e occidente, l’abbondanza di risorse naturali (quarto produttore di petrolio al mondo e secondo per riserve di gas naturale) ed un Pil elevato, presenta fattori di attrazione.

LE AZIENDE ITALIANE

L’Eni, messa sotto pressione dagli Stati Uniti già durante il duro regime delle sanzioni dell’era Obama, “non ha più investito nel Paese nemmeno dopo l’accordo nucleare. Tra le operazioni che rischiano di saltare, la fornitura di turbine Ansaldo per le centrali elettriche iraniane e la vendita di alcuni treni: convogli del tipo Pendolino ora prodotti dalla francese Alstom, ma fabbricati in stabilimenti italiani”, ha scritto il Corriere della Sera oggi.

ANSALDO, E NON SOLO

A ottobre Ansaldo Energia ha firmato un memorandum d’intesa in Iran per la fase 12 del mega giacimento South Pars, che ha riserve stimate in 14 miliardi di metri cubi di gas. Nello stesso periodo, Maire Tecnimont ha sottoscritto un accordo di consulenza ingegneristica con il complesso petrolchimico Ibn-e Sina di Hamedan in Iran, ha scritto oggi il Sole 24 Ore, che ha aggiunto: “Ma aveva già firmato un memorandum d’intesa da un miliardo con la compagnia petrolchimica Pgpic. Fs ha già concluso l’accordo da 1,2 miliardi di dollari per la linea ferroviaria Arak-Qom. Ma in ballo c’è anche l’alta velocità Teheran-Qom-Isfahan”. Per non parlare di IranAir, che aveva ordinato 200 aerei commerciali per 38 miliardi di dollari, di cui 100 commissionati ad Airbus e 20 a Atr, di proprietà, oltre che di Airbus, anche di Leonardo. “Operazioni che rischiano di saltare per la forte quota di componenti statunitensi”, chiosa il Sole 24 Ore.

IL SETTORE AERONAUTICO

Non solo Leonardo (ex Finmeccanica), comunque: “Salta il contratto dell’americana Boeing con l’Iran (20 miliardi di dollari per la fornitura di 110 aerei), ha scritto oggi Massimo Gaggi del Corriere della Sera: “ma anche quello con l’Airbus (di valore analogo). Si tratta di aerei civili europei, certo, ma con una quota di componenti americane (avionica e motori General Electric o United Technologies) superiore al 10 per cento: il limite oltre il quale scatta l’embargo”.

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