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Il silenzio assordante della politica estera dell’Unione europea

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Unione Europea

Dal 2000 al 2020 l’Unione europea ha avuto molte possibilità per diventare un attore globale capace di parlare con una sola voce, ma ha sempre fallito. Il report ECFR 2020 sul Mediterraneo orientale mette in evidenza come questo dossier possa essere il banco di prova finale per l’Ue


Javier Solana, Lady Ashton, Federica Mogherini, Josep Borrell, abbiamo assistito alla trasformazione della PESC, la Politica estera e di sicurezza comune nata nel 1993 a Maastricht, in PESD (Politica europea di sicurezza e di difesa) e in PSDC (Politica di sicurezza e di difesa comune), ma da questi acronimi non è mai nata una vera politica estera europea. È difficile ammetterlo, ma l’Unione Europea negli ultimi vent’anni è quasi scomparsa, nascosta dietro l’approccio differenziato dei suoi membri, che continuano a perseguire sempre più interessi nazionali di fronte alle sfide geopolitiche.

Gli anni Duemila erano iniziati con la War on Terror di George W. Bush, che per vendicare l’attentato alle Torri gemelle (e al Pentagono) avviò nel 2001 la guerra in Afghanistan con l’Operazione Enduring Freedom. In questa operazione i Paesi europei figuravano compatti al fianco degli Stati Uniti. La Gran Bretagna, l’Italia, la Francia e la Germania parteciparono alla missione uniti, ma sempre scegliendo individualmente e non rispondendo come Unione Europea.

Nel 2003 fu lanciata l’Operazione Iraqi Freedom contro Saddam Hussein. In Europa, la Francia e la Germania si opposero fin dall’inizio all’intervento, mentre altri Paesi europei, tra cui Italia, Gran Bretagna e Spagna, offrirono con modalità e tempistiche differenti il loro supporto politico e militare. L’Italia dislocò i suoi reparti nel sud del Paese, con base principale a Nassiriya, sotto la guida inglese. In questo caso l’approccio differenziato fu evidente.

Ricordiamo che nel 2003 gli Stati membri della UE erano 15: Germania, Francia, Italia, Paesi Bassi, Belgio, Lussemburgo, Danimarca, Irlanda, Regno Unito, Grecia, Spagna, Portogallo, Austria, Finlandia e Svezia. Arrivò nel 2004 il grande allargamento a est. I nuovi Stati membri erano: Repubblica ceca, Cipro, Estonia, Lettonia, Lituania, Ungheria, Malta, Polonia, Slovenia, Slovacchia. Si aggiungevano i candidati: Bulgaria, Romania e Turchia (Romania e Bulgaria entreranno nel 2007, la Turchia no).

Nel 2008 scoppiò la crisi economica. Gli Stati Uniti di Obama riuscirono a uscirne in tempi abbastanza rapidi, mentre l’Europa sprofondò nella crisi del debito sovrano, con epicentro in Grecia. Il test greco mise a dura prova la politica interna europea in materia economica, incrinando ancor di più i già fragili rapporti di fiducia tra gli Stati membri. L’UE si iniziò a spaccare in due: i Paesi frugali del nord da una parte e i PIIGS del sud dall’altra.

Nel 2011 si presentò nuovamente l’occasione di costruire una politica estera europea: la “primavera araba” in Tunisia, Egitto, Libia, Yemen, Bahrain e Siria. La risposta dell’UE fu tuttavia ancora una volta segnata da un approccio differenziato. Francia da una parte, Italia dall’altra, soprattutto nel caso della Libia – senza soffermarsi sui rapporti con Gheddafi e sulla scelta di “cambiare il regime”, ricordiamo che nel 2012 fu perpetrato l’attacco a Benghazi che portò la morte dell’ambasciatore americano J. Christopher Stevens. Da allora in Libia regna il caos.

Oltre al fronte nordafricano e mediorientale, nel 2013 iniziarono anche le proteste Euromaidan in Ucraina, dove l’UE era coinvolta direttamente. Nulla fece Bruxelles quando nel 2014 la Russia di Putin effettuò l’annessione della Crimea. L’UE rimase divisa e passiva di fronte a questi fatti, sebbene fossero accaduti appena al di là dei suoi confini.

Nemmeno la minaccia del terrorismo è riuscita a compattare l’Unione Europea, che dopo essere stata colpita al cuore (attentati a Parigi e Bruxelles – novembre 2015 e marzo 2016) di fronte alla questione siriana ha evidenziato nuovamente tutte le difficoltà a muoversi come una potenza mondiale. Il processo di disgregazione dell’UE subì a questo punto altri due colpi micidiali. Il Regno Unito votò Leave e avviò il processo di Brexit, mentre Donald Trump fu eletto come nuovo presidente degli Stati Uniti.

Nei tre anni successivi, tra il 2017 e il 2020, ci sono stati altri test per la politica europea, ma non si sono registrati risultati positivi di politica estera da parte dell’Unione Europea. I due più importanti documenti strategici sulla politica estera comune, lo European Security Strategy del 2003 e lo European Global Strategy del 2016, sono rimasti prevalentemente su carta. Non si è quasi mai ascoltata una “voce europea”, ma sempre tante piccole espressioni di interessi particolari. La mancanza di un’iniziativa europea in politica estera è da sommare alle difficoltà di mettersi d’accordo anche quando viene chiesta una riposta urgente e immediata su problemi interni. La realtà dei fatti mostra ancora oggi un’Europa asimmetrica, con una cessione di sovranità monetaria (l’euro) ma una mantenuta sovranità statale dal punto di vista militare. Gli Stati europei hanno ancora una agenda di politica estera individuale. Africa, Medio Oriente ed Europa dell’Est sono tutti fronti dove la Francia, l’Italia, la Germania e gli altri Paesi perseguono interessi quasi sempre nazionali. Per non parlare dei rapporti con la Cina, l’India e le altre potenze internazionali, su molti fronti ancora pragmaticamente bilaterali. Si procede con tante politiche estere slegate e spesso addirittura in competizione tra loro, tanto in materia di sicurezza quanto su questioni strategiche, energetiche ed economiche – si pensi anche al settore delle Telecomunicazioni. In questi venti anni né la NATO è riuscita a costruire o rafforzare i suoi partenariati nell’area né l’Unione Europea è riuscita a occupare lo spazio lasciato dalla nuova estera americana, iniziata con il progressivo disimpegno statunitense voluto da Obama e poi proseguito da Trump. Senza una politica comune i danni creati si ripercuotono su tutti gli Stati membri e in generale appare evidente la convenienza a trovare una posizione comune per risolvere problemi che si trascinano di anno in anno.

Un caso particolare rivela meglio degli altri il problema europeo dell’approccio differenziato: le relazioni con la Turchia. Si tratta di un rapporto che mette alla prova la politica estera europea con uno stallo che dura dal 1963. Si può ammettere che, nonostante la deriva autoritaria di Erdogan che negli ultimi dieci anni è inaccettabile e condannabile da tutti i punti di vista, in prospettiva storica l’Europa ha dimostrato proprio nei confronti della Turchia tutta la sua incoerenza. Nel 1963 con l’Accordo di Ankara la Comunità Economia Europea si associa alla Turchia, che diventa uno dei principali partner commerciali dei Sei (Francia, Italia, Germania Ovest e Benelux), i quali promettono ai turchi una futura piena adesione. Nel 1987 arriva ufficialmente la richiesta di Ankara alla CEE per una piena integrazione economica e politica. Con Maastricht 1993 la nuova UE stabilisce i criteri per l’adesione e nel 1996 si realizza l’unione doganale con la Turchia. Nel 1999 ai turchi viene riconosciuto ufficialmente lo status di Paese candidato alla UE. Ma, come spiega Giscard d’Estaing nel 2002, nessuno avrebbe accettato la Turchia fino in fondo: «Se la Turchia entra è la fine dell’Unione Europea, la Turchia non è un Paese europeo, la sua capitale non è in Europa, il 95% della sua popolazione non è in Europa e diventerebbe uno tra gli Stati membri i più popolosi dell’Unione. La maggioranza del Consiglio Europeo si è pronunciata contro l’adesione, ma nessuno lo ha mai detto ai turchi». Nonostante questo pensiero da parte europea – neppure troppo nascosto – tra il 2000 e il 2005 si vivono gli anni d’oro delle riforme turche, realizzate sull’onda del desiderio di entrare nell’UE: adozione di leggi conformi agli standard internazionali in materia di diritti umani e abolizione della pena di morte, riconoscimento di alcuni diritti delle donne e creazione di meccanismi di tutela contro la tortura, con l’aggiunta di una riforma del sistema carcerario. Erdogan stesso promuove leggi che riducono le restrizioni rispetto alla libertà di associazione e di espressione, sia dei cittadini che dei mezzi d’informazione. Nel 2002 il Consiglio Europeo riconosce gli importanti progressi della Turchia. La Turchia intensifica i propri sforzi di riforma e nel 2005 partono i negoziati di adesione. Ma il rapporto con l’Europa si raffredda bruscamente a causa della questione di Cipro. L’ingresso di Cipro nella UE del 2004 è una vera doccia fredda per la Turchia. Da quella data inizia la nuova fase neo-ottomana della Turchia, più autoritaria e meno europea. Le rivolte di Gezi Park represse da Erdogan, il tentato golpe e le conseguenti limitazioni delle libertà hanno trasformato in pochi anni la Turchia da aspirante democrazia desiderosa di entrare nell’UE a perfido regime dittatoriale che persegue una politica estera autonoma e aggressiva nella regione, in opposizione o in totale indifferenza nei contronti dell’UE. La citata questione della gestione dei flussi migratori provenienti dalla Siria e da altre zone di guerra, la questione libica e gli altri dossier nel Mediterraneo passano tutti dal rapporto con la Turchia. Che piaccia o no il regime, il dialogo va migliorato. L’Europa oggi ha l’ennesima occasione di ritrovare una politica estera comune proprio costruendo il proprio ruolo nel Mediterraneo orientale, iniziando a recuperare il rapporto con la Turchia.

Il 18 giugno scorso è stata organizzata una Tavola rotonda dall’ECFR, che aveva come oggetto proprio il dossier sul Mediterraneo orientale, analizzato come un bacino di crisi e un banco di prova per l’UE. «Il Mediterraneo orientale – è scritto nel Report ECFR dal titolo “Deep sea rivals: europe, turkey, and new eastern mediterranean conflict lines”, sta diventando sempre più pericoloso, poiché le linee di faglia geopolitiche circondano costantemente la regione. Queste fratture emergono dal “conflitto congelato” di Cipro, dalla competizione per i preziosi giacimenti di gas e dalle guerre sempre più aggrovigliate in Libia e Siria. In un mondo di pandemie, guerre eterne e grandi scontri di potere, potrebbe essere una sorpresa che la prossima crisi dell’Europa stia emergendo dalle dispute sul diritto marittimo. Nel Mediterraneo orientale è in corso una scalata tra i Paesi della regione per l’accesso ai giacimenti di gas recentemente scoperti. Al centro di queste tensioni c’è la disputa irrisolta di Cipro e l’antagonismo di lunga data tra Turchia e Grecia, attorno al quale si sta allineando un fronte più ampio di forze antiturche. Queste controversie sono cresciute fino a comprendere anche le guerre civili in Libia e in Siria, e si sono estese a Stati lontani come quelli del Golfo e la Russia. Il potenziale di escalation del Mediterraneo orientale è stato evidente nel febbraio 2020, quando la Francia ha dispiegato la sua portaerei Charles de Gaulle per inseguire in modo difensivo le fregate turche che navigano vicino ai campi di gas contesi vicino a Cipro. Il fatto che gli alleati della NATO si stiano concentrando ai confini dell’Unione Europea dovrebbe indurre tutti gli europei a prestare maggiore attenzione alla regione. L’escalation del conflitto in Libia e la rivalità tra la Turchia e i suoi rivali del Golfo si intersecano dunque direttamente con le dispute euro-turche sul gas e sul territorio. Ciò che accade nel Mediterraneo orientale non è più una questione periferica per l’Europa», è il vero banco di prova per trovare finalmente una politica estera comune.

L’UE sembra dunque una presenza ancora troppo astratta, che appare e scompare a seconda del tema trattato. Sarebbe auspicabile un salto in avanti, per completare l’integrazione politica, militare e fiscale. Come già abbiamo detto, quando si parla di questioni monetarie siamo tutti europei perché, piaccia o meno, c’è una prova concreta, l’euro; ma quando si parla di politica estera non c’è un esercito comune e a guidare gli Stati sono sempre i rapporti di forza e gli interessi nazionali. L’UE può trovare un vero senso comune per parlare con una sola voce solo se si dota di un esercito europeo e di una fiscalità comune. Questo è il tema della cessione di sovranità, una scelta rimandata nel tempo ma che oggi sembra essere impossibile da procrastinare. Essere europei oppure no è una scelta, che Francia, Germania, Italia e Spagna devono fare insieme agli altri Stati membri. Mettere in condivisione gli eserciti e pagare le tasse in comune significa agire come una cosa sola: questa è la vera sfida europea di oggi. Diventare un attore globale permetterebbe di intrattenere relazioni alla pari con Stati Uniti, Cina, Russia, India e con tutti gli altri attori internazionali. L’Unione Europea – se vuole – è il più grande progetto di pace e sviluppo mai realizzato nella storia europea, all’avanguardia in tema di rispetto dell’ambiente, dei diritti umani, del benessere sociale e della qualità della vita.

Per trovare il coraggio di cedere la sovranità per costruire una vera unione politica, un Governo europeo, con un Ministro dell’Interno e un Ministro degli Esteri europei, possono essere utili in conclusione le parole del Professor Breccia: «L’Unione Europea si è sviluppata sulla base dei principi di libertà, democrazia, rispetto dei diritti dell’uomo e delle libertà fondamentali e dello Stato di diritto. Tali principi sono stati adottati come criteri di valutazione per accogliere i Paesi candidati all’adesione e come obiettivi principali della politica estera comune in materia di rapporti con Paesi terzi, in particolare nel campo della cooperazione allo sviluppo. Questa viene perseguita con la ferma convinzione di poterne fare un importante strumento di ricostruzione del nuovo ordine internazionale, che i drammatici eventi di questo inizio di secolo hanno riproposto in modo non più dilazionabile per la salvaguardia della pace. La sfida è rivolta in particolare ai giovani nei quali deve maturare una coscienza europea, affinché l’Europa che ereditano dai loro padri possa conquistare una piena identità politica. Questa conquista consentirà di dare nuovo ed effettivo impulso ad uno sviluppo equilibrato e globale delle relazioni internazionali, soprattutto nel confronto Nord-Sud, in modo che esse possano assumere concretamente una “dimensione umana” e al binomio confronto-difesa, che ha caratterizzato il secolo scorso, si sostituisca quello cooperazione-sicurezza in questo nuovo secolo».

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