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Il risiko geopolitico innescato da Brexit

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Brexit

L’analisi di Daniela Coli sugli scenari post Brexit

 

Dalla vittoria di Brexit sono passati oltre due anni e ancora non si sa se il 19 marzo 2019 l’Uk uscirà dall’Ue: l’articolo 50 potrebbe essere rinviato o revocato, potrebbe cadere il governo May, elezioni, un nuovo referendum, chissà. Le elezioni europee sono il 23-26 maggio. L’unica certezza, per ora, è che non c’è una maggioranza per uscire dall’Ue senza un accordo con l’Ue. Tecnicamente, tutto è bloccato sul “backstop”, sul confine irlandese, con discussioni interminabili e scenari allarmanti per il post-Brexit. Il maggior freno è la City, sempre determinante in Uk, che prevede una catastrofe. La City è il polmone della Gran Bretagna, la seconda borsa del mondo, da cui passano tutte le borse dell’Asia, e in caso di Brexit senza deal, il Giappone, il più grande alleato Uk in Asia, ritirerebbe tutte le multinazionali, perché Londra perderebbe l’accesso al mercato unico. Una Brexit senza deal sarebbe un disastro anche perché l’Uk esporta nel Commonwealth solo il 9% e più del 60% in Europa. La Global Britain è un slogan. Per Enrico VIII fu facile rompere con Roma, più difficile per l’Uk lasciare il Continente, al quale è più molto più legato di quanto si crede.

Brexit è il simbolo del populismo, ma i leader di Brexit, come Boris Johnson, sono l’élite di Oxford e Bruxelles ha sempre concesso a Londra ampia autonomia. Allora perché Brexit? Se rimaniamo agli stereotipi della grandeur britannica, l’antipatia per il Continente, la rivalità con la Germania, la special relationship con gli Stati Uniti, è tutto chiaro. Però, come rivela il libro di James Barr, Lords of the Desert: Britain’s Struggle with America to dominate the Middle East (2018), l’UK ha combattuto con gli Usa per il Medio Oriente e ne è stata espulsa come potenza militare, insieme alla Francia, nel ’56, ai tempi della crisi di Suez.

Né l’Uk è così antitedesca come nella propaganda. Le élite britanniche ( si pensi a The Pity of War di Niall Ferguson) sanno di avere combattuto due guerre mondiali e avere perso l’impero per non avere accettato l’egemonia tedesca sul Continente. La Francia, rivale secolare, è diventata una spalla, come la definisce l’influente Sir Dearlove, ex capo del MI6, nella lettera del 2017 a Macron. Gli inglesi, come gli europei, col trattato Westfalia del 1648 avevano razionalizzato la guerra. Gli europei si facevano le guerre, facevano la pace, acquisivano o perdevano territori o colonie. Poi business as usual. Poteva capitare di trovarsi alleati in un’altra guerra. L’ingresso degli Stati Uniti e della Russia nelle guerre mondiali nel ‘900 ha cambiato la guerra e l’Europa è finita inglobata nell’Occidente americano.

La riunificazione tedesca, patrocinata dagli Usa, ha prodotto, come sostiene il brexiteer Ambrose Evans-Pritchard, un’Ue unita dalla Nato a direzione americana. Come ricorda Evans-Pritchard, l’Ue nasce con la Ceca dall’idea americana di riarmare i tedeschi nel 1949, quando in Asia iniziò la guerra fredda con la vittoria di Mao. Ma, com’è noto, tedeschi e francesi non intervennero in Iraq nel 2003, e quella guerra, in cui Ferguson vide il declino dell’impero americano, ha segnato Usa e Uk. Trump nasce dalla decisione di ridimensionare l’impero. In Iraq i britannici si sono resi conto di avere un alleato inadeguato, come spiega Ferguson in Colossus. Come ha scritto l’Economist, nonostante la polemica con Obama, Trump sta realizzando la politica di Obama con la decisione di uscire dal Medio Oriente e smantellare la Nato. Gli inglesi hanno capito per primi la crisi dell’Occidente americano.

Da qui, forse, Brexit. Nella lettera del 13 dicembre 2017 di Dearlove a Macron c’è il disegno di rifondare l’Europa: l’Uk vuole essere il più stretto alleato militare dell’Europa, ma non vuole stare in un’UE con tanti popoli e tanti trattati. Quindi, la Brexit potrebbe anche essere un’altra Europa, qualcosa che agli italiani non piace, perché non vogliono spendere nella difesa e sognano la Nato forever. Ma prima o poi la Nato se ne andrà, e l’Europa sarà diversa. Sarà inevitabilmente un ponte con altri continenti, dove il Mediterraneo potrebbe giocare un grande ruolo. Ma bisogna giocare europeo, e questo in Italia non si capisce.

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