Non è un segreto che il successo dell’operazione militare israeliana in Iran di giugno, unito alle azioni spericolate della stessa Repubblica islamica, abbia riacceso il dibattito sul cambio di regime a Teheran.
Durante tutta la guerra dei dodici giorni, il governo israeliano ha dichiarato che il rovesciamento della Repubblica islamica non era un obiettivo ufficiale, ma allo stesso tempo ha riconosciuto che le sue azioni potevano creare le condizioni per un cambio di regime.
L’obiettivo strategico di lungo periodo per Israele, gli Stati Uniti e gli Stati arabi del Golfo Persico è garantire che i tre pilastri della dottrina militare iraniana – che sono stati alla radice della destabilizzazione del Medio Oriente – vengano completamente e definitivamente smantellati: le armi nucleari, i missili balistici e le milizie proxy di matrice islamista.
Nell’ultimo decennio, il termine stesso “cambio di regime” è diventato un tabù tossico, carico di connotazioni negative, soprattutto dopo i fallimenti in Iraq e Afghanistan.
Lo stesso presidente Trump ha riconosciuto di recente che si tratta di un’espressione “non politicamente corretta”.
Tuttavia, negli ultimi mesi – in particolare dopo la caduta di Bashar al-Assad in Siria nel dicembre 2024 – il concetto di cambio di regime è riemerso come opzione praticabile di politica estera. Ciò vale soprattutto nel caso della Repubblica islamica iraniana, dove le precedenti politiche di contenimento e di engagement non hanno prodotto risultati sostenibili e duraturi.
Eppure, sebbene decisori politici, militari ed esperti discutano oggi con maggiore disinvoltura dell’idea di cambio di regime in Iran, le interpretazioni di ciò che essa significhi concretamente divergono profondamente.
Quanto hard?
Quando si parla di “cambio di regime”, è essenziale riconoscere che l’espressione può assumere significati diversi. In generale, questi si collocano in tre categorie: cambio di regime “soft”, “semi-hard” e “hard”.
Il concetto di cambio di regime “soft” si riferisce all’idea che, imponendo costi sufficientemente elevati alla leadership politica di un regime canaglia, gli attori politici finiranno per abbandonare le politiche problematiche e gli impegni ideologici esistenti.
I sostenitori di questa linea, nel caso iraniano, hanno a lungo sostenuto che l’imposizione di costi significativi al regime avrebbe potuto rafforzare le cosiddette fazioni “moderate” all’interno della leadership della Repubblica islamica, consentendo loro di assumere il potere.
Nel caso dell’Iran, tuttavia, a causa della struttura delle istituzioni di “deep state” del regime – come il Corpo delle Guardie della Rivoluzione islamica (IRGC) e l’Ufficio della Guida suprema – che negli ultimi tre decenni sono state progressivamente rafforzate, l’ipotesi che fazioni “moderate” possano realmente conquistare il potere è poco più che un’illusione.
La storia della Repubblica islamica negli ultimi trent’anni lo dimostra chiaramente: ogni volta che presunti “moderati” hanno occupato cariche politiche, non sono mai riusciti a mettere in discussione l’autorità dell’Ufficio della Guida suprema o dell’IRGC.
Ancora più importante, le istituzioni di deep state non sono soltanto profondamente radicate in ogni ambito del potere del regime, ma sono anche pienamente armate e in grado di usare la forza per preservare la propria autorità.
Come dimostrano i precedenti, qualsiasi cambiamento di comportamento della Repubblica islamica – come l’accordo nucleare del 2015 – è quasi certamente temporaneo o, per usare le parole dello stesso Khamenei, una “concessione tattica”, piuttosto che un mutamento sostanziale.
In altre parole, quando la sopravvivenza del regime è minacciata, esso può accettare concessioni di breve periodo, per poi riprendere il percorso precedente alla prima occasione utile, come è avvenuto con il programma nucleare.
Nel contesto della guerra con Israele, questo significa che, nonostante i costi enormi subiti dalla leadership politica iraniana, è altamente improbabile che il regime modifichi le proprie politiche o la propria identità ideologica, data la struttura stessa della Repubblica islamica.
Anche dopo la guerra, Khamenei e l’IRGC continuano a promuovere la medesima narrativa ideologica, ribadendo la volontà di preservare i tre pilastri della dottrina militare. In sintesi, alla luce del precedente storico, l’opzione del cambio di regime “soft” in Iran appare estremamente improbabile.
Le alternative
Il cambio di regime “semi-hard” implica l’eliminazione dell’attuale leadership politica e militare di un regime canaglia, nella speranza che ciò produca un colpo di Stato delle élite o apra spazi per l’ascesa al potere di generazioni più giovani all’interno del sistema esistente, disposte ad adottare politiche diverse.
Nel caso iraniano, ad esempio, alcuni studiosi hanno proposto un colpo di Stato dell’IRGC contro il clero come alternativa praticabile, citando Pakistan o Egitto come precedenti.
Altri sostengono che l’eliminazione dell’attuale vertice militare – come in parte avvenuto per mano israeliana – potrebbe favorire l’emergere di quadri più giovani e pragmatici dell’IRGC in posizioni di potere.
Per quanto riguarda la prima ipotesi, a differenza degli eserciti egiziano e pakistano, l’IRGC non è un’istituzione autonoma dotata di un’identità indipendente.
Fin dalla sua nascita nel 1979, l’IRGC si è affermato come guardia del corpo del clero al potere, sviluppandosi come sua guardia pretoriana. La sua identità è radicata nel concetto islamista sciita di velayat-e faqih, ovvero la supremazia del clero.
Il clero dominante ha garantito il controllo sull’IRGC attraverso molteplici meccanismi, tra cui rigorosi processi di reclutamento, indottrinamento ideologico ed epurazioni. In altri termini, i membri dell’IRGC sono, di fatto, chierici in uniforme militare. Anzi, come parte del processo di selezione e indottrinamento, essi seguono persino gli stessi studi nei seminari sciiti (hawza) dei religiosi al potere.
Allo stesso modo, l’idea che possa emergere una generazione più giovane e pragmatica non trova riscontro nel caso dell’IRGC. I ranghi più giovani dell’organizzazione risultano, in realtà, ancora più ideologizzati e radicali rispetto ai loro predecessori.
Smantellare tutto
Resta dunque l’opzione del cambio di regime “hard”. Questo implica non soltanto la sostituzione dei leader politici, ma lo smantellamento dell’intero sistema di potere, compresa la sua ideologia e le sue élite.
Nel contesto iraniano, è l’unica strada in grado di produrre un cambiamento autentico e duraturo delle politiche e dell’identità dello status quo, trasformando il Paese da causa rivoluzionaria a normale Stato-nazione.
In termini pratici, un cambio di regime “hard” può avvenire attraverso tre modalità: imposizione dall’esterno, sostegno esterno o rivoluzione popolare.
La prima opzione – il cambio di regime imposto dall’esterno – comporta di norma un’invasione su larga scala con truppe di terra per rovesciare il governo in carica.
Sebbene la guerra dei dodici giorni abbia dimostrato che la Repubblica islamica non dispone di una forza militare significativa (in modo analogo all’esercito baathista di Saddam Hussein, collassato in appena 19 giorni nel 2003), l’idea di un cambio di regime imposto dall’esterno in Iran resta profondamente impopolare a causa delle esperienze passate in Iraq e Afghanistan.
Di conseguenza, in Occidente non esiste né l’appetito politico né la capacità economica per perseguire questa opzione. Forse ancora più rilevante, nel caso iraniano, il diffuso sentimento anti-regime nella popolazione rende questa strada sostanzialmente superflua.
Ma quanto è realistica una rivoluzione popolare in Iran? Questa opzione è sostenuta dalla maggior parte degli attivisti della società civile e dei gruppi di opposizione iraniani.
Tuttavia, pur essendo considerata da molti la via preferibile per un cambio di regime “hard”, essa non tiene pienamente conto della realtà dell’imponente apparato repressivo della Repubblica islamica sul terreno.
Negli ultimi decenni, ogni volta che il popolo iraniano è sceso in piazza in proteste nazionali anti-regime – fino alle più recenti del 2022-2023 – la risposta delle forze di sicurezza è stata una repressione brutale. L’esperienza dell’ultimo mezzo secolo dimostra chiaramente che una sollevazione popolare di successo in Iran è estremamente difficile senza un sostegno esterno, data la forza e la capillarità delle reti di sicurezza del regime.
Questo vasto apparato repressivo, che attraversa ogni livello della società iraniana, rimane in larga parte intatto anche dopo la guerra dei dodici giorni, poiché le operazioni israeliane si sono concentrate principalmente sulle infrastrutture militari e nucleari del regime.
Modello Libia?
Il problema dell’apparato repressivo potrebbe essere affrontato in uno scenario di cambio di regime sostenuto dall’esterno, in cui attori stranieri contribuiscano a indebolire l’infrastruttura repressiva del regime.
I critici di questa opzione richiamano spesso il caso della Libia come monito, dove l’intervento straniero – soprattutto sotto forma di attacchi aerei – ha portato non solo al collasso del regime di Muammar Gheddafi, ma anche a una lunga guerra civile e alla frammentazione del Paese. Tuttavia, Iran e Libia differiscono profondamente per storia politica, struttura demografica e culturale e composizione sociale.
La Libia è uno Stato relativamente giovane, nato nel 1951 dopo la Seconda guerra mondiale. L’Iran, al contrario, è una delle più antiche civiltà continue del mondo, con una storia statale che si estende per oltre 2.500 anni.
Sotto Gheddafi, la Libia funzionava essenzialmente come una società tribale, con lo stesso Gheddafi nel ruolo di capo tribale incaricato di mantenere la coesione tra clan e regioni.
Con il crollo del suo regime, questo fragile equilibrio si è dissolto, portando alla frammentazione del Paese, in particolare tra Est e Ovest, dominati da gruppi etnici e tribali distinti.
L’Iran, invece, nonostante la sua diversità etnica, esiste da millenni come civiltà unitaria.
Lo Stato iraniano moderno prende forma con la dinastia safavide nel 1501, che istituisce un governo centralizzato poi modernizzato con la creazione di una burocrazia statale compiuta sotto la dinastia Pahlavi, a partire dal 1921.
A differenza della Libia, l’Iran dispone di una solida identità nazionale e di una lunga tradizione di società civile. Gli iraniani convivono da secoli come nazione multietnica e, dalla Rivoluzione costituzionale del 1905-1906, hanno costantemente rivendicato un sistema politico più rappresentativo e responsabile.
Un cambio di regime in Iran sostenuto dall’esterno produrrebbe quindi esiti radicalmente diversi, grazie alla profonda continuità storica del Paese, alla coesione del tessuto sociale, alla ricca identità culturale e alla persistenza delle istituzioni.
C’è chi continua a sostenere che un cambio di regime in Iran resti irrealistico e impraticabile. Ma se la guerra dei dodici giorni ha dimostrato qualcosa, è che la Repubblica islamica è molto più fragile di quanto si ritenesse in precedenza.
(Estratto da Appunti)



