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Sull’Iran Johnson Il Cauto pensa all’interesse nazionale. Il Punto di Meloni

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Davos

Che cosa fa e dice il premier Boris Johnson sulle tensioni tra Stati Uniti e Iran dopo l’uccisione del generale iraniano Soleimani. L’articolo di Daniele Meloni

È stato un ritorno dalle vacanze natalizie piuttosto agitato quello del premier Boris Johnson, alle prese con la crisi in Medio Oriente e i venti di guerra tra Washington e Teheran dopo il raid che ha eliminato Qassem Soleimani nei pressi dell’aeroporto di Baghdad.

Il primo ministro conservatore ha mandato in avanscoperta il Foreign Secretary, Dominic Raab, nei giorni successivi alla morte di Soleimani. Chiara la linea: invitare le parti a una de-escalation e, nello stesso tempo, rimarcare come le attività del generale iraniano in Medio Oriente avessero contribuito a destabilizzare i governi arabi della zona. Johnson ha raggiunto telefonicamente Donald Trump per discutere della vicende e per essere messo al corrente delle prossime mosse dell’amministrazione americana.

Fonti di Downing Street – in questo caso leggasi: l’ufficio stampa del premier – hanno affermato che nel colloquio è stata ribadita la vicinanza del Regno Unito agli Stati Uniti e l’amicizia tra le due nazioni. Fin qui nulla di nuovo. Domenica Johnson ha firmato un comunicato stampa congiunto con il presidente francese, Emmanuel Macron, e la cancelliera tedesca, Angela Merkel, in cui i 3 affermavano la loro volontà di porre fine al ciclo di violenze in Iraq e riconoscevano il ruolo – definito “negativo” – di Soleimani nella polveriera mediorientale. Nonostante Londra sia in procinto di lasciare l’Unione Europea a fine mese, il premier Johnson mantiene stretti i legami con le nazioni-guida del Continente.

Detto questo, aldilà dei comunicati di posizionamento diplomatico, il Regno Unito non è restato a guardare. Una fregata e un cacciatorpediniere, l’HMS Montrose e l’HMS Defender, sono stati mandati dal governo nel Golfo nei pressi dello Stretto di Hormuz per accompagnare le navi commerciali britanniche e proteggerle da eventuali operazioni come quella dello scorso luglio, quando una di esse fu catturata dagli iraniani.

Una polemica è esplosa anche sui media britannici: il quotidiano Times ha aperto la sua edizione di oggi con una frase attribuita a un ignoto ufficiale dell’esercito iraniano in cui si parlava di “morti britannici” accanto a quelli americani come reazione all’operazione Soleimani. L’ambasciatore iraniano a Londra, Hamid Baeidinejad, ha negato tutto ciò con un tweet in cui accusava il quotidiano londinese di essersi inventato tutto, e sostenendo che non ci sarà alcun attacco ai danni dei militari e dei civili britannici da nessuna parte, men che meno sul suolo britannico.

Sono 400 i militari britannici dislocati sul territorio iracheno, con il compito di addestrare e rifornire le forze di sicurezza curde e irachene e difendere il paese dallo Stato Islamico. La loro presenza è stata confermata sia dai vertici del Foreign Office, sia quelli della Difesa e di Downing Street.

Infine, l’esplosione della crisi iraniana rende più complicato il rilascio di Nazanin Zaghari-Ratcliffe, la 40enne cittadina anglo-iraniana detenuta dalle autorità di Teheran dal 2016 con l’accusa di spionaggio. Accusa che lei stessa ha negato più volte. L’ex ministro degli Esteri britannico, Jeremy Hunt, ha detto questa mattina alla trasmissione BBC Breakfast che uno dei fattori più sconvolgenti della crisi è proprio il suo caso. Nel 2017 lo stesso Boris Johnson – allora ministro degli Esteri – dovette scusarsi in aula alla Camera dei Comuni per avere affermato che Zaghari-Ratcliffe era andata in Iran per “formare” dei giornalisti locali.

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