Il ritorno del negoziato
Il 17 giugno Washington e Teheran hanno firmato un memorandum d’intesa che – almeno nelle intenzioni di Trump – è destinato a risolvere il sempre più imbarazzante conflitto con l’Iran. Come sappiamo, il documento prevede un cessate il fuoco, la riapertura dello Stretto di Hormuz e una finestra di sessanta giorni di negoziati per definire un nuovo quadro di de-escalation del conflitto, e, soprattutto, il controllo sul programma atomico iraniano.
Non si tratta certo di un accordo di pace strutturato, né di un’intesa operativa completa. È, piuttosto, una cornice politica ancora vuota nei contenuti essenziali: un elenco di principi generali – spesso ambigui o interpretati diversamente dalle due parti – che dovranno essere riempiti dalle successive trattative. In termini sostanziali, rappresenta l’apertura di un processo negoziale basato su un documento le cui pagine sono tutte da scrivere.
Sul piano militare, Washington parte dal – terribilmente rischioso – presupposto che le infrastrutture nucleari e missilistiche iraniane hanno subito danni tali da rendere possibile una fase diplomatica. Basandosi su questa traballante premessa, la logica dichiarata dell’amministrazione statunitense è quella di evitare un’escalation regionale, contenere i costi economici del conflitto e prevenire nuove tensioni sui mercati energetici globali. Quella non dichiarata, è arrivare alle elezioni di mid term contenendo il più possibile la prevedibile batosta per il partito del Presidente.
Israele – pienamente coinvolto in termini di conseguenze ma completamente estraneo alle trattative – osserva questa dinamica con crescente cautela. Il punto centrale del dissenso non riguarda tanto la necessità di una pausa militare, quanto l’interpretazione politica di tale pausa: se sia l’inizio di una soluzione stabile o semplicemente un’interruzione temporanea di un conflitto strutturale.
La paura strategica: pausa o soluzione?
La distinzione è cruciale. Nella lettura di Tel Aviv, il rischio è che la diplomazia venga interpretata come un sostituto della deterrenza, mentre sul terreno le capacità residue iraniane restano sostanzialmente intatte o rapidamente ricostruibili.
L’Iran, dal canto suo, entra nel negoziato con una posizione rafforzata da un elemento strutturale: il tempo. Ogni fase di alleggerimento delle tensioni comporta potenzialmente un margine di recupero economico e industriale, attraverso la ripresa parziale delle esportazioni energetiche, la riallocazione delle risorse interne, l’eliminazione delle sanzioni e l’accesso a nuove finanze. Fra queste, l’introduzione – mai attuata fino ad ora – di dazi sul passaggio delle navi per Hormuz se non, addirittura, la pretesa di risarcimenti per i danni di guerra.
Il risultato è una dinamica asimmetrica: mentre per Washington il negoziato è uno strumento per stabilizzare il sistema regionale, per Teheran diventa il trucco per ridistribuire il tempo strategico.
Ed è proprio in questo punto che, chi ama la Storia, vede riemergere dal passato un riferimento preciso: la politica di appeasement degli anni Trenta del Novecento.
L’Europa degli anni Trenta e la nascita dell’appeasement
Torniamo – per un momento – all’Europa tra le due guerre mondiali, un continente segnato da una frattura psicologica profonda: la Prima guerra mondiale aveva lasciato oltre 16 milioni di morti e una convinzione diffusa, soprattutto in Francia e Regno Unito, che un nuovo conflitto su scala simile dovesse essere evitato a ogni costo.
Il Trattato di Versailles del 1919 – e la sua sostanziale ratifica anche da parte tedesca con il Trattato di Locarno del 1925 – avevano lo scopo di garantire un definitivo contenimento della Germania. Ma questa illusione si rivelò tale prima della fine degli anni Venti. La crisi economica del 1929 aggravò ulteriormente le tensioni politiche interne alle democrazie europee, rafforzando movimenti pacifisti e alimentando la percezione che il revisionismo tedesco potesse essere, almeno in parte, negoziabile.
È in questo contesto che emerge la figura di Neville Chamberlain, primo ministro britannico dal 1937 al 1940, diventato il simbolo della politica di appeasement. L’idea di fondo era semplice: concedere revisioni limitate dell’ordine post-bellico per evitare una nuova guerra generale.
Le tappe della crisi: dalla Renania a Monaco
La strategia di appeasement non si sviluppò come un singolo atto, ma attraverso una sequenza di concessioni progressive.
Nel marzo 1936 la Germania nazista rimilitarizzò la Renania, violando sia Versailles che Locarno. La risposta franco-britannica fu limitata: nessuna azione militare venne intrapresa per fermare l’operazione, anche perché l’opinione pubblica britannica era largamente contraria a un nuovo conflitto.
Nel marzo 1938 arrivò l’Anschluss, l’annessione dell’Austria al Reich tedesco. Anche in questo caso, le potenze occidentali non intervennero, interpretando l’evento come una possibile “riunificazione nazionale” del popolo tedesco.
La crisi raggiunse il suo punto culminante nel settembre 1938 con la Conferenza di Monaco. Germania, Regno Unito, Francia e Italia accettarono la cessione dei Sudeti alla Germania in cambio della promessa di Adolf Hitler di non avanzare ulteriori rivendicazioni territoriali.
Chamberlain tornò a Londra dichiarando di aver garantito “peace for our time”. La frase sarebbe diventata uno dei simboli della più disastrosa diplomazia del XX secolo.
Il collasso dell’illusione
La realtà smentì rapidamente quelle aspettative. Nel marzo 1939 la Germania occupò il resto della Cecoslovacchia, dimostrando che gli accordi di Monaco non avevano alcun valore vincolante.
Pochi mesi dopo, il 1° settembre 1939, l’invasione della Polonia segnò l’inizio della Seconda guerra mondiale. Il sistema di appeasement si era rivelato incapace di prevenire il conflitto e, secondo molte interpretazioni storiche successive, aveva contribuito a rafforzare la posizione strategica del regime nazista, consentendogli di accumulare risorse e tempo.
Da allora, il termine “appeasement” è entrato stabilmente nel lessico della politica internazionale come indicazione di una strategia in cui concessioni diplomatiche non accompagnate da adeguati strumenti di deterrenza possono, invece, essere interpretate non come un incentivo alla moderazione, ma come un segnale di debolezza.
L’Iran e il parallelo con gli anni Trenta
Il parallelismo tra la politica di appeasement degli anni Trenta e l’attuale gestione del dossier iraniano non è una trasposizione meccanica della storia, ma può essere utilizzata come una categoria interpretativa utilizzata per leggere la dinamica tra concessioni diplomatiche e capacità di deterrenza.
Nel caso iraniano, il nodo centrale riguarda la combinazione tra programma nucleare, capacità missilistica e influenza regionale. Secondo le valutazioni pubbliche dell’Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica, l’Iran ha accumulato negli ultimi anni quantità significative di uranio arricchito a diversi livelli di purezza, inclusi stock superiori al 60%, una soglia tecnicamente prossima a quella di utilizzo militare, pur non equivalendo automaticamente alla costruzione di un’arma.
Il punto critico non è solo quantitativo, ma strutturale: la capacità di arricchimento, la distribuzione degli impianti e la difficoltà crescente di monitoraggio internazionale dopo la crisi del JCPOA. Il ritiro degli Stati Uniti dall’accordo nel 2018 e il successivo deterioramento del sistema ispettivo hanno bloccato – e bloccano tuttora – qualsiasi possibilità di verifica.
In questo quadro, Israele interpreta la fase negoziale come un potenziale fattore di rischio strategico: non tanto per l’idea del negoziato in sé, quanto per la possibilità che il tempo diplomatico si traduca in tempo operativo per il consolidamento delle capacità iraniane.
Gli Stati Uniti, al contrario, operano su un diverso asse di priorità: contenimento del conflitto regionale, stabilità dei flussi energetici globali e prevenzione di una escalation che potrebbe coinvolgere il Golfo Persico e lo Stretto di Hormuz. L’asimmetria tra questi obiettivi produce una tensione strutturale tra alleati.
L’Iran, infine, si muove all’interno di una logica di sopravvivenza strategica del regime, in cui la capacità nucleare potenziale è percepita come elemento di deterrenza politica prima ancora che militare. In questo senso, il negoziato non è visto come uno strumento di de-escalation, ma anche un mezzo per guadagnare margini temporali e diplomatici.
È proprio questa triade di interessi divergenti — contenimento, deterrenza e sopravvivenza — che rende il confronto contemporaneo vulnerabile a interpretazioni storiche di lungo periodo.
La lezione della storia e il peso delle analogie
Il ricorso al concetto di appeasement nella lettura del presente non implica una equivalenza tra contesti storici, ma segnala un problema ricorrente nelle relazioni internazionali: la difficoltà di calibrare concessioni diplomatiche e capacità coercitiva.
Negli anni Trenta, la politica di Chamberlain si sviluppò in un contesto segnato da tre fattori strutturali: il trauma della Prima guerra mondiale, la fragilità delle democrazie europee e la sottovalutazione della velocità con cui il riarmo tedesco stava modificando gli equilibri strategici. Le concessioni territoriali — dalla Renania all’Anschluss fino ai Sudeti — vennero interpretate da Berlino non come un punto di arrivo, ma come una fase di transizione.
Il limite di quella strategia non fu soltanto politico, ma informativo: la difficoltà di valutare correttamente le intenzioni dell’attore revisionista e la sua reale disponibilità a rispettare gli accordi.
Quasi un secolo dopo, con questa nuova versione di Appeasement, ci troviamo di fronte un rischio analogo: che un accordo parziale o un cessate il fuoco non accompagnato da meccanismi robusti di verifica e deterrenza sia interpretato in modo ben diverso dalle parti coinvolte.
Tuttavia, la comparazione presenta anche limiti evidenti. Il sistema internazionale attuale è caratterizzato da una maggiore interdipendenza economica, da capacità tecnologiche di monitoraggio molto più avanzate e da un quadro istituzionale multilaterale che, pur fragile, non esisteva negli anni Trenta.
La storia, in questo senso, non fornisce modelli replicabili, ma schemi interpretativi. Il rischio non è quello di ripetere esattamente il passato, ma di riprodurne alcune dinamiche strutturali: l’illusione che il tempo diplomatico sia neutrale, la difficoltà di valutare le intenzioni strategiche e la tendenza a confondere riduzione della tensione con risoluzione del conflitto.
Nel caso iraniano, la domanda centrale rimane aperta: il negoziato in corso rappresenta un passaggio verso una stabilizzazione duratura o semplicemente una pausa all’interno di una competizione strategica non risolta.
La storia degli anni Trenta suggerisce cautela, non perché si ripeta, ma perché mostra con chiarezza come le percezioni di equilibrio possano cambiare rapidamente quando i rapporti di forza evolvono più velocemente delle architetture diplomatiche.
La lezione dell’appeasement non è che la diplomazia fallisce, ma che la diplomazia senza una chiara struttura di deterrenza e verifica può produrre effetti opposti a quelli desiderati. Nel confronto con l’Iran, come in altri dossier di sicurezza internazionale, il punto decisivo non è la scelta tra dialogo e forza, ma la capacità di rendere credibili e verificabili gli impegni assunti.
La storia non si ripete mai in forma identica, ma continua a offrire segnali a chi è disposto a leggerli con attenzione.
Prima di firmare il memorandum d’intesa con l’Iran, Trump ha proclamato che “Questo grande accordo porterà pace e sicurezza all’intera regione”. Affermare di star stringendo la pace con un regime tirannico determinato a distruggere un alleato vulnerabile, escludendolo dai negoziati, minando la sua capacità di difendersi e imponendogli di fare ciò che gli viene detto, affermando di sapere cosa sia meglio per lui, mostra delle terribili analogie con la Storia.
Vogliamo concludere con un altro modesto parallelismo storico direttamente connesso con lo smisurato Ego del Presidente americano? Eccolo. Chamberlain fu candidato al Premio Nobel per la Pace nel 1939 per il suo ruolo nell’Accordo di Monaco dell’anno precedente. Anche Adolf Hitler fu candidato. Tuttavia, quell’anno non fu assegnato alcun Premio Nobel per la Pace, poiché la politica di appeasement era fallita, i nazisti avevano annesso la Cecoslovacchia e poi invaso la Polonia, e la Seconda Guerra Mondiale era iniziata.



