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Iran

Come funziona la flotta fantasma dell’Iran contro le sanzioni al petrolio

Per proteggersi dalle sanzioni internazionali, l'Iran possiede una flotta "fantasma" che le consente di trasportare clandestinamente il petrolio.

Ora che le sue truppe schierate in Medio Oriente sono nel mirino dell’Iran, l’America potrebbe voler tagliare il greggio di Teheran fuori dal mercato globale. Se lo volesse, tuttavia, dovrebbe fare i conti con la flotta di navi fantasma che trasporta clandestinamente il petrolio iraniano fino alle sue destinazioni finali. Ecco cosa scrive l’Economist a proposito di un’opzione che non mancherebbe di far sentire i suoi effetti sul prezzo al barile.

La flotta oscura

Il petrolio iraniano entra nel mercato grazie a quella che viene definita una ‘flotta oscura’ che oggi trasporta a destinazione ben 1,4 milioni di barili al giorno (contro i 380.000 del 2020).

Questo traffico prosegue indisturbato perché gli Usa hanno smesso di far rispettare le proprie sanzioni. Washington punta ora a firmare con la Repubblica islamica un nuovo accordo sul nucleare, ma anche ad abbattere i prezzi del petrolio in vista delle elezioni presidenziali dell’anno prossimo. Il numero di individui e società riconducibili all’Iran attualmente nella lista nera degli Usa è sceso così al minimo storico.

La rete attraverso cui l’Iran fa uscire e vende il suo petrolio è diventata più sofisticata di quella che era in piedi quando Donald Trump nel 2018 rimise in piedi l’apparato sanzionatorio. Oggi il 95% del petrolio iraniano viene acquistato dalla Cina ma non dalle gigantesche compagnie di stato (soggette alle sanzioni occidentali) bensì da un insieme di raffinerie che fanno incetta di petrolio a buon mercato che l’Iran vende con 10-12 dollari di sconto rispetto al benchmark globale (contro i 5 dollari dello sconto russo). Le transazioni vengono effettuate in valuta cinese piuttosto che in dollari, proteggendole così dalle sanzioni.

Il viaggio dall’Iran

A farsi carico delle consegne è una flotta di vecchie petroliere, acquistate da sconosciuti intermediari, che conoscono così una nuova vita. Nonostante queste navi compiano pochissimi viaggi all’anno, i profitti per i proprietari coinvolti in questo traffico clandestino sono rimarchevoli.

I barili iraniani cominciano il loro viaggio prevalentemente nell’isola di Kharg, a nord dello Stretto di Hormuz, anche se un piccolo numero di imbarcazioni salpa invece da Jask, un nuovo porto ubicato a sud dello Stretto. Le navi viaggiano con il transponder spento e raramente compiono l’intero tragitto, visto che la maggior parte scarica il petrolio in porti della Malesia o di Singapore dove navi più piccole lo raccolgono per portarlo in Cina, spesso dopo averlo mescolato con altri tipi di greggio di produttori come il Venezuela.

Nuove sanzioni?

Gli americani hanno fatto fin qui buon viso a cattivo gioco, ma dopo l’attacco del 7 ottobre di Hamas ad Israele – compiuto con la complicità iraniana –  sono aumentate le pressioni a Washington per sottrarre al regime questa illecita fonte di guadagno.

Il problema è che, per fare rispettare le sanzioni, sarebbe necessaria la collaborazione del governo cinese, che non ne ha alcuna convenienza. Prendere di mira i facilitatori è più difficile oggi che al tempo in cui Donald Trump non faceva alcuno sconto e altri Paesi come India e Corea del Sud prendevano parte al gioco americano.

Opzioni sul tavolo

L’unica opzione aperta per l’amministrazione Usa sarebbe quella di sequestrare e affondare le petroliere fantasma, ma questo, oltre a infiniti problemi legali, attirerebbe l’ira degli ayatollah sui tanti obiettivi americani in Medio Oriente.

E poi c’è la questione del prezzo del petrolio, destinato sicuramente ad innalzarsi con il venir meno dell’offerta iraniana. Nel migliore degli scenari, il prezzo aumenterebbe di cinque dollari al barile.

Ma anche in presenza di una catastrofe ci sarebbe un rimedio, rappresentato dall’aumento della produzione degli altri membri Opec, che potrebbe coprire in abbondanza ogni ammanco.

Molto dipenderà da come evolverà la crisi in Medio Oriente, e dall’effettiva volontà di Washington di piegare l’Iran.

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