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Immigrazione, ecco le vere novità nell’azione dell’Italia in Europa

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L’analisi di Federico Punzi per Atlantico Quotidiano sulla discussione in Europa sulle politiche migratorie

La strategia del nuovo governo italiano sembra duplice. Da un lato, mettere in discussione il criterio di Dublino secondo cui i Paesi di primo approdo, quale è l’Italia, sono anche responsabili della gestione delle richieste d’asilo e, di conseguenza, i richiedenti asilo che si spostano in un altro Paese possono essere rispediti indietro. Qui la novità del piano italiano consiste nel recidere il legame tra porto sicuro di sbarco e competenza a esaminare le richieste d’asilo, sulla base dell’innegabile dato di fatto che “chiunque arrivi in Italia, arriva in Europa”, come sottolineato più volte dal presidente Conte, imponendo “risarcimenti finanziari” ai Paesi che rifiutino le loro “quote” di richiedenti. La bozza delle conclusioni, secondo quanto riporta l’Ansa, si limiterebbe però a rinviare la riforma del regolamento di Dublino al semestre di presidenza austriaca dell’Ue.

Macron ha di nuovo polemizzato, sia pure indirettamente, con il governo italiano, dicendo che il suo Paese non accetta lezioni da nessuno, essendo secondo in Europa dopo la Germania per numero di rifugiati (dati del 2017). Ma l’equivoco su cui spesso si gioca è che gli aventi diritti all’asilo che giungono sulle nostre coste attraverso il Mediterraneo sono un’estrema minoranza, come ricordato l’altro giorno dal ministro degli esteri Moavero Milanesi (il 93 per cento non ne ha diritto). È il numero delle richieste d’asilo, anche se poi non verranno accolte, a pesare e a consentire di fatto a molti immigrati di entrare e restare nel nostro Paese (in Europa) senza averne titolo. Secondo dati Eurostat, nello stesso anno citato da Macron, il 2017, l’Italia ne ha ricevute più della Francia.

Un’altra opzione caldeggiata dal governo italiano e che secondo la bozza riportata dall’Ansa il Consiglio europeo sosterrebbe è “lo sviluppo del concetto di piattaforme di sbarco regionali, in stretta collaborazione con i Paesi terzi, così come con Unhcr e Oim”. Si tratta della creazione, di cui molto si sta parlando, di “centri di protezione” per i richiedenti asilo, in attesa della decisione sul loro status, nei Paesi di transito o comunque al di fuori del territorio Ue, in modo da evitare un sovraccarico in un unico Stato membro. Al contrario del duo Macron-Sanchez, quelli umanitari e non “vomitevoli”, che vorrebbero i centri “chiusi” solo nel Paese di primo approdo, cioè Italia e Grecia.

Insomma, se sul criterio cardine di Dublino, quello del “Paese di primo arrivo”, la posizione italiana è obiettivamente minoritaria, sugli altri due obiettivi del nostro governo – i centri extra-Ue e il rafforzamento della difesa delle frontiere esterne (controlli e rimpatri gestiti dall’Ue) – il consenso potrebbe essere ampio, a partire da Austria (la prossima presidenza di turno), Germania, Paesi di Visegrad e del nord, come Danimarca e Olanda. Sui ricollocamenti, in teoria già previsti, non solo Paesi come l’Ungheria di Orban, anche la Francia di Macron è inadempiente.

Solo la Merkel ci offrirebbe una sponda, ma dovremmo venirle incontro sui movimenti secondari, riprendendoci speditamente i richiedenti asilo usciti dal nostro Paese. Ci conviene, numeri alla mano e considerando che i ricollocamenti rischiano di restare sulla carta, come accaduto fino ad oggi? Come molti hanno osservato i Paesi di Visegrad si oppongono, non sono alleati dell’Italia in questa partita, ma se anche Francia e Germania (e Spagna) vogliono farci le scarpe? Forse, non resta che far saltare il tavolo…

Certo, come molti saputelli hanno fatto notare, le proposte italiane non sono nuove, su Dublino e sul resto. Il paradosso però è che proprio il primo governo dei populisti e degli euroscettici in un grande Paese fondatore abbia avanzato l’unica proposta davvero “europeista” in campo, che cioè considera l’Ue come un’entità statuale: gestione comune e diffusa dei richiedenti asilo e difesa delle frontiere esterne. La novità, inoltre, rispetto ai passati governi italiani, se non sta nelle proposte, sta nella postura: per la prima volta il nostro governo sembra (ripeto: sembra, lo vedremo alla prova dei fatti) pronto non solo a chiudere i propri porti alle navi delle Ong, ma anche a porre veti, a rifiutarsi di ratificare il compitino preparato a Berlino, Parigi e Bruxelles, spesso in contrasto con i nostri interessi, solo per timore di isolarci rispetto a un asse franco-tedesco sempre più affaticato e punitivo nei nostri confronti.

Chi ha colto questo diverso atteggiamento del governo italiano è Eurointelligence, la newsletter diretta da Wolfgang Münchau, che ne parla in un articolo ripreso da Michele Arnese sul suo sito:

“La vera minaccia viene da un’improvvisa perdita di paura. È la paura dell’isolamento che ha tenuto in riga l’Italia nel corso dei decenni e pronta ad accettare una legislazione manifestamente contraria all’interesse del Paese, come la direttiva sulla risoluzione delle banche o persino il trattato dell’ESM, almeno per come è costruito. (…) Ciò che rende Matteo Salvini così pericoloso per l’Ue è la sua completa mancanza di paura. Questa è una categoria di politico recalcitrante che Merkel non ha ancora incontrato”.

Nell’attuale mutato clima politico, si osserva nell’articolo di Eurointelligence, non sarebbe furbo da parte di Francia e Germania perseguire lo schema classico della diplomazia pre-summit e delle bozze preconfezionate. A Berlino sembrano averlo compreso, a Parigi non ancora.

Il punto è che il governo italiano non considera più ineluttabile andare a rimorchio di Parigi e Berlino per quieto vivere, né un tabù sperimentare inedite alleanze e sponde in Europa. Anche perché è un rimorchio, il nostro, che francesi e tedeschi hanno da tempo cominciato a dare un po’ troppo per scontato.

La mossa di chiudere i porti alle Ong ha mostrato che il re è nudo, innervosendo non poco il presidente Macron. Per la prima volta, infatti, come nei casi Aquarius e Lifeline, l’Italia non toglie più le castagne dal fuoco per tutti e paradossalmente non è più sola: chi intende perseguire una linea di totale chiusura e respingimenti, dovrà anche essere disposto ad uscire allo scoperto, metterci la faccia, e a bruciarsi politicamente. Caso per caso. E per Macron significa trovarsi attaccato da destra, se apre i porti, e dalla sinistra del suo stesso movimento, se li tiene chiusi. Insomma, è una mossa che mette tutti i Paesi Ue di fronte alle loro responsabilità. Se si accoglie, si è “buoni” insieme. Se si chiude, si è “cattivi” insieme, ma stop ipocrisie.

A giocare a nostro favore, stavolta, potrebbe essere il vento che spira in tutti i Paesi europei nella direzione di un blocco o almeno di una drastica riduzione dei flussi migratori. E la maturata consapevolezza, pare, della posta in gioco: se al Consiglio del 28 e 29 giugno non verrà raggiunto un accordo sull’immigrazione, sarà a rischio Schengen, una delle conquiste più apprezzate e sostanziali del processo di integrazione europea, e con essa l’Unione stessa. In assenza di un accordo generale a livello europeo, alcuni Paesi potrebbero procedere in piccoli gruppi e con accordi bilaterali (e non è detto che non ci convenga), e per la cancelliera Merkel, nel bene e nel male per un decennio dominus della politica continentale, potrebbe davvero scoccare l’ora finale.

(Estratto di un articolo più ampio pubblicato su Atlantico Quotidiano)

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