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Il Medioevo e i luoghi comuni. Il pensiero di Corrado Ocone

di

“Ocone’s corner”, la rubrica settimanale del filosofo Corrado Ocone

 

Sorprende non poco che i cosiddetti intellettuali, o meglio coloro che occupano posti di rilievo nelle accademie e hanno voce prioritaria sugli organi di informazione, abbiano avallato in questi giorni il luogo comune che fa del Medioevo un insieme di “secoli bui” e un periodo di “oscurantismo”. O forse non sorprende, e anzi la dice lunga su cause e protagonisti della nostra decadenza culturale, fatta di pensiero facile, mancanza di senso della storia e protervia intellettuale.

Guarda caso sono proprio costoro quelli che più sbraitano sul trionfo dell’”incompetenza”, senza accorgersi che gli “incompetenti” non sono spesso altri che coloro che vogliono ristabilire qualche semplice verità di senso comune. Fra gli “incompetenti” e gli intellettuali mainstream, l‘uomo di vera cultura non ha dubbi da che parte stare.

Detto ciò, occorre un attimo ritornare al tema del Medioevo viste le polemiche sul Congresso di Verona dedicato alla famiglia tradizionale. Fu la cultura illuministica più radicale quella che cominciò a diffondere nel XVIII secolo, o forse anche prima, l’idea del Medioevo come lungo periodo barbarico che aveva interrotto le alte vette di pensiero e mentalità raggiunte dalla cultura pagana o greco-latina. Perché l’illuminismo fece questo, è presto detto.

Il Medioevo era stato dominato dal cristianesimo e dalla Chiesa cattolica, fra l’alto in proficua dialettica con l’Impero e la spada, cioè proprio dalle forze che ora si volevano abbattere per realizzare una nuova cultura modellata dalla Ragione e scevra dalla “superstizione”. Bisognava perciò fare tabula rasa della tradizione, soprattutto abbattere le sacche di resistenza del vecchio mondo (“écrasez l’infame” scriveva Voltaire nel 1762).

I limiti di questa concezione, tutta politica, furono messi in luce già a fine Settecento da pensatori come l’inglese Edmund Burke o l’italiano Vincenzo Cuoco. Essi poi trovarono riscontri nel pensiero, davvero profondo, di quei “controilluministi” (per dirla con Isaiah Berlin) o protostoricisti di cui è fiorente l’età romantica. Il liberalismo, che era nato su basi giusnaturalistiche, e che perciò conservava un che di astratto, ne prese atto. E si riconciliò con il senso storico e con il principio di realtà. Non è un caso che esso abbia celebrato i suoi fasti, teorici e pratici, proprio nell’Ottocento, il quale è ancora oggi considerato il secolo liberale per antonomasia.

In effetti, i grandi pensatori di quel secolo, liberali e non, a cominciare da Hegel, mostrarono come ogni periodo storico sia legato in maniera dialettica al precedente, di cui sviluppa certe tendenze, e al successivo, di cui pone le premesse e le basi. Essi mostrarono altresì come, fuori da questo gioco di necessità e libertà, la libertà diventa un contenitore vuoto, approssimandosi al nulla, e aprendo il campo al relativismo e a dispotismi e autoritarismi della più varia natura. Le stesse libertà moderne non sorsero d’incanto, in un brusco passaggio dal nero al bianco, ma germogliarono dal lungo lavorio del pensiero e della prassi medievali (cfr. Larry Siedentop, L’invenzione dell’individuo. Le origini del liberalismo occidentale, Luiss University Press, Roma 2016).

Quanto alla libertà, non è che essa nel Medioevo mancasse, ma si esplicitava in altre forme e rapporti, forse meno garantiti ma anche più liberi e sciolti ad esempio dalle coercizioni e degenerazioni statalistiche dello Stato moderno. Semplicemente diversi. Per accorgersi di quanta ricchezza e finezza intellettuale, per certi versi insuperata, fosse stato capace il Medioevo, basta poi prendere in mano e studiare le opere dei grandi filosofi e teologi di quel tempo lontano. La storiografia stessa ha contribuito, con i suoi studi più recenti e accreditati, a confermare queste semplici verità. Un elemento va anche considerato. Al fondo delle tesi perorate dai molto superficiali (per non dire altro) denigratori dell’età di mezzo, c’è una idea banale del Progresso umano, quasi fosse una scala da salire e da cui mai più scendere, casomai rammaricandosi di non aver potuto ascendere al “cielo” volando ed evitando i gradini. Ecco allora la retorica dei “diritti”, concepiti non come i risultati di certe azioni storiche e storicamente collocate, ma come tappe di un percorso ab ascendentum.

In verità, non c’è nulla di più illiberale che concepire i “diritti” come qualcosa da conquistare in modo che, una volta acquisiti, debbano di necessità restar fermi lì ignorando le evoluzioni del mondo e della storia, cioè semplicemente il farsi concreto della libertà. Per evitare queste frizioni, sarebbe forse opportuno semplicemente che gli intellettuali ritornassero a studiare!

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