Mondo

Il Parlamento italiano e la drammaturgia futurista

di

Il Bloc Notes di Michele Magno

C’è chi ha paragonato la forma estetica della sceneggiata andata in onda al Senato su “Moscopoli” alla commedia dell’arte di Arlecchino e Pulcinella. Non sono d’accordo. A mio giudizio, essa va trovata in un’altra tradizione teatrale. All’inizio del Novecento l’avanguardia futurista italiana esaltava il varietà perché meraviglioso ed eccentrico, antintellettuale e popolare, capace di coinvolgere il pubblico in modo attivo e di suscitare il suo apprezzamento con urla e schiamazzi. “Creiamo la scena”, scriveva Enrico Prampolini nel 1915. Inventiamo cioè uno spettacolo che non deve dipendere dalla parola ma dalla libera e sfrenata immaginazione dell’autore, che non deve quindi imitare la realtà ma stupire, divertire, emozionare e abbindolare gli spettatori con la rapidità e il sensazionalismo del suo messaggio.

Il “teatro della sorpresa”, come recita il titolo di un manifesto firmato da Filippo Tommaso Marinetti e Francesco Cangiulli sei anni dopo, doveva insomma gettare alle ortiche ogni scoria élitaria e diventare “alogico, irreale”. Artificio, comicità, circo, imprevedibilità, testi scarni e insignificanti personaggi erano i canoni e i valori della drammaturgia futurista. È esattamente quella riportata agli antichi fasti dalla compagnia di giro di Conte, Salvini e Di Maio (con il Pd a far casino sul loggione).

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Per Machiavelli il popolo è, insieme ai “grandi”, uno dei “dua umori diversi” che si trovano in ogni città; per Spinoza una massa informe quando è guidato più dalla paura che dalla ragione; per Hobbes una moltitudine dispersa e conflittuale prima che sorga lo Stato; per Rousseau una comunità alla quale ogni individuo cede tutti i propri diritti. A queste e altre illustri definizioni si è poi aggiunta quella -memorabile- data da Giuseppe Conte in un talk show televisivo: “Il popolo è la somma degli azionisti che sostengono questo governo”. Parole le quali dimostrano che non solo lo stomaco, ma anche il pensiero può essere assalito dai crampi.

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Nella seconda balza del Purgatorio (Canto XIII), Dante raffigura gli invidiosi con gli occhi cuciti da un filo di ferro. Il contrappasso analogico è chiaro, in quanto vissero guardando sempre con rancore il proprio prossimo, godendo delle sue disgrazie: “Fui delli altrui danni lieta assai”, confessa la senese Sapìa perché i suoi concittadini ghibellini erano stati sconfitti dai guelfi fiorentini nella battaglia di Colle Val d’Elsa (1269). Quello che i tedeschi chiamano “Schadenfreude” non è certo un sentimento nuovo, come mostra il padre della nostra lingua. Ogni giorno lo vediamo all’opera sui social network, in valanghe di tuìt che sommergono di insulti l’avversario, anzi il nemico politico.

La verità è che, se il (forse) più odioso dei vizi capitali affonda le sue radici nella mano omicida di Caino, nell’era del populismo trionfante l’invidia sociale sta diventando un fenomeno di massa, che porta immancabilmente al disconoscimento del valore della solidarietà e della stessa carità cristiana. È qui che un peccato mortale per il buon Dio si può trasformare in un veleno letale per la democrazia italiana. Sono tempi bui.

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