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Il Natale visto da Alberto Moravia e Gianfranco Ravasi

Natale

Su Natale, Capadonno e Befana, Alberto Moravia diceva che, per ritrovarne il significato autentico, bisognerebbe liberare queste feste da tutte le incrostazioni consumistiche. Il Bloc Notes di Michele Magno

Natale, Capodanno e Befana, diceva Alberto Moravia, mi fanno pensare a quelle anfore romane che ogni tanto i pescatori tirano fuori dal mare con le loro reti, tutte ricoperte di conchiglie e di incrostazioni marine che le rendono irriconoscibili. Per ritrovarne il significato autentico bisognerebbe liberare queste feste da tutte le incrostazioni consumistiche:

“Natale, Capodanno, Befana, quando verso il quindici di dicembre comincio a sentire parlare di feste, tremo, come a sentir parlare di debiti da pagare e per i quali non ci sono soldi. […] Del resto, per farvi capaci che ho detto la verità, guardate la strada dove ho la mia bottega di cartolaio. In fila, uno dopo l’altro, ci sono Tolomei il pizzicagnolo, De Santis il pollarolo, De Angelis che ha il vapoforno, e Crociani che ha la fiaschetteria. Fateci caso, che vedete? Montagne di formaggi e di prosciutti, stragi di polli e gallinacci, sacchi pieni di tortellini, piramidi di fiaschi e di bottiglie, luce e splendore, gente che va e gente che viene, dalla mattina alla sera, senza interruzione, come in un porto di mare, nelle prime quattro botteghe. Nella mia cartolibreria, invece, silenzio, ombra, calma, la polvere sul banco, e, sì e no, qualche ragazzino che viene a comprarsi il quaderno, qualche donna che entra a prendersi la boccetta d’inchiostro per fare i conti della spesa. E io rassomiglio alla mia bottega, vestito di uno zinale nero, magro, affamato, con addosso l’odore della polvere e della carta, sempre acido, sempre pensieroso; e loro, invece, De Angelis, Tolomei, Crociani, De Santis, sono tutto il ritratto dei loro affari che vanno tanto bene, belli, rossi, grassi, con la voce sicura, sempre allegri, sempre strafottenti. Eh, ho sbagliato mestiere; e con la carta stampata o bianca, c’è poco da fare; e ne consumano più loro per involtare pacchi che io per far leggere o scrivere”.
(“Racconti romani”, 1954)

Moravia non era certo un fervente cattolico, e le sue parole hanno forse un tono un po’ moralistico. Il cardinale Gianfranco Ravasi è invece un biblista, ebraista e teologo dotato di un raffinatissimo senso dell’humor:

“Anche quest’anno il Natale ha nel mondo la solita presenza di Erodi e di innocenti sgozzati. Lascerò ai lettori di riflettere su un aneddoto che mi ha raccontato l’ambasciatore di Israele presso la Santa Sede, e che può essere sia una rappresentazione della storia umana sia un amaro esame di coscienza collettivo. Anni fa, in visita allo zoo biblico di Gerusalemme fu condotto Henry Kissinger, Segretario di Stato di Nixon. Egli rimase stupefatto di fronte a un leone accovacciato davanti a un agnello che brucava pacificamente. Si era forse avverata la profezia messianica di Isaia secondo la quale il leone si sdraierà accanto all’agnello in perfetta armonia? «No — replicò il direttore dello zoo — in verità noi sostituiamo ogni giorno un nuovo agnello…!”

(L’Espresso, 23 dicembre 2013)

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“Convergenze parallele”?

“Evangelii Gaudium” è la prima esortazione apostolica di papa Francesco, promulgata il 26 novembre 2013. Nel testo programmatico del suo pontificato, non manca un cenno alla crisi finanziaria che allora imperversava in tutto il mondo occidentale. Alla sua origine — sostiene il successore di Pietro — c’è una crisi antropologica, ossia la negazione del primato dell’essere umano. L’adorazione del “vitello d’oro” — egli ammonisce — ha trovato una nuova e spietata versione nel feticismo del denaro.

Se si considera che sulla più importante banconota del mondo è stampato il motto “In God We Trust” (“Confidiamo in Dio”), l’allarmata denuncia del pontefice sembra giustificata. Dal canto suo, Marx — pur riconoscendo il ruolo determinante della finanza per lo sviluppo capitalistico- riprese da Shakespeare la definizione del denaro come “universale prostituta, universale mezzana di uomini e popoli”. Pure — prosegue — questa “forza galvano-chimica della società, capace di trasformare tutti i vizi in virtù, ha un limite”. Perché se “supponi l’uomo come uomo e il suo rapporto col mondo come rapporto umano, tu puoi scambiare amore solo con amore” (“Manoscritti economico-filosofici del 1844”).

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