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Il Movimento 5 Stelle, i dossier e il ritorno della politica sull’antipolitica. Il pensiero di Ocone

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Il Movimento 5 Stelle sembra essere una sorta di Giano bifronte che si serve del mito della trasparenza assoluta e della democrazia diretta per raggiungere con ogni mezzo i propri interessi. È veramente così? “Ocone’s corner”, la rubrica settimanale del filosofo Corrado Ocone

 

Non c’è dubbio: la parola della settimana politica che si conclude è “dossier”. I Cinque Stelle “hanno dei dossier su tutti, anche su di noi…”: così si sarebbe confidato Giancarlo Giorgetti, sottosegretario alla presidenza del Consiglio, con alcuni amici. Quanto al ministro dell’Economia Giovanni Tria, egli ha parlato esplicitamente, in un’intervista, di “intimidazioni” e “violazioni della privacy” da lui subite. D’altronde, già la porno-storia che aveva avuto come protagonista la deputata Giulia Sarti era stata ricondotta, qualche settimana fa, ad una “cyber-guerra”, fatta di intrusioni nel privato, tutta interna al Movimento.

In ogni caso, insieme a queste voci, si segnalano in settimana anche due fatti concreti: la multa comminata alla Casaleggio Associati dall’Autorità garante per la protezione dei dati personali, in quanto la piattaforma Rousseau “non garatisce né sicurezza né segretezza”; e la quasi contemporanea denuncia in Procura da parte di Davide Casaleggio della scoperta di “profili clone” che avrebbero provato a manipolare le recenti europarlamentarie. Mettendo in fila tutte queste notizie, non è dubbio che venga fuori un’immagine inquietante del Movimento, che sembrerebbe essere una sorta di Giano bifronte che si serve del mito della trasparenza assoluta e della democrazia diretta per raggiungere con ogni mezzo i propri interessi. È veramente così? Ovviamente non lo so, presumo che lo sia solo in piccola parte. Quel che però mi sembra interessante in tutta questa faccenda è un elemento che definirei come la rivincita della politica sull’antipolitica. Una sorta di eterogenesi dei fini per cui proprio i fautori dell’antipolitica e della lotta alle “caste” hanno in realtà preparato il terreno per il ritorno in grande stile della più tradizionale e inestirpabile attività umana. Mi spiego.

I Cinque Stelle nacquero, una decina di anni fa, sull’onda lunga (soprattutto nelle coscienze) di Mani Pulite, al grido di “onestà, onestà!”. Su questo forte impulso, con venature spesso giustizialiste, si legò l’utopia postmoderna di Gianroberto Casaleggio. E non parlo a caso di postmodernismo perché il ragionamento del fondatore era (consapevolmente o meno) proprio un mix di arcaiche ideologie moderne e prospezione futuristica.

Si trattava infatti da una parte di combattere la disonestà riprendendo il mito della trasparenza assoluta (vi ricordate del Panopticon di Jeremy Bentham?); dall’altra di ridurre la politica a semplice amministrazione di rapporti astrattamente considerati su base egualitaria (lungo una linea democratico-giacobina che va dal Rousseau della “volontà generale” sino al Lenin che affermava che nel comunismo anche una cuoca sarà in grado di guidare uno Stato). Il tutto nella consapevolezza che le nuove frontiere del mondo digitale avrebbero permesso finalmente di fare di queste utopie delle concrete realtà.

Non si trattava quindi, per i più visionari fra i leader del Movimento, di combattere semplicemente la disonestà, bensì più radicalmente di tagliarne alla radice la possibilità stessa di esplicarsi. Non è un caso però che ci fossero nella modernità così illustri predecessori di questo modo di ragionare, e che esso avesse raggiunto proprio nel Novecento le sue più alte vette e non solo nei regimi totalitari.

Il secolo scorso, infatti, è stato sì quello della politicizzazione estrema della vita sociale, ma anche quello in cui la politica, trasformandosi in qualcosa d’altro rispetto al passato, ha assunto in sé, in questo specifico senso, forti dosi del suo contrario, cioè l’antipolitica. Essa infatti si è assunta il compito di realizzare scopi che non erano stati prima di sua pertinenza, come eticizzare i rapporti umani o sottomettere sé stessa alla realizzazione di un’idea o di un programma astratto.

La politica nel senso classico è invece altra cosa, apparentemente più cinica e brutale ma in realtà molto meno pericolosa e più limitata nela sua sfera di azione. La politica è quella che emerge, ad esempio, nelle lotte per il potere rinascimentali, su cui si erge fra l’altro la riflessione di Machiavelli, o è quella che vediamo in certe serie televisive come House of Cards (non a caso ambientate in quel mondo americano che non ha conosciuto fino in fondo la forza destrutturante delle ideologie europee).

La politica è fatta di colpi bassi, tranelli, ipocrisie, mercanteggiamenti. E chi vuole estirparla in questa sua essenza, si prefigge in realtà con ciò stesso di estirpare la radice stessa della vita e persino della morale.

Nel 1923, nello stesso saggio in cui si scagliava contro il mito politico dell’“onestà”, Benedetto Croce definiva la politica come una continua lotta di “maliziosi contro maliziosi e persino maligni contro maligni, e imbroglioni contro imbroglioni, perché, leggendosi reciprocamente in fondo all’anino, si combattano e s’intendano, e risolvano talune faccende, delle quali, in altro modo, non si verrebbe mai a capo”.

Certo, che i Cinque Stelle risolvano problemi è tutto ancora da dimostrare. Ma che essi possano essere gli inconsapevoli strumenti che la provvidenza storica sta utilizzando per farci ritornare a scoprire la politica nella sua cruda fattualità, dal mio punto di vista potrebbe essere vero e non essere un male. Alla fine è meglio preparare un dossier sul nemico che eliminarlo fisicamente. Ai dossier si può sempre rispondere smontandoli. O al limite con dei contro-dossier, considerato che gli scheletri in armadio sono democraticamente ben ripartiti fra gli esseri umani.

In sostanza: gli schelestri è sempre meglio tirarli fuori dalle credenze che dissepellirli da gulag o lager!

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