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Il Punto sul Coronavirus in Italia. Il post del prof. Maga (Cnr)

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Il pericolo di questo virus non è la letalità, che rimane sostanzialmente concentrata sulle persone più fragili, ma l’incidenza delle forme che richiedono assistenza ospedaliera. Il post del professore Giovanni Maga, direttore dell’Istituto di Genetica Molecolare del Cnr.

Stilare statistiche e fare previsioni nel corso di un’epidemia è sempre difficile, a causa della limitatezza dei numeri. Proviamo a fare un approssimato confronto tra la situazione italiana e quello che dice l’Oms.

Nell’ultimo bollettino dell’OMS (1 marzo) si delinea il quadro epidemiologico dell’infezione da SARS-CoV2: “A majority of patients with COVID-19 are adults. Among 44672 patients in China with confirmed infection, 2.1% were below the age of 20. The most commonly reported symptoms included fever, dry cough, and shortness of breath, and most patients (80%) experienced mild illness. Approximately 14% experienced severe disease and 5% were critically ill. Early reports suggest that illness severity is associated with age (>60 years old) and co-morbid disease

Riassumendo: l’incidenza di forme gravi è il 14% e di casi critici il 5%. Questi i dati dello studio epidemiologico cinese su oltre 44000 casi.

In Italia alle ore 18 di due giorni fa c’erano 1577 positivi, di cui circa il 50% (798) a casa (presumo senza sintomi o non sintomi molto lievi, purtroppo i rapporti non danno precisazioni). 639 (circa il 40%) sono ricoverati, ma anche qui non sono in grado di dare informazioni sul quadro clinico.

Sembra però che la maggioranza abbiano sintomi non preoccupanti, ma ad esempio non so l’incidenza delle polmoniti e la loro gravità.

Complessivamente sembra che ci sia un accordo con l’80% di forme lievi/moderate (assumendo che la maggioranza dei ricoverati non sia grave).

I casi critici (terapia intensiva) in Italia sono 140 (8.8%). Questo dato forse è il più discordante, rispetto al 5% di casi critici riportati dallo studio cinese.

Possiamo fare tre ipotesi:

1) i numeri dei casi positivi sono inferiori alla reale diffusione del virus (per cui le percentuali potrebbero essere sovrastimate). Questo sarebbe in accordo con i modelli che stimano circa 2 casi ignoti per ogni caso identificato. D’altro canto, la percentuale di tamponi positivi sul totale effettuato è intorno al 5%, suggerendo o una circolazione non così estesa o che molti sono guariti avendo avuto pochi sintomi e quindi si sono negativizzati. Solo un’indagine sulla prevalenza di anticorpi potrà darci una stima precisa degli esposti.

2) In questa seconda ondata (la prima c’era stata in gennaio con i piccoli cluster in Francia, Germania, UK forse riflesso di una circolazione già attiva ma con bassa morbidità) il virus è più aggressivo, forse perché passato al setaccio della selezione naturale che ha favorito la diffusione di un ceppo più “abile” nel colonizzare il nuovo ospite. Solo l’analisi genetica degli isolati autoctoni presenti adesso in confronto con quelli circolanti all’inizio dell’epidemia potrà dirci se ci sono stati cambiamenti genetici sostanziali.

3) La differente struttura genetica della popolazione europea rispetto a quella asiatica riflette una diversa risposta al virus. Questa è molto più difficile da verificare e richiederà studi accurati sulla risposta immunitaria.

Al di là di queste tre ipotesi si confermano due punti importanti:

1) la generale benignità del decorso dell’infezione per la maggioranza delle persone, soprattutto quelle giovani;

2) la necessità di continuare nelle misure di contenimento per abbattere il più possibile il numero dei casi, sia per proteggere le fasce più a rischio che per evitare un sovraccarico del sistema assistenziale.

Il pericolo di questo virus non è la letalità, che rimane sostanzialmente concentrata sulle persone più fragili, ma l’incidenza delle forme che richiedono assistenza ospedaliera.

Se anche il rischio di forme critiche o potenzialmente letali è basso, non possiamo permetterci di non fare tutto il possibile per proteggere chi a rischio è.

Serviranno ancora almeno due-tre settimane per avere un’idea precisa sull’efficacia delle misure e sull’andamento dell’epidemia.

Dobbiamo collaborare, senza panico ingiustificato ma con senso di responsabilità.

(post del prof. Maga pubblicato sul suo profilo Facebook)

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