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In Italia gli innocenti in carcere ci finiscono. E sono tanti

di

innocenti

Il Bloc Notes di Michele Magno

 

Scritta tra il 1612 e il 1614, “Fuente Ovejuna” è forse la commedia più famosa di Lope de Vega, drammaturgo tra i più prolifici della letteratura spagnola. È ambientata nella seconda metà del Quattrocento in Andalusia, durante la lotta tra la pretendente al trono di Castiglia, Giovanna la Beltraneja, e i sovrani cattolici Isabella e Ferdinando. Fuente Ovejuna è il nome di un  borgo che fa parte di una “commenda” (una specie di signoria) dell’ordine militare di Calatrava. Il suo “comendador” (comandante) è un partigiano della Beltraneja, Férnan Gómez.

Despota prepotente e crudele, impone lo “ius primae noctis” a tutte le fanciulle del luogo. Quando imprigiona il giovane Frondoso e rapisce la sua promessa sposa Laurenzia, il popolo si ribella e lo decapita. Vinta la guerra di successione, Isabella e Ferdinando inviano un giudice per istruire il processo contro i rivoltosi. Nonostante le torture, quando vengono interrogati tutti rispondono che a uccidere il tiranno è stato Fuente Ovejuna, ossia i suoi trecento abitanti. Il giudice, non potendo scoprire i veri autori dell’omicidio, li assolve per insufficienza di prove. Piuttosto che imprigionare degli innocenti, infatti, preferisce lasciare liberi i colpevoli.

Per fortuna, quel giudice era un garantista ante litteram, in un’epoca in cui peraltro non si andava tanto per il sottile con i diritti degli imputati. Ma anche oggi nella patria di Cesare Beccaria non si scherza, sebbene — parola di Alfonso Bonafede —”da noi gli innocenti non finiscono mai in carcere”. Qualcuno ricorda? Il ministro della Giustizia fece questa ardita affermazione in un talk show televisivo, il 23 gennaio scorso. Il giorno dopo la corresse con argomenti che non correggevano nulla. Allora proviamo a vedere come stanno le cose.

Quanti sono gli errori giudiziari in Italia? Quante persone ogni anno subiscono un provvedimento di custodia cautelare, salvo poi rivelarsi innocenti? Qual è la spesa dello Stato per risarcirle? Quante di queste persone ottengono un indennizzo? “Errorigiudiziari.com“, il sito fondato da Benedetto Lattanzi e Valentino Maimone, il 30 giugno ha pubblicato i dati aggiornati al 31 dicembre 2019 sull’ingiusta detenzione e sugli errori giudiziari nel nostro paese. Cito i più significativi.

Se sommiamo tra loro i casi di ingiusta detenzione con quelli dovuti a un errore giudiziario in senso stretto, nell’ultimo ventennio i casi totali sono stati 28.893. Sono costati una cifra enorme, tra indennizzi e risarcimenti veri e propri: circa 824 milioni di euro. Tuttavia, è il numero dei casi di ingiusta detenzione che consente di capire meglio le dimensioni inquietanti del fenomeno. Sono proprio coloro finiti in custodia cautelare da innocenti, infatti, a rappresentare la stragrande maggioranza. Dal 1992, cioè da quando ne esiste la contabilità ufficiale presso il ministero dell’Economia, alla fine del 2019 mediamente oltre mille innocenti sono finiti in custodia cautelare ogni anno, per un importo che supera i 757 milioni di euro in indennizzi. Nel 2019 i casi di ingiusta detenzione sono stati un migliaio, per una spesa complessiva in indennizzi pari a quasi 45 milioni di euro. Rispetto all’anno precedente, sono in deciso aumento sia il numero di casi (più 105) sia la spesa (più 33 per cento).

Passando agli errori giudiziari veri e propri, dal 1991 al 2019 sono stati 191, per una spesa in risarcimenti di circa 66 milioni di euro. Nell’anno passato sono stati venti, confermando un trend in ascesa nell’ultimo quadriennio. L’unica parziale buona notizia, se non altro per le casse dell’erario, riguarda la spesa in risarcimenti: nel 2019 è stata di quasi quattro milioni di euro, un quarto di quanto è stato versato alle vittime nel 2018. Va però precisato che qui i criteri di definizione dei risarcimenti sono molto più discrezionali e variabili rispetto a quelli fissati dalla legge per l’ingiusta detenzione.

Questi dati occupano raramente il posto che meritano sulla grande stampa. Tanto più su quei giornali i cui direttori usano la penna come una clava. La loro furia iconoclasta talvolta non conosce limiti. Poiché considerano i princìpi dello Stato di diritto un optional, basta l’annuncio dell’apertura di un’inchiesta, un rinvio a giudizio, la richiesta di arresto per un esponente della “casta” (ormai, quasi un’entità metafisica), e subito scatta il “Tutti in galera!” urlato da Catenacci. Forse i meno giovani se lo ricordano: era lo straordinario personaggio interpretato da un esilarante Giorgio Bracardi in “Alto gradimento”, la leggendaria trasmissione radiofonica degli anni Settanta nata dall’estro di Renzo Arbore e Gianni Boncompagni. A chi gli obiettava che occorrevano le prove, Catenacci rispondeva canzonandolo: “Ma chettefrega?”. Una battuta profetica, che nel tempo presente purtroppo rappresenta l’idem sentire di una parte non trascurabile dell’opinione pubblica, addomesticata dai manipolatori della verità che popolano il mondo della comunicazione.

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