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Il giudice nella letteratura (uno scritto di Andrea Camilleri)

di

giudice

Il Bloc Notes di Michele Magno

“Mala tempora currunt” per l’ordine giudiziario. Il caso Palamara ha scoperchiato un verminaio in cui le correnti togate hanno perso progressivamente la capacità di riflessione ed elaborazione culturale, divenendo sempre più — come ha scritto Giovanni Fiandaca sul Foglio (2 giugno) — “macchine di potere preposte alla spartizione dei posti e allo scambio clientelare di favori”. Ma, come è noto, si tratta di un vecchio andazzo. Già nel 1997 lo denunciava con forza Gaetano Silvestri, ex presidente della Consulta: “Uno dei mali maggiori delle istituzioni italiane […] è la tendenza irrefrenabile all’esternazione estemporanea di molti importanti magistrati […]. Il fenomeno ha ormai raggiunto dimensioni tali da non poter più essere classificato tra i fatti di costume, o affrontato in termini di stile e senso dell’opportunità. Si tratta di una vera e propria emergenza costituzionale” (“Giustizia e giudici nel sistema costituzionale”, Giappichelli).

 Dopo quasi un quarto di secolo, il “libertinaggio esternante” (copyright di Fiandaca) denunciato da Silvestri si è perfino aggravato. Basti pensare all’accusa di collusioni con la mafia adombrata, addirittura in una trasmissione televisiva, rivolta da Nino Di Matteo al guardasigilli Alfonso Bonafede. Per non parlare del collateralismo ideologico tra il populismo penale di matrice grillina e certo populismo giudiziario alla Piercamillo Davigo, cementati dall’idea che il potere punitivo sia di per sé salvifico, e che i magistrati duri e puri siano perciò legittimati a svolgere il ruolo di guide morali del popolo degli onesti tradito dalle élite corrotte.

 Questo processo involutivo non è solo determinato dalle “degenerazioni del sistema correntizio” e dalla “inammissibile commistione” tra politici e magistrati, come ha sottolineato una recente nota del Quirinale, ma chiama in causa anche i modelli culturali dominanti nella società italiana. È una verità sociologica che trova conferma proprio nel personaggio di Luca Palamara, con la sue sfrenate ambizioni carrieristiche e con la sua fame di successo personale, di visibilità, di presenzialismo che ben riflettono miti, riti e sogni di quell’età del narcisismo anticipata profeticamente da Christopher Lasch in memorabile saggio di quarant’anni fa. Tutti sintomi di una deriva individualistica che si registra in misura eclatante in primo luogo nella cerchia dei pm, con la benevola complicità di ampi settori dei mass media.

Quella delle forme legittime di intervento dei magistrati — in particolare dei giudici — nella vita nazionale è una questione spinosa che riguarda, sotto molteplici aspetti, il rapporto tra giustizia e politica. Al di là di una nuova legge sul Csm, forse occorrerebbe — come auspicato da Fiandaca — un dibattito pubblico trasparente sul ruolo del magistrato e sul codice deontologico di fronte alle sfide inedite della realtà contemporanea. In questa prospettiva si muove il testo di Andrea Camilleri qui  riprodotto, da lui presentato a un seminario di studi per giovani magistrati promosso dal Csm (Roma, 19-21 marzo 2007). Il padre del commissario Montalbano racconta, con stile limpido e invidiabile concisione, come alcuni grandi della letteratura italiana e mondiale hanno descritto la figura del giudice, le sue responsabilità e i suoi dilemmi etici davanti al mistero del comportamento umano. Si tratta di una galleria di pochi ritratti, ma sufficiente a riproporre con forza temi e nodi della giustizia che ancora attendono di essere sciolti nel tempo presente. Buona lettura.

 

Il giudice nella letteratura

di Andrea Camilleri

Per un seguito di circostanze che non starò a dirvi, ho cominciato a leggere romanzi che ero ancora un bambino di sette anni, romanzi non da bambini ma da grandi, come si usa dire, e ho continuato a leggerli fino ad oggi che di anni ne ho 81 ben suonati. Quindi, quanti saranno state le figure dei giudici che m’è capitato d’incontrare nelle pagine dei libri che ho letto? Sicuramente centinaia. Alcune sono del tutto scomparse dalla mia memoria, segno ch’erano, almeno per me, figure di nessuna rilevanza. Altre invece sono rimaste. Sono rimaste per ragioni tra loro opposte. O perché mi erano simpatiche, o perché mi erano antipatiche, o perché ero restato del tutto affascinato dall’ingegnoso meccanismo del loro modo di ragionare, o perché mi avevano colpito per la loro perversione, o perché ne avevo apprezzato la voglia di conoscere fino in fondo le ragioni di colui contro il quale avrebbero emesso il giudizio.

Ma comunque sono sempre troppi per poterne parlare diffusamente. Vorrete scusarmi quindi se in questo excursus procederò per paragrafi. Ma prima mi pare doveroso e rispettoso nei vostri riguardi esprimere quello che penso delle leggi, della giustizia e dei giudici. Per farlo, userò le parole di Montaigne:

 

1) Le leggi mantengono credito non perché sono giuste, ma perché sono leggi. E’ questo il fondamento mistico della loro autorità. Non ne hanno un altro.

2) Le stesse leggi della giustizia non possono sussistere senza una qualche mescolanza d’ingiustizia.

3) Il giudice che ha appena finito di condannare un tale per adulterio, scrive su un pezzettino del foglio che conteneva la sentenza, un biglietto amoroso alla moglie di un collega.

4) Mi ha sempre disgustato vedere i giudici spingere con l’inganno e le false speranze di favori o del perdono il criminale a confessare la sua azione, e adoperare in ciò la frode e l’impudenza. E’ una giustizia perfida, non meno ferita da se stessa che da altri.

5) Si possono desiderare altri magistrati, ma bisogna, ciò nonostante, obbedire a questi. E forse vi è più merito nell’obbedire a quelli cattivi che ai buoni.

 

Finita la premessa, comincio la mia galleria di ritratti.

I primi giudici che m’intrigarono sicuramente furono i signori Monti e Visconti, due giudici che, come venne scritto, “era quanto dire uomini di cui tutta Milano venerava l’integrità, l’illibatezza, l’ingegno, l’amore pel bene pubblico, lo spirito di sacrificio e il grande coraggio civile”. Quindi, due giudici ideali. Ma questi onest’uomini sono gli stessi due giudici che Alessandro Manzoni, nella sua Storia della colonna infame, racconta che mandarono a morte perché colpevoli di essere stati degli untori, degli innocenti costretti, con atroci torture, ad accusarsi l’un l’altro, al punto tale che uno di loro, stroncato dalla tortura, disse agli aguzzini: “Ditemi cosa volete che io dica”. E i giudici glielo dissero, cosa volevano sentirsi dire.

La Colonna infame la lessi che non ero ancora ventenne e ricordo come mi colpirono le terribili parole di quello sventurato e confusamente, molto confusamente, mi domandai che giustizia fosse quella che imboccava al presunto reo la confessione. Lo capii anni dopo, caduto il fascismo. Quei giudici, Monti e Visconti, erano due onestissimi giudici chiamati dal Senato milanese a cercare i colpevoli della diffusione di una peste che assolutamente si voleva importata in città da nemici esterni. Furono giudici perciò consapevolmente o inconsapevolmente politici. Come tanti ne sarebbero venuti dopo, soprattutto con le dittature fascista, nazista, bolscevica. Uomini integri, certo, incorruttibili, animati da un sincero quanto erroneo amor di patria, capaci però di arrivare a pronunziare la terribile frase. “bisogna impedire a questo cervello di funzionare”, come uno di loro disse a proposito di Antonio Gramsci.

Risale ancora a una lettura giovanile l’incontro col giudice Porfirij Petrovic, uno dei personaggi di Delitto e castigo di Dostoevskij. Quel capolavoro, una delle cime più alte della letteratura di tutti i tempi, l’avrete sicuramente letto. Il giudice sospetta che il giovane Raskolnikov sia l’assassino dell’usuraia e della sorella, ma intuisce anche il violento tumulto interiore del giovane, l’annichilimento che sta subendo per il cocente, insostenibile rimorso. Invece di proseguire nell’inchiesta, lo lascia andare libero, ben sapendo che Raskolnikov sarà giudicato da un giudice assai più implacabile di lui, che è la coscienza stessa dell’assassino. M’intrigò allora molto il modo di procedere di Porfirij Petrovic e non ne riuscii a capirne le ragioni, le motivazioni. Fu quando lessi una frase rivelatrice di André Gide che tutto mi fu chiaro. Scrive Gide: ”Se indago quale funzione abbia l’intelligenza nei romanzi di Dostoevskij, mi accorgo sempre che è una funzione demoniaca”. Ecco, l’intelligenza del giudice è luciferina, egli ha già capito che Raskolnikov sta condannandosi all’inferno dell’anima e gli dà, come si usa volgarmente dire, corda per impiccarsi.

Prima di passare a figure di giudici tratteggiate da autori a noi più vicini nel tempo, mi piace ricordarne una che appartiene alla grande drammaturgia classica. Si tratta di Fuente Ovejuna, del 1612, di Lope de Vega. Il paese di Fuente Ovejuna è sotto il tallone di un tiranno che, tra le altre angherie, pretende di esercitare lo “jus primae noctis”. E chi non obbedisce, viene ucciso. Alcuni abitanti del paese un giorno però si ribellano e ammazzano il tiranno. Una volta al cospetto del giudice, i trecento abitanti si dichiarano tutti ugualmente colpevoli. Il giudice non ha che due possibilità davanti a sé: o decretare la morte dell’intero paese o mandare tutti liberi. Sceglie questa seconda soluzione, rifiutandosi di condannare degli innocenti assieme ai veri colpevoli.

Poi capita che una mattina un impiegato di banca trentenne, Joseph K., sia tratto in arresto da due strane persone. Apprende così che è stato istruito un processo contro di lui. Non sa assolutamente di cosa sia accusato, ma si sente abbastanza tranquillo perché sa non di avere commesso nessuna colpa. Ma a poco a poco viene preso dall’assurdo e misterioso andamento, o meglio, dall’ingranaggio di quel processo… Avrete tutti riconosciuto già da queste poche righe che sto parlando del Processo di Kafka. Ma questa è un’altra storia, come direbbe Carlo Lucarelli. Perchè certo che il tema è quello di una colpa e di una condanna (a morte, in questo caso), ma non si tratta né di una colpa materiale né di una condanna reale, si tratta di un’altissima metafora della condizione umana.

Come non ricordare la figura del giudice protagonista del romanzo Gli Dei hanno sete di Anatole France? All’inizio della sua opera il giudice, che non è togato ma che le circostanze gli hanno attribuito potere di vita o di morte, è comprensivo e indulgente, ma via via che si convince di avere una suprema missione di giustizia salvifica, moltiplica le condanne capitali persuaso che nel suo giudicare vengano a coincidere etica, giustizia, interesse dello Stato, amore per l’umanità. E quando, come accade in ogni rivoluzione, egli stesso da giudice diventerà reo, si compiacerà della sua condanna a morte, emanata in nome di quella stessa giustizia da lui stesso perseguita.

Devo ora dire non di un giudice personaggio, ma di un giudice autore di un libro sui giudici e la giustizia. Mi riferisco a Diario di un giudice di Dante Troisi, apparso nel 1955. Troisi aveva pubblicato brani di questa sua opera sul “Mondo” di Pannunzio, ma quando il libro uscì suscitò molto scalpore e ricevette numerose critiche. Vorrei ricordare che il regista Luigi Squarzina, due anni dopo la pubblicazione, ne fece un adattamento teatrale, ma la censura non gli concesse il visto per la rappresentazione. Cosa aveva di tanto scandaloso quel libro? Era una raccolta di brani quasi diaristici che narravano episodi d’ordinaria, quotidiana giustizia con una scrittura netta, chirurgica, realistica ma non priva di umana trepidazione.

Solo che emergeva il ritratto del giudice-autore come quello -sono parole dello stesso Troisi- “di un uomo oppresso dalla solitudine cui lo costringe l’esercizio stesso della professione, angosciato dalla quotidiana contemplazione delle sventure degli uomini, in lotta con il peso dell’abitudine che lo logora sino a fargli credere che il decidere della vita altrui è diventato per lui un atto di ordinaria amministrazione”. È in definitiva, sono sempre parole dell’autore, “il dramma morale di un uomo che si angoscia di guadagnarsi il pane giudicando i propri simili”. Ma tanti sono i libri di Troisi che hanno come tema la giustizia. Ne citerò solo uno, LInquisitore dellinterno 16 che nel 1985 vinse il Premio Campiello.

E siamo arrivati a Leonardo Sciascia. In questo autore il tema della giustizia è così costante che l’Associazione Amici di Leonardo Sciascia gli ha dedicato nel 2005 una tavola rotonda, intitolandola addirittura “Giustizia come ossessione”. Difficile perciò operare una scelta tra tutti i suoi libri. Mi fermerò su Porte aperte, dove è tratteggiata magistralmente la figura di un giudice, e accennerò pure a Una storia semplice anche per seguire il gioco di rimandi che i due libri propongono.

Porte aperte ha un’epigrafe che recita così: “La realtà è che chi uccide non è il legislatore ma il giudice, non è il provvedimento legislativo ma il provvedimento giurisdizionale. Onde il processo si pone con una sua totale autonomia di fronte alla legge e al comando, un’autonomia nella quale e per la quale il comando, come atto arbitrario d’imperio, si dissolve e imponendosi tanto al comandato quanto a colui che ha formulato il comando trova, al di fuori di ogni contenuto rivoluzionario, il suo momento eterno”. Sono parole di Salvatore Satta tratte da Il Mistero del processo, un celebre saggio pubblicato nel 1994 dall’insigne giurista e grande scrittore. Molte le affinità tra i due e qui mi limito a rimandare agli atti di quella tavola rotonda che ho già citata.

Cos’era la giustizia per Sciascia? Vediamolo con parole sue: “Terrificante è sempre stata l’amministrazione della giustizia, e dovunque. Specialmente quando fedi, credenze, superstizioni, ragion di Stato o ragion di fazione la dominano o vi si insinuano”.

Ancora: “Tutto è legato, per me, al problema della giustizia: in cui s’involge quello della libertà, della dignità umana, del rispetto tra uomo e uomo”. E ancora: “Fare il giudice è un mestiere terribilmente difficile. Se ho un consiglio da dare, direi di rendere ossessivo il precetto del non giudicare”.

Non giudicare, lo stesso precetto adoperato come titolo da André Gide dopo l’esperienza di giurato popolare. Ma si può non giudicare?

Torniamo a Porte aperte. La storia è ambientata nel 1937, quando il fascismo ripristinò la pena di morte. Un tale ha commesso dei delitti orrendi, ripugnanti, che non hanno attenuanti. Per lui non può esserci che la pena di morte. Il procuratore non ha dubbi in proposito, non ha trasalimenti di coscienza: chiederà la pena di morte per quell’uomo perché così gli impone l’osservanza del codice. Ma il “piccolo” giudice protagonista del romanzo non riesce a trovare in sé la stessa serenità del procuratore, il codice non riesce a fornirgli un comodo alibi. Egli comincia a tormentarsi con una serie di domande che culminano in questa: “La pena di morte è legge, ci sono dei delinquenti che la meritano, ma è davvero affar mio stabilire se la meritano e dargliela?”. E il “piccolo” giudice arriverà alla conclusione che la pena di morte è “una vocazione all’assassinio che si realizza con gratitudine e gratificazione da parte dello Stato”.

Una storia semplice invece, con la sua epigrafe rimanda non a un giurista, come nel caso di Satta, ma a un altro autore. L’epigrafe recita: “Ancora una volta voglio scandagliare scrupolosamente le possibilità che forse ancora restano alla giustizia”. La frase è dello scrittore svizzero Friedrich Durrenmatt ed è tratta dal libro intitolato appunto “Giustizia” del 1985. Ma con Dürrenmatt arriviamo, attraverso romanzi quali Il Giudice e il suo boia, alla conclusione dell’impossibilità della logica razionale a penetrare all’interno del mistero del comportamento umano. Quindi non si tratta di scandagliare le possibilità che restano alla giustizia, ma, assai più onestamente, di prendere atto che non esistono più possibilità alla giustizia. Ma è una posizione estremistica e, a mio avviso, puramente accademica anche se a volte affascinante.

Lo so che non è elegante autocitarsi. Alla figura di un giudice ho dedicato un solo racconto molto breve. Si intitola La revisione ed è la storia di un Presidente di Corte d’Assise che per tutta la vita ha svolto il suo compito con estremo scrupolo. Andato in pensione, compra un grande villino dove vive da solo e lo riempie con tutte le copie delle carte che riguardano i processi da lui fatti. Vuole farne una revisione privata, per essere certo di non aver commesso un errore nel condannare un imputato. Un errore dovuto a lui stesso, il giudice. “Sono riuscito sempre a far sì che i miei personali malumori, le mie idiosincrasie, le questioni casalinghe, i dolori, le scarse felicità non macchiassero la pagina bianca sulla quale stavo per formulare una sentenza?”. Questo egli si chiede. E quale che sia la conclusione del mio racconto, esso vuole essere un omaggio a chi si è assunto il peso e la responsabilità d’essere un giudice.

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